Leonardo Sacco in redazione (1ª parte)

Con le mani nelle tasche del giaccone e la sciarpa avvolta in testa a mo’ di kefiah per proteggermi dalla pioggia sottile e gelida, una sera d’autunno inoltrato, mi recavo in redazione per un incontro sul declino urbanistico di Matera e per discutere di alcuni altri fatti regionali. Andando per via San Biagio, oscura e deserta, guardavo le luci delle insegne  riflettersi, liquefatte, sulla strada bagnata, e pensavo con ammirazione all’enorme sforzo del direttore nel tenere in vita la sua creatura, che malgrado tutte le difficoltà, proprie e del contesto, continuava, pur nell’unico, romantico numero annuale, da un sessantennio a tenere desta una fiaccola critica nella monotona e stagnante vita regionale. Un giornale che egli decise di pubblicare nei giorni successivi alla precoce morte di Scotellaro, anche come risposta necessaria a quell’evento che aveva tanto impoverito la vita culturale e politica della regione, ma che già nel ’52-53 aveva fatto la sua comparsa guadagnandosi il lusinghiero giudizio di Gaetano Salvemini per l’assenza di fronzoli, filosofemi e retorica. “Continuate e non fatevi dissuadere a cambiare” gli scrisse. L’obiettivo del foglio era di contribuire a cambiare la concezione politica dei corregionali, quasi sempre subalterna alle posizioni propagandate dal centro. Si trattava di promuovere una politica dal basso, accogliendo le posizioni autonomistiche del Movimento Comunità, con l’intenzione di assecondare il processo di trasformazione dell’ambiente regionale da una situazione socio-culturale fondamentalmente rurale e arcaica verso una nuova cultura. Dopo più di mezzo secolo di vita, la meta principe del giornale si poteva ritenere fallita. Nonostante i buoni propositi originari di fare un giornale popolare moderno, di informazione e di cultura, dal tono divulgativo e largamente propagato, sin dal suo sorgere fu percepito e bollato come il frutto di una élite staccata dalla realtà locale. Le sue inchieste furono subito etichettate come sovversive, astratte, utopiche. D’altro canto, la testata andava a proporre l’autogoverno, la gestione autonoma di organismi economici, di amministrazioni locali in una realtà nella quale la classe dirigente era tutta dedita a ritagliarsi una fetta di potere, con la eterna complicità degli organi statali. Una realtà nella quale il rapporto tra gli iscritti e il partito di sinistra era di tipo magico, di identificazione, fatalmente clientelare e personale. “Una battaglia perduta” pensavo mentre nella piazza deserta risuonava piacevolmente lo sciabordio fragoroso della fontana. Perduta ma non vana, come invece fingeva di credere il direttore nei suoi sempre più frequenti sfoghi pessimistici, condizionati dai fallimenti dei diversi tentativi di rilanciare il giornale negli anni novanta. Sfoghi che giustificavo solo in relazione al fine nobilmente spropositato che egli si era dato, nell’acerbo entusiasmo giovanile, senza ben soppesare l’enorme sforzo che avrebbe richiesto la trasformazione della nostra società, un insieme ben strutturato di credenze, di valori e di norme, che davano un preciso stile alla vita regionale, in qualcosa di più vitale e in grado di sciogliere col dubbio, con la libertà e la conoscenza, la spiegazione e la comprensione, il nodo marinaro delle credenze e della tradizione che condannava alla ripetizione dei comportamenti acquisiti nell’angustia del mondo contadino. Lavoro enorme, di lunga durata e da intraprendere senza fretta. E con grandi mezzi. Con centri e istituzioni autonomi in grado di incitare la cultura, la tecnica, la comunità, come segno di vitalità e energia capaci di incidere socialmente. Inondando di curiosità e di entusiasmo gli ultimi angoli regionali, seminandoli di amore e di indignazione. Con un enorme sforzo bisognava tessere una rete, un sistema nervoso nel quale far scorrere ondate vitali di sensibilità, di protesta, per non sentirsi persi irrimediabilmente nell’inerzia della vita paesana. Un lavoro enorme, per il quale necessitava molta collaborazione, molta cortesia e delicatezza, sapendo di agire in un contesto il cui tono generale era ed è di astio, che nel disprezzo e nella diffidenza reciproca finiva e finisce per accentuare la nostra naturale tendenza all’isolamento, la strana solitudine lucana. Attraversando il vicolo che fiancheggia il palazzo dell’Annunziata, buio e ambiguo, pensavo a quell’opera di trasformazione che andava invece sostenuta con una strategia pedagogica, essendo di natura educativa il proposito di cambiare la realtà. Supponeva un processo lento e progressivo e una teoria dell’azione affatto diversa da quella ispirata al modello teleologico, dominante nella filosofia del giornale e tipica del soggettivismo moderno. Si trattava di accompagnare piuttosto che modificare  imponendo un modello. Forse, pensavo, avevamo commesso anche noi il peccato idealistico consistente nel pensare qualcosa come ideale, nel convertirlo in uno scopo e, quindi, nell’agire per realizzarlo. Ma questo è uno schema valido per la produzione e non per l’azione. Infatti, quando, verificata l’efficacia tecnica dello schema che ci rende padroni della natura, lo trasferiamo nella gestione dei rapporti umani, notiamo che la realtà resiste. Respinge l’azione diretta, predilige quella cortese e indiretta. La missione del giornale e degli intellettuali che lo dirigevano, certo, non era in quel contesto per nulla facile, significava  avere la consapevolezza della insufficienza della negazione, in quanto che mostrare con evidenza le cose nella loro verità non significava affatto persuadere i lettori. Il lucano non è spontaneamente predisposto, aperto, franco all’evidenza, come invece è l’intellettuale che si è rigorosamente educato per quella predisposizione. Nella solitudine, lottammo contro l’invisibile opinione pubblica regionale, quasi sempre come  boxeur trascinati dagli impulsi ideali, e mai come seduttori, consci  della sproporzione. Anziché lottare contro gigantesche forze incoercibili, avremmo dovuto sedurle, incantarle. Imitando il dio aristotelico, l’ente supremo e motore primo dell’universo, che muove e non è mosso, perché attrae con la sua perfezione, affascina col suo splendore.

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