La politica ha da sempre cercato di restare a galla

Il 1898 fu uno degli anni più difficili per l’Italia che già da circa dieci anni viveva sotto tensioni e rivolte. In ogni città del regno c’erano sommosse, la protesta cresceva da per tutto e a Milano, nel mese di maggio culminò in quella che fu chiamata la “rivolta del pane” che in realtà fu una violenta rivolta popolare che si protrasse per quattro drammatici giorni. Dal 6 al 9 i lavoratori invasero le strade, si scontrarono contro la polizia e i militari, esasperati, rivendicavano una condizione di lavoro più umano e più di tutto contro l’aumento del prezzo del pane. Per reprimere questa grande rivolta fu incaricato il generale Fiorenzo Bava Beccaris il quale avendo ottenuto pieni poteri pensò bene di bombardare a cannonate la folla. La politica italiana, in quel momento, era governata da  Antinio Starabba marchese di Rudinì che, in qualità di Presidente del Consiglio dei ministri, era già stato in cariche dal 6 febbraio 1891 e rimase fino al 15 maggio 1892. Varie vicende (molto simili a quelle che ha vissuto e vive la nostra attuale situazione politica), hanno riportato il Rudinì a riassumere l’incarico di capo del Governo dopo che era riuscito a realizzare “un improbabile altalena di alleanze” e vi restò dal 10 marzo 1896 al 29 giugno 1898. Questo nuovo Governo, le sue differenze e i suoi contrasti li mostrava in ogni occasione e in ogni modo e in maniera sempre più plateale. La Destra Storica cercava, con ogni mezzo, di distinguersi da tutti quei partiti di massa che, in seguito, verranno qualificati come schieramenti politici di destra e che si consolideranno specie dall’Unità d’Italia fino al primo ventennio del ventesimo secolo. Sulle “improbabili alleanze” e sulla necessità di stringerle non mancarono in quei tempi e in particolare si distinse la rivista satirica “La Rana” di Bologna che titolava un articolo riguardante il Governo: L’ultimo atto dell’Otello di Rudinì (il riferimento è alla vicenda di Desdemona e Otello, resa popolare dall’opera lirica di Verdi, del 1887) mostrando come arma delle nuove elezioni un “pugnale” col quale Rudinì colpisce alle spalle la Camera dei Deputati in accordo con Zanardelli, Giolitti e Cavallotti, con lo sgomento di  Crispi e Sonnino. Questo perché Rudinì, come esponente della Destra che aveva intrapreso una politica di disimpegno coloniale (facendo infuriare il re Umberto I), non aveva esitato ad allearsi con altre forze: per esempio nel 1897 avviò una crisi che favorì i radicali di Cavallotti. Successivamente il Presidente Rudinì realizzò una infinita serie di “rimpasti” fino al punto di dimettersi dall’incarico. Successe, ne più ne meno, ciò che in questi ultimi anni è successo con i Governi Conte. E qui ci viene da pensare: “Ma qualcuno ha letto Gianbattista Vico?”.

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