Notizie dall’Africa. Tanzania: giura la nuova presidente. Congo Brazzaville oggi al voto. Repubblica Centrafricana: l’ex presidente sarà a capo dei ribelli. Etiopia: Biden manda un inviato per affrontare la crisi nel Tigray. Tunisia: lancio di un satellite 100% tunisino

Samia Suluhu Hassan è la nuova presidente della Tanzania, prima donna a giungere al grado più alto del potere nel Paese (nella foto). Ha prestato giuramento ieri, dopo la morte di John Magufuli di cui era vicepresidente. Dopo il giuramento a Dar es Salaam, ha ispezionato le truppe presenziando a una parata militare ed è stata salutata da un colpo di cannone. Presenti i membri del Gabinetto e gli ex presidenti della Tanzania Ali Hassan Mwinyi, Jakaya Kikwete e Abeid Karume. Gli ex capi di stato erano gli unici a indossare mascherine. «Io, Samia Suluhu Hassan, prometto di essere onesta e obbedire e proteggere la costituzione della Tanzania», ha detto, parlando del “carico pesante” sulle sue spalle mentre assume la carica. Secondo la costituzione, Hassan servirà per il resto del secondo mandato quinquennale di Magufuli, che scadrà nel 2025. Nel suo primo discorso pubblico ha annunciato 21 giorni di lutto per Magufuli. «Non è un buon giorno per me per parlare con voi perché ho una ferita nel cuore», ha detto Hassan. «Oggi ho fatto un giuramento diverso dagli altri fatti nella mia carriera. Quelli erano fatti con gioia. Oggi ho prestato il più alto giuramento in lutto». Hassan ha detto che Magufuli l’aveva preparata per il compito che doveva affrontare. «Questo è il momento per stare insieme e connettersi. È tempo di seppellire le nostre differenze, mostrarci amore gli uni per gli altri e guardare avanti con fiducia», ha proseguito, «tenersi per mano e andare avanti per costruire la nuova Tanzania a cui aspirava il presidente Magufuli». Proveniente da Zanzibar, l’isola semiautonoma nell’Oceano Indiano, il padre originario del Somaliland, Hassan ha scalato i ranghi, in una carriera politica ventennale, dal governo locale all’assemblea nazionale, fino a correre con Magufuli già nella prima campagna presidenziale del 2015. Una scelta a sorpresa, nel 2015, compiuta scavalcando molti altri politici più importanti nel partito Chama Cha Mapinduzi (CCM), al potere, in un modo o nell’altro, fin dall’indipendenza nel 1961. La coppia è stata rieletta nell’ottobre scorso in un voto contestato, viziato da accuse di irregolarità. Hassan diviene la seconda donna attualmente in servizio come capo di Stato in Africa insieme alla presidente etiope Sahle-Work Zewde, il cui ruolo è però principalmente di rappresentanza. La 61enne è affettuosamente conosciuta come Mama Samia, appellativo che nella cultura tanzaniana riflette rispetto, piuttosto che ridurla a un ruolo di genere. Eletta per la prima volta a una carica pubblica nel 2000, è arrivata alla ribalta nazionale nel 2014 come vicepresidente dell’Assemblea costituente, creata per redigere una nuova costituzione. Là il suo comportamento calmo nel gestire occasionali scontri e il modo in cui ha affrontato alcuni dei membri più spinosi dell’assemblea, le avevano fatto guadagnare il plauso generale. Si attende ora si sapere se continuerà l’approccio scettico del suo predecessore nei confronti del coronavirus. Il capo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus, inviando le congratulazioni per l’insediamento, ha già auspicato di poter lavorare insieme per affrontare il coronavirus. «Non vedo l’ora di lavorare con voi per proteggere le persone dal Covid-19, porre fine alla pandemia e ottenere una Tanzania più sana. Insieme!», ha twittato. La Tanzania non pubblica i dati dei contagi dal maggio 2020, e il governo ha rifiutato di acquistare vaccini nonostante l’appello dell’OMS.

Repubblica Popolare del Congo

Il 77enne presidente del Congo-Brazzaville, Denis Sassou Nguesso, punta alla rielezione al primo turno nel voto che si terrà oggi nella Repubblica Popolare del Congo. Sei i candidati contro di lui. Il clima sembra meno pesante di cinque anni fa. Qualche giorno fa Frédéric Bintsamou ha affermato che le elezioni «non devono essere un’opportunità per risvegliare i vecchi demoni della divisione». Il 56enne, meglio noto come pastore Ntumi, ha preso le armi nella regione di Pool (sud) dopo la contestata rielezione del presidente Sassou Nguesso nel marzo 2016. Le forze regolari hanno contrattaccato in un conflitto a porte chiuse che ha provocato 140.000 morti, secondo fonti umanitarie. Le autorità avevano annunciato un cessate il fuoco poco prima del Natale 2017. Le questioni economiche sono le prime preoccupazioni per gli elettori, in questo paese ricco di petrolio con cinque milioni di abitanti, che con il Covid-19 si aspetta un calo del 9% del PIL, già in calo prima della pandemia. Di fronte all’impasse del petrolio, Sassou Nguesso ha detto che stava mettendo i giovani e lo sviluppo agricolo al centro della sua campagna, definendo “vergognoso” che il paese importi la maggior parte di ciò che consuma. Affermazione che ha fatto dire all’attivista Franck Nzila: «Il presidente, in un certo senso, sta riconoscendo il proprio fallimento». La Conferenza episcopale, che nel paese ha una voce importante, ha già espresso «serie riserve» sulla trasparenza delle elezioni. La Chiesa cattolica, a cui è stato negato l’accreditamento per i suoi osservatori, teme anche che domenica, come nel 2016, Internet venga interrotto. Tuttavia vuole testare un’applicazione per computer e smartphone che dovrebbe consentire il download dei verbali di tutti i seggi elettorali per avere un’idea in tempo reale della verità dello spoglio. Sempre se Internet funzionerà. Le autorità hanno rifiutato di accreditare un giornalista di Radio France Internationale (RFI) e un attivista per i diritti umani di 77 anni è stato arrestato pochi giorni prima del voto, per aver «minato la sicurezza dello Stato». «La Repubblica del Congo, come la diplomazia francese, deve tornare alla democrazia», ha scritto un gruppo di attivisti francesi e congolesi in un articolo pubblicato da Le Monde. «Chiediamo alla Francia di condannare il deterioramento pre-elettorale del clima politico e civico», scrivono i firmatari, contestando il peso dell’ex potenza coloniale accusata di ingerenze. Il presidente Sassou Nguesso prese il potere nel 1979. Fu sconfitto alle prime elezioni multipartitiche nel 1992 da Pascal Lissouba. Ma nel 1997 Sassou Nguesso è tornato al potere dopo una guerra civile con le forze di Lissouba. Nel 2015 ha modificato la carta costituzionale che limitava a due il numero di mandati presidenziali, che qui durano sette anni. Da anni in Francia è in corso un’indagine su persone vicine al presidente, incriminate per «riciclaggio di fondi pubblici».

Repubblica Centrafricana

La situazione resta tesa nel paese. Secondo fonti della rivista Jeune Afrique, l’ex presidente François Bozizé starebbe per annunciare le sue dimissioni dalla guida del partito che dirige, il Kwa Na Kwa, per dedicarsi al coordinamento dei gruppi armati operanti in Centrafrica. Intanto, il presidente da poco rieletto, Faustin-Archange Touadéra, ha affermato che nei prossimi giorni saranno organizzate consultazioni nazionali per raccogliere le opinioni e le raccomandazioni dei centrafricani. Touaderà è stato rieletto a dicembre in elezioni generali segnate da offensive ribelli in diverse città del paese, compresa la capitale Bangui. La sua richiesta di dialogo rimane tuttavia poco chiara, poiché ha già più volte escluso qualsiasi dialogo con gruppi armati e attori politici che sostengono la ribellione. Questa consultazione preliminare, annunciata dal Capo dello Stato, era una richiesta della comunità internazionale affinché ci fosse un consenso preliminare per evitare il fallimento di un dialogo. «Miei cari compatrioti – ha affermato Touaderà – vorrei presentarvi la tabella di marcia per il dialogo repubblicano e annunciare l’apertura, nei prossimi giorni, delle consultazioni nazionali. Questo dialogo repubblicano, che voglio sincero, inclusivo e costruttivo, consentirà – spero sinceramente – di mobilitare tutti i segmenti della società centrafricana attorno a un’agenda per la consultazione di pace e sicurezza, stabilità politica e riconciliazione istituzionale e nazionale, titolarità e buona gestione delle nostre risorse naturali, governance inclusiva e democratica nonché sviluppo. Lo scopo di queste consultazioni è raccogliere le vostre opinioni, raccomandazioni e suggerimenti pertinenti sui risultati attesi, nonché sull’agenda di interesse nazionale prioritario e sui principi fondamentali da preservare. Ascolterò tutti i centrafricani». Dal territorio, tuttavia, fonti di Radio Bullets testimoniano di una situazione sempre estremamente tesa, con la popolazione vessata dai gruppi ribelli e continuamente sospesa e terrorizzata.

Etiopia

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha mandato un inviato in Etiopia per incontrare il primo ministro Abiy Ahmed. Nonostante le smentite etiopi, gli Stati Uniti non allentano la pressione e sono molto determinati nei confronti di Addis Abeba a causa dei crimini commessi nel Tigray. Nelle ultime settimane Washington ha intensificato iniziative e dichiarazioni volte a far piegare l’Etiopia. E questa volta è il senatore democratico Chris Coons, amico molto intimo del nuovo presidente degli Stati Uniti Joe Biden, che è volato ad Addis Abeba giovedì. La Casa Bianca esprime «serie preoccupazioni per la crisi umanitaria e le violazioni dei diritti umani nella regione del Tigray e per il rischio di ulteriore instabilità nel Corno d’Africa». Chris Coons ha anche il compito di “consultare” l’Unione Africana, ha detto Washington, «per promuovere gli interessi comuni nella regione per la pace e la prosperità». L’Etiopia, che finora ha rifiutato ogni mediazione e condannato le “interferenze straniere”, non ha ancora commentato. Una sola concessione alle pressioni diplomatiche: mercoledì l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha accolto la proposta della Commissione nazionale etiope per i diritti umani di istituire un meccanismo di indagine congiunta sui crimini commessi dallo scoppio della guerra nel Tigray a novembre.

Tunisia

Per la prima volta, un satellite al 100% tunisino decolla questa mattina dal cosmodromo di Baikonur, in Kazakistan. Si chiama Challenge One ed è lungo appena 30 centimetri, ma il suo valore simbolico è alto. Si tratta infatti del primo satellite interamente sviluppato in Tunisia, dal gruppo Telnet. Dedicato all’Internet of Things, Challenge One è un dimostratore tecnico. Il suo utilizzo non sarà quindi accessibile al grande pubblico: esso mira a testare l’efficacia di una tecnologia. Per metterlo in orbita, Telnet ha puntato sul lanciatore Soyuz dell’agenzia spaziale russa Roscosmos.

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