La “svolta green” sarà un suicidio per l’Ue

La svolta elettrica per moltissimi è il suicidio perfetto dell’Unione Europea, che si consegna ad una nuova dipendenza, questa volta dalla Cina. Certo il voto al Parlamento europeo sul Fit for 55, che mette al bando la produzione e la vendita di automobili a benzina e gasolio dal 2035, è un passaggio probabilmente epocale. Che potrebbe portare a benefici ambientali ampiamente controbilanciati, in negativo, dalle possibili ricadute economiche e sociali. In Europa, ma soprattutto in Italia.

Secondo dati Ig Metall, a parità di motori prodotti, il fabbisogno di posti di lavoro per una motorizzazione diesel è di 10 persone, per una a benzina è di 3 persone, per un veicolo elettrico scende a una sola perona. Il che può voler dire oltre 70.000 posti di lavoro in meno in Italia nel giro di pochi anni.

Gli attori del settore riflettono sull’impatto di questa scelta per consumatori e per lavoratori. Come spiega all’Adnkronos Giuseppe Bitti, Managing Director di Kia Italia, quella intrapresa dall’Europa “è una scelta drastica ed eccessiva, con implicazioni profonde anche se con impatto diverso a seconda dei paesi”. “Il punto – spiega – non è per Kia: il nostro gruppo ha sposato il processo di elettrificazione con un maxi-piano di investimenti fino al 2026”: su questo approccio “noi ci siamo”, ribadisce “ma se ragioniamo a livello complessivo credo che sia un percorso ‘eccessivo’. Credo che qualcosa vada concertato mettendo insieme tutti gli interlocutori della filiera“. Sull’elettrificazione ‘forzata’ aggiunge l’ad di Kia Italia, “se in Europa si riuscisse a trovare una posizione unitaria si potrebbe fare qualcosa ma non so se questo potrà avvenire” visto che “alcuni gruppi hanno intrapreso una strada senza ritorno con investimenti importanti su auto e batterie”.

Bitti ricorda il possibile pesante impatto occupazionale di questo processo con il nodi di “come potrà essere riconvertita da qui al 2035 la filiera delle imprese legate alle auto ‘tradizionali’ “. Ricordando che “si parla di centinaia di migliaia di posti a rischio in Europa” Bitti osserva che “forse va ripensato l’intero sistema industriale per minimizzare la perdita di occupazione”.

Ma il manager pone anche l’accento sull’effettivo impatto di questa trasformazione: “Già oggi un’auto moderna Euro6d è validissima sul fronte dell’efficienza e ha nel suo ciclo di vita un impatto di emissioni equivalente a quello di una vetture elettrica”. Peraltro, aggiunge, “non dobbiamo poi dimenticare che la produzione di energia ‘green’ non è comunque priva di impatti importanti sull’ambiente. Spero che alla fine ci si metta intorno a un tavolo lasciando da parte gli aspetti più demagogici e strumentalizzati” per arrivare “a una condivisione delle tempistiche con un minimo di buon senso”. Peraltro con questa accelerazione sulle emissioni – aggiunge – a breve “sarà impossibile trovare un’auto sotto i 20-25 mila euro”. “E’ un processo non semplice che pagheranno i consumatori” spiega, ricordando che “oggi le auto elettriche sono più costose: ma domani con la normativa Euro7 si ridurrà la forbice di prezzo con le vetture ‘tradizionali’ “. “Da una parte quelle a zero emissioni diventeranno meno costose, per le economie di scala, mentre per quelle tradizionali, che dovranno rispettare le nuove normative, saliranno molto i costi di produzione visto che serviranno interventi molto onerosi sulle motorizzazioni”.

Federauto – che pure, spiega, “sostiene, in linea di principio, gli obiettivi e le ambizioni politiche generali del pacchetto ‘Fit for 55’” – si dice “tuttavia convinta che per raggiungere i traguardi climatici sia necessario un approccio più realistico, che tenga conto degli interessi di tutti gli stakeholder e dei consumatori, basato su di un mix tecnologico che abbracci tutte le soluzioni tecnologicamente compatibili”. “La decarbonizzazione del trasporto su strada – si osserva in una nota – non dovrebbe essere socialmente ed economicamente dirompente” soprattutto visto che “i recenti sviluppi come la pandemia e la guerra in Ucraina hanno aumentato le incertezze e le insicurezze”.

Per Federauto è “essenziale andare avanti offrendo un certo periodo di transizione adeguato, fondamentale per preparare le nostre attività alle sfide imminenti e garantire così manutenzione e riparazione altamente qualificate per le auto di domani”. Di qui alla luce della riunione del 28 giugno del Consiglio dei ministri europeo “Federauto rivolge un appello al Presidente Draghi ed al Governo italiano, affinché sostengano una revisione della decisione secondo un approccio più realistico e concreto, che tenga anche conto della posizione delicata della filiera automotive e delle gravi conseguenze che essa arrecherà al mercato interno e a tutta l’economia italiana”.

E di un rischio di ‘tragedia sociale’ ha parlato Paolo Scudieri, presidente dell’Anfia (Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica), ricordando che cmon l’elettrificazione forzata promossa dall’Europa “in Italia si mettono a rischio 70 mila posti di lavoro diretti creandone 6 mila, con un forte gap occupazionale””L’industria italiana – sottolinea Scudieri – vuole affrontare questa transizione che giudichiamo importante e necessaria. Ma “l’elettrico non può essere l’unica tecnologia” spinta dall’Europa – aggiunge – “servono tempi diversi e un atteggiamento olistico che consideri tecnologie come biocarburanti e idrogeno per equiparare una bilancia che oggi pende solo da una parte”.

Sull’elettrificazione ‘forzata’ al 2035 – spiega Michele Crisci, presidente dell’Unrae e Amministratore Delegato di Volvo Car Italia – “dobbiamo chiederci se 13 anni sono pochi o troppi” per arrivare allo stop alle vetture endotermiche: “Per me sono sufficienti, sono 2 cicli industriali e mezzo, ma sarebbe sano avere dei check point intermedi come sempre si fa sui piani a lungo termine”. Su questo processo – spiega – “la direzione è stata indicata: ora però ci vuole tutto il resto, i governi devono accompagnare questo processo, bisogna sviluppare le infrastrutture di ricarica e adeguare la fiscalità nazionale a livello europeo”.

“I governi dovrebbero ragionare come fanno le aziende: definire i target ma validare i piani strada facendo, adeguandoli alle condizioni esterne: oggi non riusciamo a fare obiettivi trimestrali o annuali, figurarsi a 13 anni”. “Insomma – evidenzia il manager – non sono spaventato dalle scadenze imposte dall’Ue ma più dal fatto che magari i vari governi possano non agevolare questa transizione, mentre invece devono capire che i trasporti sono fondamentali per l’economia mondiale, per l’Italia poi quelli su gomma sono cruciali”.

Immagine predefinita
radionoff
Articoli: 7319