La storia di “Ninco Nanco” secondo i vincitori

Giuseppe Nicola Summa, detto Ninco Nanco. Nacque ad Avigliano, allora provincia di Basilicata, il 12 aprile 1833, figlio di Domenico e di Anna Coviello. La famiglia apparteneva alle fasce più povere del mondo contadino lucano. I suoi membri si dividevano fra la lotta per la sopravvivenza, la solidarietà familiare e la criminalità rurale. In questi ambienti, il brigantaggio era da secoli un’occasione di arricchimento, o una speranza di promozione sociale. Uno zio morì latitante nelle campagne lucane. Un altro si fece brigante dopo alcuni omicidi e, almeno nelle memorie locali, fece fortuna con il banditismo. Giuseppe Nicola crebbe e si affermò nello stesso modo. Giovanissimo, fece umili lavori, come domestico e guardiano. Sposò una donna, Caterina Ferrara, dalla quale si allontanò dopo un paio di anni. Si diede spesso al gioco, mostrò atteggiamenti sfrontati e arroganti. A soli vent’anni, coinvolto in risse e sfide private, finì in prigione per aver ucciso un uomo a colpi di scure, forse per vendetta. Fu condannato a dieci anni di lavori forzati, forgiando nei bagni penali borbonici un carattere ancora più aspro e aggressivo. Nell’estate del 1860 il collasso degli apparati di sicurezza e delle istituzioni borboniche consentì una serie di evasioni di massa. Molti futuri quadri del brigantaggio, come Carmine Crocco e Cipriano La Gala, erano ex detenuti. Anche Summa riuscì a fuggire, alla fine dell’estate, e, come altri banditi, cercò di riciclarsi nelle fila degli unitari meridionali. In realtà, solo pochi vi furono accolti e senza nessun ruolo. A lui andò peggio. Prima fu respinto dai rivoluzionari del paese natale Avigliano (alcuni dei quali erano anche familiari delle sue vittime), poi fu allontanato da uno dei capi delle forze insorgenti lucane, Davide Mennuni. In quei mesi cominciò una piccola attività criminale di basso profilo, muovendosi nelle zone del Vulture e del Melfese. Nella zona si sviluppò parallelamente una consistente organizzazione cospirativa borbonica, animata da settori della nobiltà, del notabilato e dell’alto clero, tutti all’opposizione del nuovo Stato unitario. Erano mossi da ragioni diverse: la rabbia per le posizioni di potere perdute, l’odio per i nemici locali giunti al potere, la fedeltà all’antica dinastia e alla Chiesa di Roma. I borbonici sperarono di ravvivare e utilizzare l’antico brigantaggio, offrendogli una bandiera politica; di converso, ex banditi, ex militari e contadini trovarono lo spazio per diventare protagonisti di una mobilitazione politica o, più spesso, di una speranza di arricchimento o crescita sociale. Summa, conosciuto con il soprannome familiare di Ninco Nanco, si unì a Crocco, storicamente vicino ai Fortunato, una famiglia di nobili latifondisti fedelissima dell’assolutismo borbonico. Crocco fu arruolato e messo a capo dell’insurrezione legittimista. Summa fu al suo fianco nel gruppo di comando costituito con altri ex banditi come Vincenzo D’Amato e Michele De Biase. La prima campagna iniziò nell’aprile del 1861 con la marcia su Melfi, seguita da una lunga serie di attacchi a cittadine lucane e irpine. In realtà, furono sconfitti rapidamente, per la reazione dei regolari e dei volontari locali, ma fu un annuncio di quella che sarebbe diventata la guerra del brigantaggio. Summa diventò uno dei principali collaboratori di Crocco. La sua spietata determinazione, ai limiti della ferocia, lo fece salire rapidamente ai vertici dell’insorgenza borbonica. Nell’estate era al comando di una banda a cavallo. Il brigantaggio legittimista era convinto di poter tenere la campagna, in attesa dei rinforzi promessi dai borbonici. Per Summa, diventò occasione per affermarsi come leader, ottenere riconosciumenti sociali, praticare vendette e fare bottino. Il bandito organizzò anche l’attacco al suo paese (dove l’arciprete era un deciso militante borbonico), ma fu respinto. A ottobre giunse un gruppo di volontari carlisti, inviati da Francesco II e guidati dal generale José Borjes, ma erano poco più di una pattuglia. Crocco e il suo consigliere politico, il legittimista francese Olivier Marie Augustin de Langlais (‘Langlois’), decisero comunque di assecondare Borjes e tentare un’ultima offensiva. Summa partecipò alla nuova serie di attacchi lanciata dai due, essendo stato nominato comandante di un’improvvisata cavalleria. Ebbe un ruolo centrale negli scontri con i regolari e i volontari lucani, oltre che nei sanguinosi attacchi a paesi come Bella, Salandra, Ruvo del Monte, Pietragalla, che registrarono solo piccoli successi locali. Summa fu tra i più decisi a volere attaccare di nuovo proprio il suo paese, Avigliano, questa volta in massa. I briganti si scontrarono con una decisa e determinata reazione dei suoi concittadini e dei regolari, che li respinsero brutalmente. Pochi giorni dopo Crocco lasciò Borjes, che cercò di rientrare a Roma e finì fucilato dagli italiani. Il capo dei briganti sciolse il suo raggruppamento in una quarantina di bande, che si divisero il territorio tra la Lucania, l’alta Irpinia e le zone limitrofe del Salernitano e del Foggiano. Nel 1862 Summa era a capo di una banda a cavallo di una sessantina di elementi, cui si aggiunsero di volta in volta gregari temporanei e piccole bande locali. Quando si dovevano tentare colpi grossi o agguati alle forze di sicurezza italiane, si univa a Crocco e a capibanda come Giovanni Coppa, Giuseppe Schiavone, Teodoro Gioseffi. I briganti potevano contare sul sostegno dei manutengoli, il termine usato per connotare gli amici dei banditi (anche se tra questi erano notabili e religiosi). I briganti per tutto l’anno tennero la campagna con risultati alterni, mescolando un’attività di guerriglia, sostenuta dai borbonici e dai collaboratori locali, a una poderosa attività criminale a spese soprattutto degli unitari meridionali e delle popolazioni civili. Summa diventò uno dei più famosi briganti del Mezzogiorno, anche nelle cronache della stampa italiana ed europea. Per gli unitari era uno dei feroci e spietati scorridori delle campagne lucane, anzi forse il più violento. Fu protagonista di sanguinose vendette e atti crudeli, rapine, estorsioni, omicidi e stupri, un reato molto comune nelle incursioni dei briganti meridionali. Eppure il rapporto con le donne lo rese ammirato e temibile. Non ne mancavano tra i suoi gregari alcune, come Maria Lucia Di Nella, che diventarono famose nell’immaginario popolare. Nel gennaio del 1863 alcuni funzionari di polizia e dell’esercito, stanziati ad Avigliano, tentarono una trattativa per convincere Ninco Nanco ad arrendersi, forse ispirati da qualche notabile locale. Quando la delegazione, guidata dal capitano di fanteria Luigi Capoduro e dal delegato di polizia Costantino Pulusella, si recò in un bosco vicino, convinta di aver raggiunto il risultato, fu invece aggredita da Summa e dai suoi, seviziata e massacrata. I motivi non furono chiariti, ma non è escluso che la strage fosse collegata ai rapporti che il bandito aveva nel paese (come in tanti altri centri lucani) con sostenitori occulti, timorosi di vedere svelato il proprio ruolo. Summa continuò l’attività criminale e partecipò anche a diverse operazioni al fianco di Crocco. Tra queste, fece scalpore il massacro di uno squadrone di cavalleggeri di Saluzzo, nel marzo del 1863, i cui corpi furono fatti a pezzi. Summa fu coinvolto anche nel tentativo di ottenere la resa delle bande lucane subito dopo l’approvazione della legge Pica, nel settembre dello stesso anno. La trattativa si risolse in una farsa. I briganti si dileguarono, dopo aver festeggiato e circolato liberamente per qualche giorno a Rionero e nei paesi vicini. A gennaio del 1864 Summa partecipò a un’aggressiva incursione nelle pianure pugliesi. Fu la sua ultima cavalcata. Il generale Emilio Pallavicini di Priola aveva assunto il comando della colonna mobile Terra di Bari e fece terra bruciata intorno ai briganti, colpendo i loro sostenitori. Anche in Basilicata le bande furono costrette dall’azione di controinsurrezione a una serie ininterrotta di combattimenti, fino a logorarsi e dispendersi, mentre i loro sostenitori e parenti venivano arrestati. La banda di Summa fu sistematicamente attaccata e sfiancata, con perdite continue, prima tra la Puglia e il Materano, poi presso Avigliano. Anche i gruppi dispersi vennero sorpresi ed eliminati. All’inizio di marzo la guardia nazionale di Tricarico tese un’imboscata notturna a quello che restava della banda, disperdendola e ferendo anche il fratello di Summa, che qualche giorno dopo morì. Ninco Nanco, per motivi sconosciuti, forse perché sperava in qualche sostegno o ne era a conoscenza, si avvicinò al proprio paese con un paio di superstiti. L’intero territorio era battuto a tappeto dai regolari e dai paramilitari della guardia nazionale di Avigliano. Si erano consolidati odi feroci, e non mancavano neppure legami occulti. Summa si nascose nella capanna di un suo vecchio sostenitore. Il 13 marzo 1864 i militi e i carabinieri scoprirono il nascondiglio in frazione Frusci nei pressi di Avigliano, accesero un fuoco e lo costrinsero a uscire. Il brigante si presentò a mani alzate, ma, negli istanti successivi, un volontario lo uccise a sangue freddo. Le circostanze non furono mai chiarite, e da quel momento le congetture si sprecarono, tra chi parlò di vendetta, visto che Ninco Nanco aveva assassinato il cognato del milite, o tra coloro, come il comandante della guardia nazionale di Montemurro, che sostennero che avevano voluto chiudergli la bocca, per non scoprire un altro ufficiale, Benedetto Corbo, accusato di favorire i briganti. In ogni caso, la sua morte fu festeggiata dagli unitari lucani e dalla stampa italiana. Subito dopo l’uccisione, il corpo fu esposto trionfalmente ad Avigliano dalla guardia nazionale. Il giorno dopo fu portato a Potenza, dove l’uccisione fu celebrata con musiche e cortei.

Eugenio Bennato: “La ballata di Ninco Nanco”

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