La riunificazione tedesca tra grandi aspettative e cocenti delusioni

di Pasquale Angius

Alla fine degli anni Ottanta la Germania, o meglio la Repubblica Federale Tedesca, è una delle più potenti economie dell’Occidente, con una grande propensione all’export, una valuta forte e stabile, il Marco. Verso la fine del 1989 un evento storico inaspettato cambierà per sempre la storia della Germania e dell’Europa intera. Nell’estate del 1989 nella Germania dell’Est il regime comunista guidato da Erich Honecker si trova in grandi difficoltà. Il processo di riforme che Gorbaciov sta attuando in Unione Sovietica mette in crisi i paesi più fedeli all’ortodossia comunista, compresa la Germania Orientale. Anche l’opinione pubblica comincia a mobilitarsi e a Berlino Est, come in altre grandi città di quella che allora si chiamava Repubblica Democratica Tedesca − come Lipsia, Dresda, Rostock − si moltiplicano le manifestazioni popolari che chiedono una democratizzazione del regime e la possibilità di viaggiare. La gente scende in piazza al grido: “Wir sind das Volk”, il popolo siamo noi. Negli altri paesi limitrofi del blocco orientale il processo di riforme politiche sta prendendo piede con sempre maggior vigore. A settembre l’Ungheria apre i varchi di frontiera con l’Austria. Quella “cortina di ferro” calata nel cuore dell’Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale comincia a sgretolarsi. Anche nella SED, il partito comunista al potere nella Germania Orientale, si fanno sentire le istanze riformiste e nell’ottobre del 1989 Honecker viene costretto a dimettersi. Al suo posto viene eletto un riformista Egon Krenz. Il 9 novembre del 1989 fu indetta una conferenza stampa a Berlino Est per informare i media sulle nuove misure di liberalizzazione negli espatri per i cittadini della Germania Orientale. Günter Schabowski, fu lo sconosciuto funzionario della SED che diresse quella conferenza stampa. Ormai ci si avviava verso la conclusione, mancavano pochi minuti alle 19 quando un giornalista italiano dell’agenzia ANSA, Riccardo Ehrman, fece una domanda precisa chiedendo da quando le nuove regole sugli espatri sarebbero entrate in vigore. Schabowski fu preso in contropiede, sfogliò le carte che aveva davanti a sé poi diede la risposta: “Ab sofort”, che in tedesco significa da subito. Quelle due parole in pochi minuti fecero il giro del mondo rilanciate dalle agenzie, dalle radio e dalle televisioni di tutto il pianeta, e arrivarono anche alle orecchie di molti berlinesi dell’est. Nel giro di poche ore migliaia di cittadini tedesco-orientali si affollarono ai varchi di frontiera con Berlino Ovest. I Vopos, i miliziani della Volkspolizei, la polizia popolare che presidiava le frontiere, restarono interdetti e incerti sul da farsi. Non avevano ricevuto alcun ordine ma la pressione popolare si faceva sempre più massiccia e anche minacciosa. La situazione poteva degenerare in un bagno di sangue ma, a un certo punto, qualcuno prese l’iniziativa e furono alzate le sbarre che separavano le due metà di Berlino. Migliaia di persone attraversarono quella frontiera che era stata chiusa nel 1961 con la costruzione del Muro. Quella sera di follia collettiva fu l’inizio della caduta del Muro che nel giro di pochi mesi si cominciò a smantellare: fu l’inizio di quel processo storico che porterà nell’anno successivo, il 1990, all’unificazione tedesca. Uno dei retaggi più duri e crudeli della Seconda Guerra Mondiale, la divisione della Germania in due entità statali separate e nemiche, finiva per sempre. Con quell’evento finiva anche la Guerra Fredda. Ma in quell’anno fatidico per la storia tedesca ed europea, che va da quella conferenza stampa il 9 novembre del 1989 alla riunificazione politica della Germania il 3 ottobre del 1990, accadono parecchie cose sulle quali è importante soffermarsi. Spesso abbiamo letto sulla stampa italiana, che per imperscrutabili ragioni è in gran parte filogermanica, entusiastiche articolesse che ci spiegavano quanto fossero stati bravi i tedeschi a completare in pochi anni e con grande efficienza la riunificazione del loro paese mentre noi in Italia, a più di 150 anni dall’Unità, ci trascinavamo ancora il bubbone del Meridione, quel Sud Italia, dimenticato da Dio e dagli uomini, che era un’autentica palla al piede del paese. L’esaltazione del “modello tedesco” non trova però riscontro nella realtà storica. La riunificazione delle due germanie fu un processo lungo, complesso, faticoso, molto costoso e caratterizzato anche da grandi sprechi, errori e corruzione, tutti quei fenomeni che secondo alcuni sedicenti “autorevoli” opinionisti sarebbero caratteristiche tipicamente italiane. I compiti e le decisioni che in quel novembre del 1989 si trovò ad affrontare l’allora cancelliere della Repubblica Federale tedesca Helmut Kohl, furono di quelli da togliere il sonno. Si trattava tuttavia di un uomo politico preparato e molto capace, di orientamento conservatore, leader dell’Unione Cristiano-Democratica, un partito ideologicamente vicino alla Democrazia Cristiana italiana. Il primo problema che Kohl si trovò ad affrontare riguardava il futuro del suo paese. La caduta del Muro di Berlino significava che le due entità statali tedesche si sarebbero potute riunificare? Perché ciò avvenisse occorreva il beneplacito delle potenze che avevano vinto la Seconda Guerra Mondiale: Unione Sovietica, Stati Uniti, Regno Unito e Francia, ma anche degli altri paesi europei. Il nodo cruciale era quello sovietico. L’Urss aveva schierate in Germania Est decine di divisioni, quasi 400.000 uomini con migliaia di carri armati, cannoni, aerei. Ma da Mosca non ci furono obiezioni sostanziali. Gorbaciov e il suo entourage erano troppo impegnati a evitare la disgregazione dell’Unione Sovietica che sarebbe avvenuta poi l’anno successivo, nel 1991, per potersi occupare dei paesi satelliti. I sovietici non posero condizioni, chiesero soltanto che i tedeschi pagassero il trasferimento in patria delle loro truppe e dei loro armamenti. Gli storici ancora si interrogano se quella decisione di Gorbaciov fu un errore strategico, una lucida follia, un segno di debolezza o un’ingenuità. L’Urss era il paese che aveva pagato il prezzo più alto nella Seconda Guerra Mondiale − distruzioni immani e più di 25 milioni di morti − e dunque, al di là del dibattito storico che proseguirà, la decisione di Gorbaciov di dare il via libera alla riunificazione tedesca fu comunque, dal punto di vista sia politico che umano, un atto di grande generosità. Gli Stati Uniti non fecero obiezioni di alcun genere, valutando la situazione dal punto di vista strategico: per loro la priorità era l’arretramento politico e militare dell’Unione sovietica. Maggiori perplessità i tedeschi incontrarono negli altri paesi europei. La signora Thatcher, premier britannico, non si fidava dei tedeschi. Gli inglesi avevano combattuto e vinto due guerre mondiali contro quelli che la propaganda britannica chiamava “gli unni”, ma avevano perso l’impero. Il presidente francese Mitterand, che tra l’altro aveva combattuto contro i tedeschi nella Seconda Guerra Mondiale ed era stato gravemente ferito, temeva la rinascita del nazionalismo tedesco. L’italiano Giulio Andreotti andava ripetendo con il suo tipico sarcasmo al limite del cinismo: «Amo talmente la Germania che sono contento ce ne siano due». Alla fine i leader europei acconsentirono alla riunificazione a condizione che la Germania unita, in un certo senso si “annacquasse” all’interno di un’Unione Europea che avrebbe dovuto accelerare sulla via dell’integrazione sia economica ma anche politica. Ma di questo argomento parleremo più avanti. Un secondo grande problema che si trovò ad affrontare Kohl fu di natura economica. La Germania orientale era un Paese più povero, con un sistema produttivo quasi interamente di proprietà statale, con una valuta, il Marco orientale, che non era convertibile e aveva un cambio fittizio con il Marco occidentale. La gran parte degli economisti tedeschi e anche personalità come il governatore della Bundesbank, la banca centrale tedesca, consigliarono a Kohl prudenza e gradualità. Trasformare un ex paese comunista in un paese capitalista era un processo storico complicato che poteva avere successo soltanto se ci si fosse mossi con grande cautela. Il problema era che i tempi dell’economia non si accordavano con i tempi della politica e soprattutto con le grandi aspettative che avevano i cittadini dell’est. Quelle migliaia di tedeschi orientali che improvvisamente potevano viaggiare nella Germania Ovest senza più restrizioni di carattere legale si trovavano però di fronte a una restrizione altrettanto sostanziale: i loro soldi, i Marchi orientali cambiati al mercato nero valevano un decimo del Marco occidentale. I tedeschi dell’est potevano liberamente girare per le città occidentali, ammirare le vetrine dei negozi con l’esposizione di ogni genere di merce che la società dei consumi capitalista metteva in bella mostra ma il loro potere d’acquisto era basso, erano poveri. Il primo effetto di quella consapevolezza portò nei primi mesi dopo la caduta del Muro decine di migliaia di tedeschi orientali, soprattutto giovani, a emigrare all’ovest. Kohl a quel punto prese una decisione storica: il cambio 1 a 1 tra Marco occidentale e Marco orientale. I tedeschi dell’est non dovevano sentirsi cittadini di serie B, le grandi aspettative che si erano formate nell’opinione pubblica tedesco-orientale non potevano restare deluse. Quella decisione, forse politicamente obbligata, dal punto di vista economico si rivelò però un disastro anche se tutti se ne accorsero non subito ma nei mesi successivi. Il primo luglio del 1990 il Marco occidentale fu introdotto anche nella Germania Est con un cambio 1 a 1 per salari, prezzi e depositi bancari fino a un certo importo. Qualche mese dopo, il 3 ottobre del 1990, le due Germania furono riunificate. Fu anche creato un apposito organismo, il Treuhandanstalt, con il compito di gestire il passaggio dell’intera Germania Est dall’economia pianificata all’economia capitalista. Compito principale di quell’ente era di procedere alla privatizzazione di fabbriche, terreni e immobili di un intero paese. La prima conseguenza del cambio 1 a 1 fu che i cittadini dell’est videro improvvisamente crescere enormemente il loro potere d’acquisto: adesso potevano permettersi di acquistare, anche con i loro salari più bassi rispetto a quelli dell’ovest, molti di quei beni che avevano ammirato nei negozi occidentali ma che prima costavano troppo. Il problema è che ognuno di noi, dal punto di vista economico, non è soltanto un consumatore. Siamo consumatori quando andiamo in un qualsiasi negozio per comprare qualcosa ma, a meno che non abbia la fortuna di poter vivere di rendita, siamo anche produttori, perché lavoriamo da qualche parte e produciamo beni e servizi che poi vanno venduti. Il cambio repentino di 1 a 1 tra Marco orientale e Marco occidentale aveva causato anche un altro fenomeno. I beni prodotti dalle aziende della Germania orientale, dalla sera alla mattina, avevano subito una rivalutazione del 350%. Nel giro di una notte l’intero sistema produttivo della Germania orientale era stato messo fuori mercato. Spieghiamo meglio facendo un semplice esempio. Se un’azienda della Germania Est produceva scarpe che costavano, mettiamo, 100 Marchi dell’Est con il cambio 1 a 4, in marchi occidentali venivano a costare 25 Marchi, ma dopo la rivalutazione costavano 100 marchi, quattro volte di più. La stessa cosa successe per ogni tipo di bene e servizio prodotto nella Germania dell’Est e il risultato fu che nell’arco di pochi mesi gran parte delle aziende tedesco orientali chiusero e licenziarono i loro dipendenti. In un colpo solo le aziende della Germania orientale persero la capacità di vendere i loro beni sul mercato interno perché i loro prezzi erano aumentati di quasi 4 volte e a parità di prezzo i consumatori tedesco-orientali preferivano i prodotti occidentali che avevano anche il pregio della novità. Ma con i prezzi moltiplicati non riuscivano più nemmeno a esportare i loro prodotti né nella Germania occidentale, né negli altri paesi dell’ex area comunista per cui furono costrette a chiudere. Molti di quei tedeschi dell’est che a inizio del 1990 guardavano le ricche vetrine occidentali e speravano di potersi comprare quei beni furono contenti quando dal primo luglio 1990 i loro stipendi furono cambiati in Marchi occidentali, ma la festa durò poco: nel giro di pochi mesi gran parte di loro restarono senza lavoro e quindi tornarono poveri dovendo sopravvivere con i sussidi sociali. Si calcola che negli anni successivi più del 50% dei tedeschi dell’est perse il suo lavoro e dovette riconvertirsi o vivere di cosiddetti mini job, lavoretti o sussidi. La Germania Est divenne il Mezzogiorno della Germania riunificata. Intere aree del paese si spopolarono, circa 2,3 milioni di persone su una popolazione totale di circa 16 milioni, emigrò nelle regioni occidentali. In alcune città, per evitare il tracollo dei valori immobiliari causa spopolamento, si arrivò addirittura ad abbattere numerosi edifici: quasi 400.000 unità abitative sono state distrutte in questo modo. Si investirono centinaia di miliardi per ricostruire o ammodernare le infrastrutture: strade, ferrovie, reti telefoniche, porti, aeroporti, acquedotti, reti fognarie. I tassi di disoccupazione nei Länder, cioè le regioni orientali, erano cinque, sei volte superiori al resto del paese. Gli stipendi erano più bassi di un 20% circa, l’età media della popolazione più elevata, anche perché gran parte di coloro che emigrarono erano persone sotto i 40 anni: i tassi di natalità crollarono. Le grandi aspettative iniziali si trasformarono con gli anni. prima in delusione, poi in nostalgia per la vecchia Germania comunista, quella che fu chiamata “Ostalgie”, una crasi tra la parola Ost che significa Est e Nostalgie che significa nostalgia. Poi con il passar del tempo le nuove generazioni che la Germania comunista non l’avevano conosciuta riversarono il loro risentimento, la loro rabbia, contro gli immigrati dando il loro consenso a partiti di estrema destra come il famigerato Alternativ für Deutschland che in alcune zone della Germania Est ha raggiunto percentuali elettorali del 25%. La riunificazione tedesca non fu, come qualcuno ha detto, una riunificazione ma un vero e proprio Anschluss, un’annessione, se non addirittura una vera e propria operazione di tipo paracoloniale. Tra i numerosi esempi che si possono citare basti dire che gli impiegati statali dell’ovest che venivano, dal 1990, trasferiti nei Länder orientali del paese, ricevevano un’apposita indennità che chiamavano “Bushzulage”, che tradotto significa “bonus savana”, lo stesso termine che usavano i funzionari tedeschi per definire i vantaggi economici riservati a coloro che nell’Impero guglielmino venivano mandati a prestare servizio nelle colonie africane. Le aziende tedesco orientali fallite e passate sotto la gestione del Treuhandanstalt furono svendute o cannibalizzate dalle aziende della Germania occidentale. Lo stesso accadde per le aziende bancarie e assicurative, per gli immobili, le aree commerciali, gli stabilimenti. Un grande affare per pochi, un pessimo affare per i cittadini tedesco orientali. Il tutto accompagnato, come sempre accade in queste situazioni, da scandali, ruberie, sprechi e da mandrie di faccendieri, arraffoni, opportunisti, mariuoli, a dimostrazione che, come dice il saggio, è l’occasione che fa l’uomo ladro e non l’origine etnica. Tutto ciò è costato ai contribuenti tedeschi sinora più di 2.000 miliardi di euro. Ancor oggi i cittadini tedeschi pagano una tassa di solidarietà del 5,5%. Il divario tra le due parti del paese è ancora molto forte, a est c’è una percentuale molto elevata di popolazione che vive di sussidi o di mini job, lavoretti a cui corrispondono anche dei mini salari. La Germania riunificata politicamente resta divisa dal punto di vista sociale, culturale ed economico. Soltanto 7 delle 500 maggiori aziende tedesche hanno la loro sede a est.

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