Le colombe di Damasco: un esperimento di lettura “creattiva”

Ogni giorno, anzi, ogni minuto del giorno (e anche della notte), vengono rovesciate nel nostro mondo digitale centina di migliaia di messaggi. Uno di questi ultimi, inghiottito nel mio black e-hole, è la reclame dell’ennesimo corso di scrittura creativa. “Diamine”, ho pensato, “mi servirebbe, piuttosto, un bel corso di lettura ricreativa”. Eh già perché considerando il tempo che impieghiamo a leggere i messaggi in arrivo, non ce ne resta tanto altro da impegnare per la lettura vera e propria. Anzi direi che leggere i messaggi non è più neanche una forma di lettura ma è una sorta di rabdomanzia, di precognizione, sapete quell’atteggiamento che hanno i marinai… scafati che saggiano l’aria prima di mettersi per mare, alzando distrattamente uno sguardo al cielo o la punta di un dito appena inumidito. Quando arriva un messaggio con un’offerta così: vi siete mai chiesti se gli scrittori affermati scrivano solo su ispirazione o facciano esercizio giornaliero? Scrivere richiede esercitazione, dedizione e studio. E come si studia per diventare scrittore? Bagno il dito per stabilire la direzione del vento e mi fiondo tra le onde… di un libro di poesie. Ma perché, mi sono chiesto, c’è tanta offerta di corsi di scrittura creativa? «”Perché vuole scrivere poesia?”. Se il giovanotto vi risponde: “Ho delle cose importanti da dire” allora di certo non è un poeta. Se invece risponde: “Mi piace bazzicare le parole, ascoltare quello che hanno da dire”, allora può darsi che diventi sì un poeta». Ecco il criterio, infallibile, di W. H. Auden (1907-1973) che a «bazzicare le parole e ascoltare» ha dedicato tutta la vita e, in tempi ancora felicemente innocenti di «scuole di scrittura creativa» è stato maestro di lettura e di ascolto. E qui forse sta tutta la differenza tra voler seguire un corso di scrittura creativa piuttosto che uno di lettura… creattiva; la stessa differenza che c’è tra continuare a usare le stesse parole o ascoltare quello che le parole hanno da dire. E dunque siamo proprio sicuri di avere bisogno di tutti questi corsi di scrittura creativa e non piuttosto di una semplice, giocosa lettura ricreativa? Questo fa la poesia a saperla ascoltare. E nessun altro libro come il recente Le colombe di Damasco. Poesie da una scuola inglese, (LietoColle Edizione, 2020) esemplifica bene tutto quello che ho appena detto. Si tratta di un’antologia di poesie scritte da studenti di una piccola scuola di Oxford. Tutte le ragazze e i ragazzi che vi hanno contribuito hanno età compresa tra gli 11 e i 19 anni, e tutti sono migranti o rifugiati che hanno cominciato a bazzicare (è proprio il caso di dirlo) le parole della lingua inglese. La curatrice di questa antologia è la poetessa Kate Clanchy. La traduzione in italiano è stata curata da Giorgia Sensi che è diventata così anche la testimone, per il nostro Paese, di questo interessante progetto di integrazione che prende il via, appunto, da un corso di lettura. La Oxford Spires Academy, dove si è svolto l’esperimento, non è una scuola selettiva per privilegiati ma è una normale comprehensive secondary school situata nella zona industriale, povera e popolare, della cittadina inglese. “Nella nostra scuola” – dice Kate Clanchy – “si parlano più di trenta lingue e forse cinquanta dialetti. Questo crea qualcosa di magico: una comunità senza una cultura, una lingua o una religione predominante, e un miscuglio così estremo che nessuno può scomparire e rifugiarsi nel proprio gruppo di riferimento; ognuno di loro deve farsi amici, compagni e nemici attraverso le differenze razziali o linguistiche”. L’unico modo per poter creare qualcosa era dunque ascoltare insieme le stesse parole: quelle della lingua inglese. Bazzicare con i suoni di queste “cose” nuove ed educare le ragazze e i ragazzi all’ascolto. Specchiare i loro suoni interni con quelli della loro nuova lingua comune. Molti di queste poetesse e poeti “di lingua inglese” sono così diventate poetesse e poeti “con la lingua inglese”. La Clanchy racconta che molti di loro hanno cominciato a scrivere poesie quando non disponevano ancora quasi le parole per farlo. Le traduzioni di Giorgia Sensi hanno restituito intatte le caratteristiche di queste poesie: alcune sono davvero sorprendenti, belle e fresche, altre commoventi e coinvolgenti. Si tratta di poesie che raccontano ricordi racchiusi in altre lingue e dialetti, quando questi adolescenti erano bambini e come tutti i bambini giocavano con le parole delle loro madre lingue, con le rime, i parallelismi, lapsus, metafore e filastrocche che per la maggior parte di noi risulterebbero incomprensibili. Le prime cose che le guerre, le epidemie, la miseria hanno rubato a queste bambine e bambini sono state le parole. Nessuno di loro probabilmente sapeva scrivere e per quanti corsi di scrittura creativa potessero esistere al mondo o persino nei loro paesi di origine, nessuno di questi li avrebbe trasformati nei poeti e negli scrittori che sono diventati grazie al semplice e geniale corso svolto dalla Clanchy. Qui, evidentemente, non abbiamo a che fare con un corso di istruzione tradizionale e nemmeno ci troviamo di fronte ad una insegnante tradizionale: non dimentichiamo che Kate Clanchy è poetessa e scrittrice che ha vinto per la narrativa il prestigioso BBC National Short Story Award e per la poesia il Forward  Prize e il Saltire Prize. E ricordiamo allora proprio con le sue parole che nella scuola dove lei ha effettuato questo esperimento “…non c’è un’unica cultura, non c’è un’unica idea di scuola; così se gli insegnanti dicono che una scuola è un rifugio di uguaglianza e gentilezza, un luogo dove ognuno cerca di dare il meglio di sé, le ragazze e i ragazzi ci credono”. In questa scuola esiste la convinzione che le ragazze siano brave a giocare a calcio; che la biblioteca sia il posto più importante dell’edificio; e che la poesia sia per tutti. Agli studenti si insegna che è normale scrivere poesia regolarmente; che la poesia è anche il primo sport della loro scuola e infatti è “lo sport” in cui hanno, nel corso degli ultimi cinque anni, vinto più premi in concorsi nazionali di qualsiasi altra scuola del Regno Unito. Questa è il vero motivo per cui queste poesie sono belle: gli insegnanti di quella scuola si aspettano e credono fermamente che quelle poesie possano essere belle, sorprendenti, fresche e, in quanto scuola, ne sostengono la creazione. Ogni studente giunto a questa scuola come profugo o dislessico o non udente ha in ogni caso attraversato un periodo di perdita della propria lingua materna e come dice una di queste ragazze “il silenzio stesso era il mio miglior amico”. Quel periodo doloroso si è però nutrito di una voce interiore e questo spiega la musicalità e la novità di tante delle poesie qui raccolte. Come spiega infatti la Clachy, “…diversamente dagli adulti, i bambini possono imparare un’altra lingua senza un accento perché il loro orecchio e il loro cervello sono ancora aperti a tutti i suoni e ai ritmi di un altro discorso”. Così quando queste ragazze e questi ragazzi hanno sentito una poesia in inglese, di quelle che la Clanchy sceglieva e leggeva per loro nella prima parte del suo laboratorio, erano in grado di cogliere tutti i suoni e potevano riprodurli con la stessa esattezza con cui si riproduce un accento inglese. Le forme delle loro lingue materne sembravano così affiorare attraverso la loro lingua comune, l’inglese. Tutto questo non fa che rendere i loro versi le originali metafore delle loro vite e dei loro ricordi più o meno coscienti. E forse la finalità più antica della poesia è proprio questa: ricordare; ricordare che prima di venire da luoghi veniamo da parole. A testimonianza dell’impegno umanitario di questo gentile e geniale progetto di… parole, l’editore di Lieto Colle, Michelangelo Camelliti, la curatrice Kate Clancy e, come detto, la traduttrice Giorgia Sensi che nel 2019 ha ricevuto il Premio Nazionale per la Traduzione  dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, hanno deciso di donare i proventi di ogni copia di Le colombe di Damasco. Poesie di una scuola inglese alla UNHCR, Agenzia ONU per i rifugiati, sezione italiana.

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