Non ridere per 11 giorni, d’accordo ci provo anche io

Fra le notizie nostrane, limitate alla corsa (insomma corsa, data l’età dei concorrenti, diciamo passeggiata con pause) al Quirinale, l’avanzata di Omicron, l’invisibile nemico, le menate dei leader (che parolone) dei partiti e la notizia del silenzio popolare di 11 giorni della Corea del Nord, non c’è partita.

Il dittatore coreano non ha avversari quanto a iniziative governative. Iniziative, peraltro, permeate di quell’atmosfera orientale che le riveste di originalità, sacralità e severo radicalismo.

La notizia è che, dunque, i coreani del nord per 11 giorni non potranno parlare ad alta voce, ridere, festeggiare, raccontarsi barzellette, fare un brindisi, e quindi immagino anche sfottersi l’un con l’altro, fischiettare un motivetto e camminare a zig zag seguendo pensieri allegri, per commemorare la morte del padre del loro dittatore.

Suonerà sinistro ma a me l’idea di una disciplina ferrea nazionale affascina. Non so in base a quale alchimia la riempio di spiritualità; il rito, che segue ogni comportamento religioso, se collettivo, incute timore reverenziale, non lascia indifferenti, coinvolge, ancor più che interpretato da un singolo.

La sanzione che segue la violazione, poi, sebbene assolutamente terrena, nel caso coreano, non priva il gesto collettivo di quell’austera aura religiosa.

Poco conta a chi sia rivolto il gesto, dal mio punto di vista, poco conta la malavoglia che accompagnerà molti dei coreani, nel frenarsi finanche dal sorridere, conta il fatto che gli sia venuto in mente, a uno, di imporre il comportamento a tutti, e agli altri, di obbedire. Finanche questa muta obbedienza ha del sacro.

L’obbedienza, del resto, non è prerogativa dei regimi totalitari, ma sottintende qualsiasi associazione umana, permea ogni società, forse ancor di più quelle democratiche. Quindi all’operato del dittatore non riferirei connotati di critica politica. Piuttosto mi fermo per un attimo a riflettere su quanto l’oriente sia lontano da noi, su come sia elevato il senso di cittadinanza e il senso di nazione. Un domani, magari prossimo, i coreani avranno un governo democratico, ma statene certi, quella stessa dignitosa obbedienza non li abbandonerà, perché è cromosomica, sta tutta nel rispetto dell’Autorità, cui si conferisce un senso sacro, lo stesso rispetto che si tributa ai genitori o a chi altri si trovi in una posizione moralmente, proprio perché anche politica, gerarchicamente superiore.

Abbiamo tanto da imparare. Magari tanto possiamo insegnare, ma l’una cosa non esclude l’altra.

Ai commenti stupiti e ironici, suggerirei di studiare un po’ l’oriente e poi parlare. Di provare a capire, prima di giudicare. Cancellate una volta tanto quello che avete scritto sulla vostra lavagna personale, altrimenti non ci sarà spazio per capire altro che voi stessi, e neanche tanto bene.

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Luciano Petrullo
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