La personalità è un’organizzazione multifattoriale propria di ogni essere umano capace di guidare il modo di percepire e agire nel modo e di rendere unici

La personalità è un’organizzazione complessa di modi di essere, di conoscere e di agire che assicura unità, coerenza e continuità, stabilità e progettualità alle relazioni dell’individuo con il mondo (Caprara, Gennaro, 1994). Ad oggi in letteratura è largamente condiviso che la personalità sia una costruzione che occorre nel corso dello sviluppo dell’individuo attraverso continue interazioni tra individuo e ambiente.
Il termine personalità deriva dalla parola latina “persona”, con cui si indicavano le maschere che gli attori indossavano per rappresentare parti diverse. In tal senso, il termine latino “persona” da una parte fa riferimento ai ruoli che possono essere giocati da diversi attori, dall’altro richiama alcuni modi di sentire e di agire che possono essere simili in più individui. Parlando di personalità, d’altro canto si possono evidenziare anche gli aspetti unici che contraddistinguono ciascun individuo, pur riconoscendo aspetti di similarità con gli altri individui.
Considerando la prospettiva scientifica della psicologia della personalità, possiamo definire la personalità come un’organizzazione di modi di essere, di conoscere e di agire che assicura unità, coerenza e continuità, stabilità e progettualità alle relazioni dell’individuo con il mondo (Caprara, Gennaro, 1994). Ad oggi in letteratura è largamente condiviso che la personalità sia una costruzione che occorre nel corso dello sviluppo dell’individuo attraverso continue interazioni tra individuo e ambiente.
Vale la pena soffermarsi sul costrutto di temperamento. Il temperamento rappresenta una serie di aspetti congeniti non mediati dalla cultura ed è la diretta esplicitazione di caratteristiche innate nell’individuo. La descrizione del temperamento umano risale ad Ippocrate, intorno al 400 a.C. Secondo Ippocrate, alla base dei temperamenti umani vi era la teoria dei quattro umori. Nel corpo circolano quattro umori: il flegma (la linfa), il sangue, la bile gialla e la bile nera. Se tra i quattro fluidi c’è equilibrio, si avrà uno stato di buona salute, altrimenti, si crea uno squilibrio che determina la tendenza a malattie. E non solo, la diversa concentrazione di un determinato umore porta alla presenza di un certo di temperamento. Si posso formare, così, quattro temperamenti diversi, visibili come carenza di armonia complessiva dei liquidi: flegmatico, sanguigno, bilioso e melancolico.
Più recentemente Cloninger definisce la personalità come divisa in due distinte dimensioni psicobiologiche: il temperamento e il carattere (Cloninger,1993). Secondo questa teoria, definita bio-psicosociale, il temperamento riflette una base biologica e determina la spinta ad agire in diversi modi, il carattere, invece, sarebbe il risultato dell’interazione della persona, in base alle sue attitudini con l’ambiente. Il temperamento, dunque, è individuabile già dall’infanzia e resta stabile per tutto il corso della vita poiché ha caratteristiche biologiche ereditabili (studi sui gemelli riportano un ereditabilità dei tratti compresa tra il 40 e il 60% e sono alla base dell’attivazione o dell’inibizione di un comportamento; Cloninger 1993). Per Cloninger il carattere di un individuo dipende fortemente dall’influenza che l’ambiente esercita durante la sua infanzia e la sua adolescenza ed è quindi legato alla storia presentata e al patrimonio culturale appreso durante lo sviluppo. Per Cloninger la Personalità, dunque, è la combinazione tra Temperamento e Carattere, per cui è da considerarsi un concetto tipicamente dinamico nell’arco di vita di una persona.
Lo studio della personalità dal punto di vista scientifico si muove entro due poli: la struttura e la dinamica della personalità.
La struttura della personalità fa riferimento a come la personalità si presenta e si manifesta nei tratti di personalità. Il tratto è una disposizione ad agire in modo relativamente indipendente dal variare delle situazioni e dei contesti, ovvero una tendenza ad esperire e regolare emozioni e affetti, a elaborare informazioni e ad agire in modo sostanzialmente uniforme. Diverse teorie e autori hanno tentato di spiegare la personalità in riferimento ai tratti, con prospettive differenti riguardanti la natura e l’origine dei tratti, nonché la loro numerosità.
La dinamica della personalità invece si occupa del funzionamento della personalità come sistema in grado di riflettere su sé stesso e di interagire con l’ambiente in vista del perseguimento di determinati scopi. La dinamica della personalità fa riferimento quindi ai processi e ai meccanismi che presiedono alla costruzione dell’identità, che regolano le condotte e consentono all’individuo di adattarsi e di soddisfare i propri bisogni, che sorreggono disposizioni e strategie le quali danno continuità e stabilità all’esperienza individuale.
Vari autori e indirizzi della psicologia della personalità hanno affrontato lo studio della stessa nei suoi aspetti strutturali, cioè in termini di architettura di disposizioni. Tali indirizzi condividono l’assunto che vi sia una struttura latente di tratti o di disposizioni di base che rende conto delle condotte e delle manifestazioni psicologiche.
Tra questi Gordon Allport definisce i tratti come unità fondamentali della personalità, distinguendoli in tratti individuali, comuni, cardinali, centrali e secondari. I diversi tipi di tratti in varia misura dirigono il comportamento e contraddistinguono gli individui e le personalità.
Altri autori, come Eysenck, Cattel e Guilford hanno teorizzato vere e proprie tassonomie della personalità, utilizzando l’analisi fattoriale per lo studio della personalità allo scopo di ridurne le manifestazioni fenomeniche alle fondamentali dimensioni latenti della stessa. Con il termine tratti si è soliti indicare quelle caratteristiche della personalità, per lo più ritenute di origine genetica (Eysenck, 1990), e quindi difficilmente modificabili, che influenzano il comportamento umano in modo stabile. I tratti si oppongono agli stati che sono definiti come disposizioni transitorie della personalità e, in quanto tali, sono, facilmente modificabili.
Di conseguenza, secondo tale approccio la personalità è data dalla somma dei tratti di un individuo che sarebbero in grado di spiegare il comportamento osservato. Quindi, i tratti rappresentano variabili latenti (ossia non osservabili direttamente) che spiegano il comportamento umano manifesto. Ad esempio, Cattel identifica 16 tratti primari costitutivi della personalità, e misurabili soprattutto dal test 16 PF (Cattell, Eber e Tatsuoka, 1970), un questionario costituito da 200 item e dove per PF sta per Fattori della Personalità. Secondo Cattell i tratti primari costitutivi della personalità sarebbero sedici, alcuni dei quali sono : A – distaccato, freddo; B – superficiale, intelligente; C – immaturo, labile.
Più tardi Eysenck presentò la teoria trifattoriale, cioè basata su tre fattori: Estroversione (E), Nevroticismo (N) e Psicoticismo (P). Eysenck nell’arco della sua attività scientifica ha costruito una serie di test di personalità atti a misurare questi tre fattori, ciascuno dei quali era un miglioramento rispetto ai precedenti. Si tratta di pochi tratti non in grado di coprire tutto l’insieme delle caratteristiche individuali.
Diversi studi sono ad oggi concordi e in letteratura vi è un significativo grado di convergenza riguardo teoria dei Big Five in quanto teoria utile per l’identificazione e la descrizione dei principali fattori generali della personalità.
Come accennato poc’anzi, allo stato attuale, la teoria dei cinque grandi fattori della personalità (teoria dei Big Five) è considerata quella maggiormente in grado di spiegare più variabilità individuale tra i soggetti in termini di fattori di personalità. Il termine Big Five è stato usato per la prima volta da Goldberg (1981), anche se fu Norman (1963) a dar inizio ad un lavoro approfondito sui cinque grandi fattori. Questa teoria elaborata da McCrae e Costa risulta, tra i modelli incentrati su un approccio nomotetico allo studio della personalità, uno dei più condivisi e testati sia a livello teorico che empirico.
Secondo questa teoria vi sono cinque grandi fattori della personalità che rappresentano il punto di convergenza delle teorie dei tratti precedentemente presentate. Le 5 dimensioni elencate di seguito, corrispondono alle macro-categorie più usate per descrivere le diversità tra individui.

Le cinque categorie di dimensioni sono:

  1. Estroversione – Introversione: tale dimensione fa riferimento a un incontro entusiasta del sé con le circostanze della vita, la maggior parte delle quali risulta di natura interpersonale. Il polo positivo di questo fattore è rappresentato dall’emozionalità positiva e dalla socialità, laddove quello negativo è rappresentato dall’introversione, ossia dalla tendenza ad “esser presi” più dal proprio mondo interno che da quello esterno. Tale costrutto include anche l’assertività e il livello di attività inteso come tendenza ad essere attivamente impegnati.
  2. Amicalità (o anche Gradevolezza- Ostilità): il polo positivo di questo fattore è rappresentato da cortesia, altruismo e cooperatività, cordialità; il polo negativo implica ostilità, insensibilità e indifferenza, cinismo.
  3. Coscienziosità: con tale dimensione si intende la capacità di autoregolazione dell’individuo che si esprime in aspetti di tipo inibitorio (come l’affidabilità, la scrupolosità, la puntualità) e in aspetti di tipo proattivo (come la capacità di dirigere le proprie energie e azioni verso mete e obiettivi). Questo fattore contiene nel suo polo positivo gli aggettivi che fanno riferimento alla scrupolosità, alla perseveranza, alla affidabilità ed alla autodisciplina e, nel suo polo negativo, gli aggettivi opposti.
  4. Nevroticismo – Stabilità emotiva: il polo positivo di questo fattore è rappresentato dalla stabilità emotiva, dalla dominanza e dalla sicurezza. Il polo opposto è rappresentato da vulnerabilità, insicurezza ed instabilità emotiva.
  5. Apertura all’esperienza: il polo positivo di questo fattore è rappresentato da creatività, anticonformismo ed originalità. Il polo opposto è, invece, identificato dalla chiusura all’esperienza, ossia dal conformismo e dalla mancanza di creatività ed originalità.
    La valutazione della personalità attraverso il modello dei Big Five può avvenire mediante la compilazione da parte del soggetto di un questionario (strutturato attraverso la scala di Likert), oppure mediante la valutazione della condotta in un contesto di simulazione (come ad esempio l’Assessment center). In specifico, per la valutazione dei Big Five, ritroviamo in letteratura due questionari generalmente utilizzati. Il primo è il NEO Personality Inventory di Costa e McCrae e il secondo è il Big Five Questionnarire (BFQ di Caprara, Barbaranelli e Borgogni). Entrambi i questionari includono un’articolazione ulteriormente specifica dei cinque fattori fondamentali in diverse sottodimensioni, che consentirebbero quindi una descrizione più dettagliata della personalità.
    Per gli autori della versione italiana del BFQ, ognuna di queste cinque dimensioni è costituita di due sottodimensioni così definite:
  6. Estroversione: dinamismo, dominanza
  7. Amicalità: cooperatività/empatia, cordialità/ atteggiamento amichevole
  8. Coscienziosità: scrupolosità, perseveranza
  9. Stabilità emotiva: controllo delle emozioni, controllo degli impulsi
  10. Apertura mentale: apertura alla cultura, apertura all’esperienza.
    I fattori della teoria dei Big Five sono stati riscontrati in diverse popolazioni e in diversi contesti linguistico-culturali, in diverse età e in diversi studi basati sia su questionari che sul linguaggio naturale.
    L’approccio psicodinamico nei suoi vari indirizzi si è focalizzato nello studio della personalità sul tema del conflitto tra conscio, preconscio e inconscio. In particolare, partendo dal sistema freudiano il concetto di pulsione è al centro della personalità in quanto rappresentazione psichica dei bisogni somatici e determinanti della condotta. La personalità si configura quindi come un’organizzazione che deriva dalla necessità di soddisfare i bisogni dell’organismo in concorrenza tra loro e tenendo conto di limitate risorse dell’ambiente. Nel corso dello sviluppo la personalità si articola in tre istanze psichiche differenti: l’ES, matrice originaria pulsionale che funziona sulla base del principio del piacere e che mira alla totale e completa soddisfazione pulsionale; l’IO, istanza razionale in cui la soddisfazione pulsionale viene mediata nell’ambiente attraverso il principio di realtà e i meccanismi di difesa; il SUPER-IO che si sviluppa in funzione dell’interiorizzazione delle norme e dei valori morali, implicando il modello idealizzato dell’IO. Secondo l’approccio freudiano, la personalità si evolve sulla base di una serie di bisogni, che caratterizzano le diverse fasi di sviluppo dell’individuo (orale, anale, fallica).
    Nell’ambito psicodinamico moltissimi autori hanno dato luogo a teorizzazioni, articolazioni e indirizzi diversificati, come ad esempio, Carl Gustav Jung, l’indirizzo della psicoanalisi dell’Io (Anna Freud, David Rapaport) e l’indirizzo della psicoanalisi delle relazioni oggettuali (ad esempio Donald Winnicott e John Bowlby) che sposta il focus della nascita della personalità alle primissime esperienze relazionali infantili dell’individuo.
    Il comportamentismo nello studio della personalità fa riferimento all’assunto secondo cui fondamentalmente la personalità sarebbe il risultato delle influenze esercitate dall’ambiente e degli apprendimenti. Il focus si sposta dunque sull’acquisizione di abitudini e sulle situazioni in cui si manifestano le condotte e i comportamenti. Secondo il comportamentismo classico la personalità corrisponde a una serie di abitudini e di apprendimenti che si sono consolidati sulla base di rinforzi positivi e negativi.
    La teoria cognitivo sociale considera sempre fondamentale l’influenza dell’ambiente nella costruzione della personalità, ma entra in gioco la mediazione di un apparato mentale in grado di elaborare, assimilare e trasformare i significati relativi alle influenze contestuali e la capacità di autoregolazione dell’individuo in funzione dell’interiorizzazione delle norme e dei modelli.
    Bandura individua alla base della condotta fattori personali e ambientali, secondo un meccanismo di interdipendenza definito “reciproco determinismo triadico”, tra condotta, personalità e ambiente. Nell’approccio della teoria cognitivo-sociale allo studio della personalità viene teorizzato un meccanismo chiave nella regolazione della condotta: l’autoefficacia percepita, intesa come fiducia nelle proprie capacità di poter organizzare e gestire la propria condotta verso il raggiungimento di un obiettivo. Le convinzioni di autoefficacia si basano sull’interdipendenza tra fattori personali e ambientali e rappresentano predittori della condotta e delle differenze individuali.
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