Nicola Chiaromonte e l’epoca della malafede

«La nostra non è un’epoca di fede, ma nemmeno di incredulità. È un’epoca di malafede, cioè di credenze mantenute a forza, in opposizione ad altre e, soprattutto, in mancanza di altre genuine». Questo scriveva, in modo quasi profetico, Nicola Chiaromonte nel suo Credere e non credere (pubblicato postumo come la maggior parte della sua opera) da Bompiani nel 1971. Potremmo fare un elenco molto ampio di eventi in presa diretta che rientrano in questo “scatto” di un intellettuale del ‘900 che ancora oggi risulta più conosciuto nei Paesi dell’Est europeo e negli Stati Uniti che qui da noi: il terrorismo fondamentalista, le guerre in medio oriente, il disimpegno dall’Afghanistan, lo sfruttamento delle risorse naturali del pianeta, l’accoglienza ai profughi, i cambiamenti climatici, la pandemia, l’obbligo vaccinale, la difesa e l’allargamento dei diritti, la strage delle donne, etc… Ecco se sfogliassimo i giornali per rileggere con più attenzione le dichiarazioni fatte da politici, intellettuali, giornalisti, influencer, opinionisti su qualunque di questi temi, si avrebbe la perfetta dimostrazione dell’avverarsi di questa “profezia”: ogni affermazione parrebbe una credenza mantenuta a forza o per lo meno debolmente trattenuta con la colla. In quest’epoca di poca fede e di onnipresente complottismo, c’è stato chi ha voluto far credere che uno valesse uno; che la competenza e le conoscenze non fossero, in fondo in fondo, così importanti per assumere e svolgere ruoli… importanti; che la libertà fosse una questione legata alla mancanza di condizionamenti e che quindi ognuno di noi fosse libero di decidere per sé e per sé solo; che potessero esserci ragioni legittime e irrinunciabili nel preparare e combattere guerre di liberazione (come, dunque, ce ne potrebbero essere altrettante legittime e irrinunciabili per finirle, le medesime guerre, nel disimpegno). Pochi pochissimi in questa epoca di malafede hanno compreso –  un esempio per tutti: Gino Strada – che la libertà, la pace, il diritto, la felicità e la vita stessa dell’essere umano non stanno nella possibilità di poter fare tutto, di soddisfare qualunque desiderio, capriccio, vendetta, ma, all’opposto, nel trattenere gli istinti, gli impulsi e, soprattutto, nel promuovere azioni gratuite non ambigue come, ad esempio, salvare esseri umani. Nicola Chiaromonte era uno di “quelli che girano per il mondo e nessuno li vede” come diceva Leonardo Sinisgalli riferendosi ai Lucani. Fu un intellettuale scomodo soprattutto per aver esercitato liberamente il suo pensiero nel pieno della contestazione sessantottina: per lui i giovani contestatori, pur essendo mossi dalla buona fede, condividevano però gli istinti e le idee peggiori della borghesia e della modernità di allora, quali, ad esempio, l’impulso alla violenza, l’illusione di potersi affrancare da ogni limite e misura, l’idea che lo scopo della vita fosse evitare la sofferenza e rimuovere, pertanto, la coscienza (che diventava di classe e pertanto elitaria). La sua era un’analisi che partiva da una prospettiva capovolta rispetto a quelle usuali (compresa la nostra): la libertà dell’uomo non sta nell’accesso a tutto ma nel trattenere un impulso. Inoltre, questa libertà, si manifesta nell’azione gratuita e priva di scopo perché essa viene data ( e ci è data) in assenza di fine, non di condizionamento. In una tale prospettiva anche il «…lavoro ha senso fintanto che ci fa guadagnare tempo libero…».  Nicola Chiaromonte, allievo di Andrea Caffi e amico di Moravia, Camus, Malraux, fu un critico radicale di ogni ideologismo, di ogni totalitarismo e di una società basata sulla malafede, pronta a credere ad ogni menzogna. Fu nemico spietato del mito dello Stato, nato con la modernità, e dei protagonisti del totalitarismo europeo del ‘900 di destra e di sinistra («…ammesso che la Storia abbia dei protagonisti…»). La sua convinzione del primato dell’etica sulla politica; il continuo senso della misura; il dovere di essere sempre se stessi e autentici anche nell’inevitabile momento della «recita sociale»; il rifiuto dell’imperativo ad essere a tutti i costi moderni; il suo spirito libertario gli procurarono l’incomprensione della sinistra stalinista e non. Per Chiaromonte la tradizione era importantissima per la costruzione dell’individuo ed infatti in un suo bellissimo saggio sui greci diceva che senza tradizione l’uomo non esiste perché «…All’oppressione del despota  o alla disumanità della casta ci si ribella, ma non ci si può più ribellare alla regola impersonale  e razionale, cioè all’oppressione che scaturisce dal riconoscimento razionale del fatto di vivere in società…».  Fu  questa continua riflessione sulla tradizione che  lo tenne lontano da atteggiamenti fideistici e positivisti nei confronti della ragione umana: si tratta pur sempre “di una piccola fiamma in una foresta buia”; anche se apprezzava lo sforzo della ragione nel contribuire a dare un senso e a mettere ordine nella realtà. A proposito di quest’ultima Chiaromonte la considerava come interdipendenza tra il dato empirico e l’apparizione di quello che “sentiamo”, quindi delle proprie visioni, dei propri “tentativi di realtà”  fra cui metteva anche le utopie: non può esserci civilizzazione senza “molteplicità di utopie”. Le utopie dunque sono uno specchio della vita intellettuale. Oggi potremmo definire Chiaromonte un socialista umanistico malinconico,  avversario giurato di quell’umanesimo fanatico  che è  «…il peggior nemico dell’uomo perché ben deciso a non lasciare in pace nessuno, vista la terribile sicurezza che egli ha di sapere “what is good for you”…». Da qui dunque derivava anche la sua avversione per le élite sempre armate, secondo lui, delle migliori intenzioni correttive. Ma, come abbiamo detto, fu anche critico delle ideologie scientifiche e di quelle basate sulla esaltazione del progresso tecnologico; diceva che «…nel mondo moderno non c’è possibile salvezza se si accetta il progresso tecnico per principio, senza riserve e se si applica tutto ciò che esso può suggerire…». Nel profondo della sua riflessione era invece molto interessato a quello che c’è a fondamento delle idee e della conoscenza. Era fortemente convinto che nel cuore di ogni uomo fosse nascosto il segreto della moralità e di quella “socialità” tanto amata.  Una morale  e una socialità fatte di una eleganza e di un “sapere” nelle relazioni personali, familiari, sociali   e “etniche” che rimandano all’insieme delle tradizioni e delle loro trasformazioni storiche; compresa questa che vediamo sotto i nostri occhi e da lui così lucidamente anticipata: l’epoca della malafede nella quale ci ostiniamo a mantenere a forza credenze, ideologie, fedi ma anche processi, tecnologie e economie. In mancanza d’altro, di più genuino.

Riferimenti

La quasi totalità degli scritti di Nicola Chiaromonte sono raccolti nell’ Archivio della Yale University https://archives.yale.edu/repositories/11/resources/565;

A Forlì è nata di recente l’ associazione Amici di Nicola Chiaromonte

https://www.bibliotecaginobianco.it/?r=32&s=151&p=281&t=associazione%2Damici%2Ddi%2Dnicola%2Dchiaromonte ;

N. Chiaromonte, Credere e non credere, Milano, Bompiani, 1971; Collana Intersezioni, Bologna, Il Mulino, (1993);

Scritti politici e civili, a cura di Miriam Chiaromonte, Introduzione di Leo Valiani, con una testimonianza di Ignazio Silone, Milano, Bompiani, (1976);

Il tarlo della coscienza (The Worm of Consciousness and Other Essays, Prefazione di Mary McCarthy, 1976), a cura di Miriam Chiaromonte, Collana Le occasioni, Bologna, Il Mulino, (1992);

Il tempo della malafede e altri scritti, a cura di Vittorio Giacopini, Edizioni dell’Asino, (2013);

Filippo La Porta, Eretico controvoglia. Nicola Chiaromonte, una vita tra giustizia e libertà, Bompiani, (2019);

Albert Camus-Nicola Chiaromonte, Correspondance 1945-1959, Édition établie, présentée et annotée par Samantha Novello, Collection Blanche, Paris, Gallimard, (2019) ; con la recente traduzione a cura di Alberto Folin nella edizione curata da Samantha Novello per Neri Pozza, (2022).

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