“La letteratura del viaggio” di Gaetano Fierro

In un interessante libro sui viaggiatori, intitolato “Abroad”
(All’esterno), Paul Fussell, l’autore, interrogandosi sulla parola
francese travaille e su quella inglese travel, cioè viaggio nella
nostra lingua, afferma che il viaggiatore è colui che per muoversi
da un luogo ad un altro sopporta un travail, cioè un lavoro: parola
derivante dal latino tripalium che, tradotto in italiano, significa
strumento di tortura, di sofferenza.
Da questa premessa si deduce che il viaggio non è solo una
occasione di evasione ma, anche, una occasione di fatica, di sicuro
disagio fisico da parte di chi si mette in cammino.
A partire dal ‘700 per viaggiare all’esterno le condizioni non erano
delle più favorevoli per la preoccupazione di poter incorrere in
percorsi pericolosi e disagevoli. Pertanto era sconsigliato partire
anche per la mancanza di un minimo di sicurezza che potesse
garantire la incolumità fisica di chiunque.
Solo verso la fine del ’700 i viaggiatori cominciano a spingersi
verso località meno conosciute e primitive per il forte desiderio di
entrare in contatto con la natura selvaggia e incontaminata ivi
esistente.
All’inizio dell’800 non sono più soltanto gli aristocratici ed i ricchi
borghesi che viaggiano; ad essi si aggiungono giovani letterati,
scienziati e giornalisti che cominciano ad analizzare anche la realtà
quotidiana, la topografia, le tradizioni socio-economiche, dando
luogo ad una produzione molto più composita nel campo del sapere.
Chi si avvantaggia del forte desiderio di andare oltre, di sfidare
l’incognito, è il viaggiatore che materializza, al di fuori della
fantasia, la sete di avventura trasferita in moltissime esperienze e
testimonianze letterarie.
La letteratura del viaggio in pieno Romanticismo diventa una moda
negli ambienti culturali e nel mercato del libro.
La conferma è data dalla produzione delle case editrici e dai critici
letterari che considerano la travel literature non un sottoprodotto
della cultura classica bensì un filone particolare che aiuta a scoprire
orizzonti nuovi nel campo delle conoscenze e della formazione
individuale in generale.
Intere generazioni scoprono e si avvicinano alla lettura dei libri di
viaggio, comunemente dei romanzi di avventure, dove si
imbattono, restandone ammaliati, nella fantasia di Emilio Salgari
che fa di SandoKan il suo mito, nella satira sociale di Jonhatan
Swift con “I viaggi di Gulliver”, nella inverosimile capacità di
sopravvivenza di “Robinson Crosue” a cura di Daniel Defoe, nella
cinica vendetta de “Il conte di Montecristo” di Alexandre Dumas
o nelle originalità di altri scrittori che infittiscono con le loro storie
la travel literature.
Per carità di patria non vanno dimenticati “La Divina commedia”
di Dante Alighieri, “Il milione” di Marco Polo, l’ “Odissea” di
Omero e “Il giro del mondo in 80 giorni” di Giulio Verne che
raccontano, con largo anticipo, le emozioni, le virtù e i difetti
dell’essere umano nel corso dei tempi.
Chi rende plastico il significato del viaggio, ci piace ricordarlo, è
Jorge Luis Borges quando afferma: “Il viaggio è il pentagramma
della conoscenza, il rollino di marcia della mente, dell’intelletto,
che si interroga sulla natura delle cose e cerca di darsi una o più
risposte in relazione alle impressioni riportate dall’osservazione
compiuta da due o più punti prospettici”.
Nel corso di questo excursus abbiamo notato che il libro di viaggio
muta genere in base all’argomento che l’autore tratta: per questo
diciamo che Swift ha scritto un testo satirico sulla società inglese,
Dumas, invece, racconta, in chiave biografica, l’avventura del
giovane Edmond Dantes. Due romanzi di viaggio, differenti per fini
e linguaggio.
Alla luce di questo paragone, altri romanzi di viaggio ci piace
catalogare e, per il solo gusto di farlo, citiamo taluni scrittori che
hanno fatto del viaggio il loro cavallo di battaglia.
Wolfang Goethe. Lo scrittore tedesco, autore de “Viaggio in
Italia” pubblica in due volumi il resoconto di un tour, fatto per
spirito di evasione, nella nostra penisola tra il settembre 1786 e il
18 giugno del 1788.
Goethe imprime una svolta al modo di raccontare le storie di un
viaggio, rendendosi – come autore – invisibile e accogliendo in sè
le virtù artistiche e naturali dei luoghi visti nella loro oggettività.
L’ego, ad esempio, tanto esaltato da Stern e da Lord Byron, da
Goethe viene sfumato, così pure le forzate emozioni che, invece,
abbondano nel Grand Tour.
Wolfang Goethe nel suo “Viaggio in Italia”, asserisce: “eccomi ora
a Roma… Tutti i sogni della mia giovinezza ora li vedo vivi… Tutto
è come lo immaginavo, e tutto è nuovo. Altrettanto posso dire delle
mie osservazioni e delle mie idee. Non ho avuto nemmeno un
pensiero completamente nuovo, non ho trovato nulla di
completamente estraneo a me, ma i pensieri antichi mi sono
diventati così precisi, così vivi, così concatenati l’un l’altro, che
veramente possono passare per nuovi. Tutti questi tesori non li
porterò con me a vantaggio mio soltanto … e perchè possano
servire per tutta la vita, a me e ad altri, di guida e di sprone”.
Tutte le città e regioni affascinano Goethe: anche la Sicilia, che
allora era trascurata dai viaggiatori del Grand Tour, appare
fondamentale a Goethe: “Senza veder la Sicilia, non ci si può fare
un’idea dell’Italia. È in Sicilia che si trova la chiave di tutto”. È in
Sicilia che Goethe viene per la prima volta a contatto diretto con il
mondo ellenico attraverso la Magna Grecia, è qui, davanti ai
possenti templi di Segesta, al sarcofago d’Ippolito, ai vasi di foggia
corinzia, che Goethe coglie, probabilmente, in tutta la sua portata il
concetto storico di stile derivato da Winckelmann. Sarà da questo
concetto di stile che Goethe trarrà anche un parametro per definire
il bello: “L’impressione del bello, del sublime, per quanto benefica,
ci turba proviamo il desiderio di esprimere a parole la nostra
intuizione; ma per questo bisogna anzi tutto conoscere; intuire,
comprendere; così cominciamo a dividere, a distinguere, a
ordinare, e anche questo, se non impossibile, ci riesce
estremamente difficile, in modo che finiamo col ritornare alla pura
ammirazione, che contemplando gioisce. Ma l’azione più decisa di
tutte le opere d’arte appunto quella di trasportarci nelle condizioni
del tempo e degli individui che le hanno prodotte”.
Tuttavia al centro del suo interesse rimane Roma che era il centro
artistico di tutto il mondo e dove Goethe solo era stimolato dalla
presenza di opere d’arte di ogni epoca, ma anche da tutta una
cerchia di amici, artisti anch’essi, con cui aveva instaurato un
dialogo fecondo sia per lui sia per gli altri. “Si io posso dire che
solo a Roma ho provato che cosa propriamente voglia dire essere
un uomo. A tanta altezza, a tanta felicità di sentimento io non sono
arrivato più. Paragonandomi qui a come mi sentivo in Roma, posso
dire che dopo d‘allora effettivamente io non sono stato più lieto”.
Ed è qui che Goethe si rende definitivamente conto di essere poeta
e non pittore, anzi il secondo soggiorno romano è stato visto
all’insegna della rinuncia alla pittura.
8
Francesco Vettori. Ozioso ambasciatore della Repubblica
fiorentina del 1400, trascorre le sue giornate tra bettole ed osterie,
facendosi raccontare dai viandanti che incontra esperienze di vita o
novelle tramandate.
Vettori le raccoglie in un agevole diario, intitolato “Viaggio di
Alamagna”.
Le sue sono storie di gente di malaffare e di mariti traditi che per
recuperare l’orgoglio perduto ricorrono a qualsiasi azione pur di
vedersi riabilitati.
Lo stile che usa è graffiante ed ironico e, per certi versi, anticipa
alcuni temi che saranno il cavallo di battaglia di Laurence Stern.
L’opera del Vettori è nota quasi esclusivamente agli specialisti e
agli studiosi. Giorgio Manganelli, con l’occhio penetrante del
critico, è il primo a considerare il “Viaggio in Alamagna” come il
prodotto straordinario di un’intelligenza “prensile come una mano
ben atta e bene adoperata a toccar cose, a muovere e formar
oggetti”. E’ uno dei rarissimi casi nella letteratura italiana –
continua Manganelli – in cui il “piacere secco e ironico del
pensiero pulito, senza fumi, prende il sopravvento sulla retorica”.
Vettori è un perfetto esemplare di uomo del Rinascimento, il
desanctisiano uomo del Guicciardini, cinico e realista, attento solo
al suo particulare. Secondo il moralismo di Croce, è un «ingegno
eminentemente prammatico», a cui «manca il senso religioso della
realtà». E in effetti di uomini votati alla religione per il proprio
tornaconto sono popolate le sue pagine. Il Viaggio viene di solito
considerato come una raccolta di novelle burlesche e lascive, priva
di una cornice allegorica o filosofica. Ad una più attenta lettura,
rivela la filigrana di una dissimulata teoria della letteratura.
Con piglio boccacciano l’autore afferma il proprio diritto al diletto:
egli scrive «per satisfare a sé medesimo» e rifiuta la «servitù» che
gli uomini s’impongono da soli rinunciando a scrivere. La scrittura
non è forse l’unica forma di libertà concessa agli uomini? Alle
decameroniane «novelle o favole o parabole o istorie» Vettori
sostituisce ora «cose frivole, novelle e favole». Eppure «non solo
le librerie, ma tutte le botteghe de’ librari» scoppiano delle tante
dispute dei teologi; i filosofi dicono «cose vane, false, frivole»;
giuristi e oratori fanno «il falso apparere vero et il vero falso»; i
poeti non «scrivono altro che finzioni e favole»; gli storici
mescolano onorevoli esempli del passato con «cose false», scritte
«per blandire e adulare li uomini grandi»; per non parlare della
Bibbia, «tutta piena di storie lascive», violenze e frodi. Su queste
note Vettori afferma di aver preso «tal materia perché mi è
piaciuto». Non desiste dal suo scrivere ritenendolo opera «a
proposito», a dispetto delle tragiche catastrofi della storia
universale. E volentieri ritorna alle sue «vere narrazioni le quali, se
non diletteranno chi le leggerà, dilettano me che le scrivo». In
conclusione, si domanda se questa non sia una perdita di tempo: ma
quanto se ne consuma «in dormire più che il bisogno, et in parlare
e dite male di questo e quello, et in contare favole e novelle che non
sono di profitto alcuno?»
Miguel de Cervantes. All’età di 57 anni, nel 1605 e dopo una vita
piena di avventure e di tormenti, Miguel de Cervantes Saavedra
scrive la storia di uno dei più amati protagonisti della letteratura
universale: Don Chisciotte della Mancia.
Don Chisciotte: è il protagonista del racconto, il suo vero nome è
Alonso. È un nobiluomo, di buon cuore e determinato a realizzare
i suoi sogni, vissuto sempre in campagna e appassionato di storie
cavalleresche. Cambia la sua identità, e lascia la sicurezza della sua
vita e del suo paese per andare in cerca di avventure, appunto come
un cavaliere errante, ma il mondo che si trova davanti non è più
quello dei cavalieri che tanto amava leggere nei romanzi e le sue
avventure finiscono tutte in modo ridicolo perché nessuno
riconosce il valore dei suoi grandi ideali.
Come ogni cavaliere crede infatti nella pace, nell’onore, nella
difesa dei deboli, negli incantesimi e nella missione di dover
sconfiggere i giganti dalle braccia rotanti.
Per compiere le sue avventure Alonso ha bisogno di alcuni elementi
fondamentali: un cavallo, uno scudiero, una nobildonna da amare e
nel cui nome combattere, un re che lo nomini cavaliere.
Parte con il suo ronzino, un cavalluccio di poco conto chiamato
eloquentemente Ronzinante, dandosi il nome di Don Chisciotte
della Mancia, e decide di affrontare mille imprese e pericoli in
nome della sua amata Dulcinea del Toboso, che in realtà è una
povera donna di nome Aldonza Lorenzo.
Con questo romanzo de Cervantes rompe gli indugi e con ironia
denuncia la letteratura cavalleresca del XVII secolo che – a suo dire
– “influenza negativamente la società spagnola, condizionata dai
metodi pomposi e vacui del cerimoniale cavalleresco, tutto proteso
verso il potere costituito del tempo”.
De Cervantes ridicolizza e rovescia completamente la stucchevole
liturgia cavalleresca celebrata da cavalieri senza macchia e senza
paura che, da questo momento, cedono il passo a personaggi scelti
in mezzo al popolo, bizzarri, stralunati e perdenti.
In questa scelta si rivela la genialità dell’autore spagnolo che, con
un colpo da maestro, individua e costruisce due personaggi:
Chisciotte e Sancho Panza che fisicamente e caratterialmente
stanno agli antipodi: alto, secco e asciutto il primo, basso, tarchiato
e paffuto il secondo.
I due, perchè differenti, sono in perfetta antitesi ma per l’empatia
che sprigionano l’uno completa l’altro. Lo stesso discorso vale per
il carattere: colto e stralunato il primo, ingenuo e credulone il
secondo seppure esperto della vita contadina. A questo punto i due
vivono una serie dì incredibili avventure che vedono Don
Chisciotte combattere contro giganti, mostri e maghi che lo
lasciano, puntualmente, in braghe di tela. Gli avvenimenti
accadono rapidamente, si sviluppano secondo un filo ideale che li
collega coerentemente.
James Cook. “Il corpo trascinato per terra e circondato dai
nemici che, strappandosi il coltello l’uno con l’altro dalle mani,
mostrano il selvaggio desiderio di accaparrarsi ognuno un pezzo
delle sue membra. Il corpo, poi, eviscerato, bollito per facilitare la
rimozione della carne, con le ossa accuratamente ripulite, viene
portato lontano”.
Sembra il macabro rito di una messa nera, in realtà é la crudele
morte che viene riservata al capitano James Cook, navigatore
inglese, dagli indigeni delle Haway nel 1799.
Cook nasce a Marton in Inghilterra nel 1728. Poco più che
adolescente mostra la propria versatilità nel maneggiare le
imbarcazioni in mare, dote che affina quando entra nella marina
mercantile del suo paese. Lavoro che gli consente di navigare per
migliaia di miglia in aree del globo in gran parte sconosciute. Cook
si applica nello studio della navigazione e dell’astronomia non
disdegnando la lettura di testi classici che gli torneranno utili nel
momento in cui decide di scrivere il suo libro “I tre viaggi intorno
al mondo”, un lungo diario di bordo che raccoglie
meticolosamente le sue spedizioni marinaresche dal 1768 al 1799,
nel pieno periodo dell’illuminismo.
E’ un libro piacevole e di grande interesse scientifico che racconta
le ardite esperienze fatte in terre selvagge e pericolose dove viene
a contatto, la prima volta per un uomo nella storia, con gli aborigeni
dell’Australia, con gli indigeni delle Haway e della Nuova Zelanda
di cui descrive caratteristiche antropologiche e sociali. Particolare
é la sensazione che ha quando avvista a Brush Island, oggi Nuovo
Galles del Sud, gli aborigeni australiani che gli “appaiono essere
di un colore molto scuro o nero, ma se questo sia il vero colore
della loro pelle o dei vestiti che indossano non so”.
Come l’impatto che ha con i Maori della Nuova Zelanda nel corso
del suo secondo viaggio, con i quali ha una disastrosa relazione a
causa della reciproca incomprensione.
Epico, poi, è il suo terzo viaggio il cui scopo é il tentativo di
scoprire il famoso passaggio a nord-ovest tra l’Atlantico e il
Pacifico passando per la parte settentrionale del Nord America.
Il Parlamento inglese aveva promesso un premio di 20 mila sterline
a chiunque avesse scoperto il passaggio, ma siamo consapevoli che
una tale offerta, seppur incoraggiante, non avrebbe allettato più di
tanto il capitano Cook; a spingerlo verso quella destinazione
sarebbe stato, come realmente accaduto, solo lo spasmodico
desiderio di esplorare l’incognito ed immolarsi, suo malgrado, in
nome e per conto della conoscenza, la sola virtù che dà senso al
motivo di esistere.
Cook s’imbarca per il nord-ovest ma, per le avverse condizioni
climatiche, é costretto a desistere. Nel mentre prepara il secondo
tentativo, va incontro alla morte.
A proposito della quale c’è da dire che è, ancora, una questione
aperta nel senso che intorno ad essa circolano voci dissonanti:
quella, ricordata in premessa, attribuisce le cause alla inciviltà delle
popolazioni locali, l’altra, più plausibile, secondo i libri di storia,
dipende dalla mentalità e dai modi sbrigativi con cui gli inglesi sono
soliti trattare i popoli occupati. Nella fattispecie le tribù hawajane,
tradizionalmente pacifiche ed ospitali, reagendo contro gli invasori
non hanno fatto altro che reclamare i propri diritti di libertà e
autodeterminazione, prevalentemente negati o disattesi. Questa è la
pura verità.
Di diversa natura è il viaggio di Laurence Stern.
Parroco protestante che, da amante volubile, ama vivere in
compagnia di donne leggere e graziose. Stern nel “Sentimental
Journey” (1768) afferma: “ed io mi persuasi subito che quella
donna fosse una delle creature predilette della Natura, tuttavia,
non ci pensai più, e attesi a scrivere il mio proemio. Nel nostro
incontro… io sentivo intorno alla sua persona tale voluttuosa
arrendevolezza che confortò di dolcissima calma tutti i miei
spiriti… Dio mio! Oh come un uomo condurrebbe si fatta creatura
intorno al globo con sè”.
Il carattere eversivo dell’adesione di Stern alla letteratura di viaggio
è così tratteggiato, con particolare felicità, dalla penna di Virginia
Woolf:
“Poco o niente rimarrebbe di Un viaggio sentimentale se ne fosse
estratto tutto quello che chiamiamo Stern stesso. Egli non ha
informazioni preziose da dare, […] non ha niente da dire di quadri
o chiese o dell’infelicità o del benessere della campagna. Sì,
viaggiava per la Francia, ma la strada attraversava spesso la sua
stessa mente, e le sue avventure principali non furono con briganti
e precipizi ma con le emozioni del suo stesso cuore. Questo
mutamento nell’angolo di visuale fu di per sé un’audace
innovazione. Prima, il viandante aveva osservato certe leggi di
proporzioni e prospettive. La Cattedrale era sempre stata un vasto
edificio in qualunque libro di viaggi, e l’uomo una figura
minuscola, appropriatamente ridotta, accanto a lei. Ma Stern era
capacissimo di omettere del tutto la Cattedrale. Una ragazza con
una borsetta di raso verde poteva essere più importante di NòtreDame. Perché non c’è, sembra insinuare, nessuna scala universale
di valori. […] È tutta questione del proprio punto di vista. […] Non
serve a nulla cercare nella guida; dobbiamo consultare la nostra
mente; soltanto lei può dirci quale sia l’importanza relativa di una
cattedrale […] e di una ragazza con una borsetta di raso verde. In
questa preferenza per le tortuosità della propria mente .piuttosto
che per la guida e strada maestra che quella ci ammannisce, Stern
appartiene singolarmente alla nostra epoca.”
Ora il Grand Tour. L’Abate di Saint Non, nella prefazione del
terzo volume del “Voyage Pittoresque” del 1788, così si esprime:
“Il nostro viaggio formativo si limiterà praticamente al circuito
marittimo di questa parte dell’Italia, perché tutte le città che i
Greci fondarono una volta in questo paese, queste colonie allora
così fiorenti delle quali andremo a ricercare e a disegnare i pochi
avanzi che sussistono ancora, erano tutte situate sul litorale”.
Nella primavera inoltrata del 1778 un gruppetto di disegnatori e
architetti su incarico e agli ordini di Jean-Claude Richard, abate dì
Saint-Non, che non ama muoversi da Parigi, si avventura ad
esplorare il vasto Regno delle Due Sicilie alla scoperta di un
mondo, sul quale l’Europa colta fino ad allora aveva favoleggiato
basandosi principalmente sugli antichi testi degli eruditi greci o dei
memorialisti romani.
Percorre in lungo e in largo il territorio meridionale alla ricerca di
quella classicità considerata dalla cultura centro europea,
segnatamente francese, un faro luminoso, la cui intensità è
direttamente proporzionale alle difficoltà da affrontare per potervisi
avvicinare.
La spedizione, che comprende gli artisti Despréz e Renard, il pittore
Châtelet e Dominique Vivant de Non, più noto come Denon,
segretario d’ambasciata a Napoli oltre che ottimo disegnatore, con
compiti di coordinamento, non trascura nel suo periplo la
Basilicata, anche se, in effetti, si limita a lambirla senza penetrare
all’interno, e ci lascia, insieme a una stringata relazione del viaggio,
anche otto delle 558 tavole che arricchiscono la monumentale opera
che va sotto il titolo di Voyage Pittoresqué.
Nel suo “Viaggio in Basilicata” (1847), Edward Lear si limita ad
osservare e illustrare le chiese e i conventi disseminati qui e là nei
sobborghi; le case affollate e le solenni guglie del centro abitato; il
castello di Melfi degno dei migliori quadri di Poussin, con la bella
torre laterale che domina l’intera scena: non è facile trovare tanti
elementi suggestivi in uno spazio così limitato, nemmeno in Italia”.
Herman Melville. E’ il precursore del viaggio autobiografico.
In “Moby Dick”, lo scrittore è alla perenne ricerca delle sue verità
e, forte di questa convinzione, girovagando per mari sperduti,
impiega le sue facoltà per la scoperta di una dimensione spirituale
senza limiti e frontiere.
Quella di Moby Dick è una storia che tutti conosciamo così come
conosciamo l’Iliade e l’Odissea, Amleto, la Divina Commedia
anche se non l’abbiamo mai letta per intero. Tanto è ormai scolpita
nell’immaginario comune che basta dire la parola balena per
associarla al nome Moby Dick. Questo romanzo, pubblicato nel
1851, è il capolavoro dello scrittore americano Herman Melville.
Per capire fino in fondo Melville è necessario psicanalizzare la
controversa personalità del protagonista del suo libro, capitano
Ahab, a volte ossessivo, sempre egoista, provatamente temerario
fino all’estremo delle sue umane possibilità.
Scrive il critico Harold Bloom: «Ahab è un monomaniaco; e lo è il
più gentile Don Chisciotte, ma entrambi sono idealisti che cercano
la giustizia in termini umani, non già quali uomini teocentrici
[come tenta di fare Dante, ad esempio], ma quali uomini empi
simili a un dio. Ahab mira solo alla distruzione di Moby Dick; la
fama è nulla per il capitano quacchero, la vendetta è tutto».
Ahab in alcuni momenti di malinconica riflessione ragione sui
limiti della libertà umana: cosa lo spinge ad agire? Non lo sa di
preciso, ma sente che le sue azioni sono già state infisse nella Storia
sin dall’eternità. Dice: «Ahab è per sempre Ahab, uomo. Questa
scena sta tutta irrevocabilmente scritta. La provammo, io e te, un
miliardo d’anni prima che quest’oceano cominciasse a rollare».
Follia? Forse si.
Italo Svevo. Il viaggio sentimentale. Con Stern, il viaggio
sentimentale si diffonde dappertutto e, in Italia, seppure a distanza
di molti anni dalla sua prima pubblicazione, trova nuovi imitatori,
tra cui Italo Svevo.
Svevo pubblica il suo “Corto viaggio sentimentale” dove
rappresenta le insidie che si annidano in un menage familiare
stantio, dal quale bisogna necessariamente scappare se non si vuole
essere sopraffatto o addirittura travolto. Che sia Londra o Trieste,
la via di fuga, non ha alcuna importanza, la cosa giusta da fare è
allontanarsi, di tanto in tanto, dalle mura domestiche per ritrovare
se stessi.
E’ il pensiero fisso del signor Aghios, il protagonista del libro, che
non vede l’ora di allontanarsi da casa, dalla consorte e dal figlio.
“Ogni malessere che sentiva il signor Aghios lo diceva vecchiaia,
ma pensava che una parte di tale malessere gli venisse dalla
famiglia. Sta bene che vecchio come ora non era mai stato, ma mai
s’era sentito, oltre che vecchio, anche tanto ruggine. E la ruggine
proveniva sicuramente dalla famiglia, l’ambiente chiuso ove c’è
muffa e ruggine. Come non irruginire in tanta monotonia? Vedeva
ogni giorno le stesse facce, sentiva le stesse parole, era obbligato
agli stessi riguardi e anche alle stesse finzioni, perché egli tuttavia
accarezzava giornalmente sua moglie che certamente lo meritava.
Persino la sicurezza di cui si gode in famiglia addormenta,
irrigidisce e avvia alla paralisi”.
E’ un brano del racconto da cui emerge il desiderio di un essere
umano di essere lasciato solo nei suoi vecchi anni interamente in
pace .
Il libro, del 1992, pubblicato postumo, appartiene agli ultimi anni
dell’attività narrativa di Italo Svevo. E’ un breve romanzo che
rivela l’incapacità del protagonista di aderire al reale senza dolorose
scissioni. Un racconto psicoanalitico che mette al centro la senilità;
vissuta all’insegna di una effimera libertà, fatta di sensazioni e
pensieri.
Italo Svevo nasce a Trieste nel 1861, pubblica romanzi come
“Senilità” e “La coscienza di Zeno”, che segnano l’inizio della
letteratura moderna. E’ il primo scrittore italiano a interessarsi alle
teorie psicoanalitiche di Freud. Amico di Montale e Joyce. Con essi
intrattiene rapporti frequenti e significativi dal punto di vista
professionale. Muore nel 1928.
Henry Miller. Capita in letteratura che un scrittore si veda
appiccicato addosso dalla critica una etichetta che non corrisponde
propriamente alla sua natura. E’ successo a Melville, ritenuto pazzo
e visionario, con “Moby Dick”, a Lawrence, spudorato e osceno,
con “L’amante di Lady Chatterly”. Chi, invece, é consapevole e
sfida la morale comune proponendo argomenti scabrosi e
provatamente osceni è Henry Miller. Nato a New York, nel 1891,
da genitori immigrati tedeschi. Da subito mostra una sregolatezza
che lo accompagnerà nel corso della vita. Frequenta per poco tempo
la scuola a New York e scappa, con i risparmi del padre, con una
donna divorziata di 37 anni. Vagabonda per gli States e, di tanto in
tanto, si ricorda di avere una famiglia e ritorna per, poi, allontanarsi
nuovamente.
Nel 1923 incontra una ballerina, June Mansfield, con cui avvia un
sodalizio sentimentale e letterario che sfocerà nella pubblicazione
dei “Mezzotints”, fogli letterari distribuiti a mano nei locali di
Manhattan. La sua natura di cittadino senza patria, frattanto, si fa
sentire e per questo decide di partire per Parigi. La capitale francese
è il suo approdo naturale dove può maturare la sua vocazione di
scrittore e aprirsi culturalmente al mondo occidentale, ricco di
correnti letterarie, come il surrealismo, che lo influenzeranno
positivamente. Frequenta salotti sofisticati ed amicizie particolari
che lo aiutano ad entrare negli ambienti letterari più accreditati. Le
opere che abitualmente pubblica sono racconti di esperienze
sessuali che mettono al centro la donna, vista e vissuta come un
oggetto del piacere, ben disposta e senza compromessi.
Pubblica “Opus Pistorum”, “Tropico del Cancro”, “Tropico del
Capricorno”, romanzi che vengono introdotti clandestinamente in
America e vietati per oscenità.
Miller non si limita per la sua poliedricità a scrivere solo romanzi a
sfondo sessuale, si distingue come pittore ma, anche, come attento
analista, aspetto che più ci interessa, delle cronache politiche del
momento: ci troviamo nel clima della seconda guerra mondiale.
Nei suoi articoli dà la stura al suo convinto pacifismo, critica le
conseguenze della guerra che, inevitabilmente, danneggiano sotto
tutti i punti di vista le classi sociali più esposte al disagio.
Miller per gli ambienti sociali deboli ha una propensione e in essi
si intrattiene volentieri perché, come lui dice, sono i luoghi ideali
della vita.
A Parigi, lo scrittore nutre il proposito di scrivere un libro sulla sua
America. Non avendo i mezzi per intraprendere il viaggio di ritorno
si limita a viverlo con la fantasia. Spesso, “nel mio studio a
mezzanotte, sedevo al tavolo e registravo i sogni, i piani d’attacco
e di difesa, ricordi, titoli di libri che pensavo di scrivere,
monumenti, ritiri monastici e via dicendo”.
Nel 1941 parte per l’America perché sente che alla base di questa
decisione c’é una vera ragione: “Sentii – scrive – il bisogno di
tentare una riconciliazione con la terra natia. Era un bisogno
impellente perché, a differenza dei figliuoli prodighi, io non
tornavo con l’intenzione di restare in seno alla famiglia ma di
andarmene di nuovo. Non volevo fuggire, come avevo fatto una
volta. Volevo abbracciarla, sentire che le vecchie ferite erano
sanate e partire per l’ignoto con una benedizione sulle labbra”.
Miller sbarca a Boston. La prima sensazione é quella di trovarsi in
una città brutta, che lo delude e lo rattrista.
Non dissimile é l’impressione che gli fa la vista di New York: il
luogo più orribile sulla terra di Dio. La sua idea fissa è di togliersi
da questa città per sperimentare qualcosa di schiettamente
americano. Vuole uscire all’aria aperta. Respirare.
Con un amico pittore, Rattner, così si chiama, pianifica senza avere
un soldo il viaggio per gli States su di una macchina di occasione.
Prima tappa New Hope, un luogo di artisti, poi Biloxi, Pittsburg,
Youngstown, Detroit, Chicago ed altri ancora che gli raffigurano
una America, magnifica paesaggisticamente, ma monotona e
spenta nelle relazioni umane.
Il suo pensiero fisso va agli americani verso cui indirizza parole
forti e sentite: “Siamo abituati a considerarci un popolo
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emancipato: diciamo di essere democratici, amanti della libertà,
liberi da pregiudizi e dall’odio. Belle parole, piene di nobiltà e
idealismo. In realtà siamo una turba volgare e aggressiva, le cui
passioni sono agevolmente mobilitate da demagoghi, ciarlatani,
giornalisti, agitatori e roba simile”.
Miller nella sua visione di uomo libero, di cittadino del mondo,
propone la fondazione dell’impero dell’uomo sulla terra, ma
nessuno alza un dito per difenderlo.
Ci si batte solo per lo status quo. Si lotta a testa bassa e con gli occhi
chiusi. Miller in cuor suo si aspettava di trovare un Paese moderno,
aperto alle speranze del mondo, invece, come s’evince dal libro,
scritto nel 1941 su questo viaggio, intitolato “Incubo ad aria
condizionata”, lo trova stucchevole e ossessionato dai fantasmi del
passato da cui non intende separarsi.
Miller, deluso, si isola dal mondo. Muore a Los Angeles nel 1986.
Le sue ceneri vengono sparse al vento.
Yasunari Kawabata. Scrittore giapponese, Premio Nobel per la
letteratura nel 1968, nasce a Osaka nel 1899.
Instancabile autore di libri, saggi e recensioni, è considerato un
epigono della letteratura giapponese moderna.
Insieme a un gruppo di giovani intellettuali fonda il Movimento
Neopercezionista, che si propone di cogliere la realtà delle cose
attraverso l’immediatezza delle sensazioni.
Il movimento scuote l’immobilismo della cultura nipponica,
autoreferenziale, ancorata ad un passato dal quale è complicato
svincolarsi. Attento lettore di Flaubert, Kawabata sperimenta la
tecnica narrativa del flusso di coscienza: una libera
rappresentazione dei pensieri così come compaiono nella mente,
prima di essere riorganizati logicamente in frasi. Egli preferisce il
monologo interiore con cui costruisce, secondo una rete di libere
associazioni mentali di idee, immagini, ricordi, l’argomento di suo
interesse in chiave non strettamente psicologica. E’ un loto, un fiore
delicato che galleggia apparentemente sull’acqua ma si appoggia
sul fondo melmoso.
Tale rappresentazione s’addice alla figura dello scrittore, che come
il loto, nasconde sotto traccia l’inquietudine che l’accompagnerà
per tutta la vita, fino al giorno del suicidio, nel 1972.
L’attività letteraria di Kawabata è molto prolifica, pubblica opere
di successo, diffuse ed apprezzate dalla critica internazionale.
La prima opera di riguardo è “La banda scarlatta di Asakusa”,
ambientata in una zona periferica di Tokio, dove si concentrano le
principali attività di divertimento. All’epoca Kawabata viveva in
questa realtà, molto popolare, in cui convivevano elementi della
tradizione giapponese e svaghi moderni in arrivo dall’occidente,
come le sale da ballo di jazz e charleston, le sale cinematografiche,
i locali hot.
Kawabata nel cogliere gli aspetti più significativi di questo
contesto, culturalmente promiscuo, a distanza di tempo cerca di
avvalorarne la positività e avanza nella sua narrazione le istanze
avanguardistiche del Neopercezionismo.
Seguono altre pubblicazioni, tra queste “La danzatrice di Izu”, che
consolidano la sua fama di scrittore sensibile e moderno.
Il libro che gli da prestigio e riconoscimenti è “Il paese delle nevi”,
un romanzo sentimentale del 1948.
Racconta la storia d’amore, improvvisamente scoppiata, tra un
ricco signore di città e una geisha di un paese, sperduto e
incastonato tra le montagne innevate nella costa occidentale del
Giappone.
Il protagonista, Shimamura, si dirige in albergo e “in fondo
all’angolo dove si trovava il banco dell’accettazione, la vidi alta,
immobile, l’orlo del Kimono che si spandeva sul freddo pavimento
lucido e nero. Alla fine è diventata una geisha, pensò con un
sussulto di stupore nel vedere la lunghezza delle sue vesti”.
Lì Komaco esercita il suo mestiere, fa la geisha. Ha venti anni e
matura le sue esperienze tra gli incanti giovanili e la malizia,
condivisi dai clienti che salgono alle terme per trovare riposo e
svago a poco prezzo. Shimamura e Komaco si incontrano tre volte
in meno di due anni e s’innamorano. Komaco è strana e ama. E’
fidanzata con un giovane morente, di nome Yukio, che lei
accudisce pagandogli le cure e, per farlo, si prostituisce. Ma la
vicenda sentimentale tra Shimamura e Komaco non ha un lieto fine:
lui é sposato e intende conservare la sua tranquillità borghese e,
apparentemente, immacolata.
Così la loro relazione si sviluppa tra amplessi, discorsi di
circostanza e mai profondi. “Egli aborriva – scrive – il pensiero
delle complicazioni che potevano nascere da una relazione con una
donna in una posizione così ambigua, ma inoltre la vedeva come
qualcosa d’irreale, simile al volto della donna nel finestrino”. Gli
pareva di perdere la propria onestà con se stesso e spesso se ne
andava solo per i monti per cercare di recuperarne un poco.
Il libro è molto bello, con i suoi dialoghi semplici ma intensi che
superano la narrativa, s’avvicina alla poesia e al sogno.
Boris Pasternak, scrittore russo, è sicuramente il precursore più
attendibile del romanzo politico dove per salvare la libertà dell’arte
e del pensiero si mette in contrasto con il potere costituito.
Nel suo romanzo “Il dottor Zivago” (1930), Pasternak racconta la
vita travagliata di un medico, appassionato di scrittura, che per
realizzare il suo sogno d’amore si vede sballottato da un capo
all’altro della Russia, falcidiata da guerre civili di una simile
durezza: “voi qui nel bosco non sapete nulla. Ma in città si piange.
Arroventano il ferro con gli uomini vivi. Scuoiano la gente a strisce.
Ti trascinano per la collottola chissà dove, nessuno lo sa, ti mettono
al buio. Dentro ci sono più di quaranta persone mezze vestite …”.
La sua narrativa, così improduttiva ai fini della propaganda del
regime, non lo mette mai in buona luce, nonostante ciò va avanti
lungo la propria strada consapevole com’è di trasmettere il proprio
messaggio di verità all’umanità intera.
Ernest Heminguey. Americano dell’ Illinois, nasce nel I899.
Heminguey, giornalista-scrittore, si trova a vivere una fase delicata
della letteratura americana: dopo la stagione “americanistica”,
provinciale e retorica, per iniziativa di un gruppo di scrittori, John
Dos Passos, Francis Scott Fitzgerald, Sherwood Anderson, si apre
una intensa stagione culturale che focalizza la realtà del tempo con
temi e linguaggio asciutti, diretti e oggettivi.
Si esce dal romanticismo stucchevole di fine ‘800 e si entra nel
pieno ‘900, dove insistono due guerre mondiali e le prime
trasformazioni socio-economiche che, in modo dirompente,
modificano le abitudini della società dell’epoca. Nasce il
Modernismo: una corrente di pensiero che percepisce e spiega
come esserci nel mondo.
Heminguey é un assertore di questa teoria che spinge a travalicare
i confini tradizionali della letteratura americana per aprirsi alle
avanguardie artistiche europee e partecipare direttamente agli
eventi cruciali del nuovo secolo. Eccolo nel 1918 in Italia:
Heminguey come autista della Croce Rossa assiste e trascrive la
guerra; decide di trasferirsi a Gorizia per un breve periodo per, poi,
essere inviato sulla riva del basso Piave come assistente di trincea.
In pieno conflitto viene ferito e si salva grazie ad un soldato italiano
che gli fa da scudo. Nel 1919 Heminguey rientra in Patria e viene
accolto come un eroe. Tale esperienza ispira il suo primo
capolavoro “Addio alle armi” che gli darà un grande successo. Nel
1922, come inviato del Toronto Star, segue la guerra tra la Grecia
e la Turchia in prima linea. Nel 1937 partecipa alla guerra civile
spagnola per rovesciare il franchismo e organizza una raccolta di
fondi per fare un documentario propagandistico antifascista. La
Spagna gli offre il fianco per realizzare il romanzo “Per chi suona
la campana”, che sarà pubblicato nel 1940 e che rappresenta il suo
romanzo più riuscito.
Nel 1942 s’infiltra a Cuba e fa opera di contro-spionaggio per
impedire ai nazisti di occupare l’isola. La frequentazione che, da
quel momento, ha con l’isola caraibica gli consentirà, nel 1952, di
scrivere “Il vecchio e il mare”: il romanzo che gli varrà il premio
Nobel e lo consacrerà nel 1954 scrittore universale.
“Questo libro – a detta di William Faulkner – é il migliore di
Heminguey perché egli ha scoperto qualcosa che non aveva trovato
prima, cioè Dio. C’era il gran pesce, Dio fece il gran pesce che
doveva esser preso. Dio fece il vecchio che doveva prendere il gran
pesce, Dio fece lo squalo che doveva mangiare il pesce, e Dio li
amava tutti”.
Dalla biografia di Heminguey esce fuori la passione civile di un
uomo che vuole stare in mezzo alle cose da protagonista e non da
semplice osservatore. E la caratteristica di un uomo che della
propria vita fa quello che vuole: si sposa quattro volte, mena la
propria esistenza con eccessi nel bere e nel praticare attività
sportive pericolose, contrae malattie che lo fiaccano, ma ad esse
non si arrende mai. Come scrittore fa sognare intere generazioni
che lo seguono nei safari in Africa, nelle festose corride spagnole,
nelle spericolate spedizioni di guerra, sempre con curiosità ed
interesse. In un certo momento, la vita avventurosa di Heminguey,
però, s’impenna e precipita a causa di un male oscuro che si insinua
nella sua mente e gli toglie la voglia di vivere.
Heminguey muore suicida il 2 luglio del 1961: di prima mattina in
un giorno feriale.
Jack Kerouac. Chi fa del viaggio una filosofia di vita è Kerouac.
E’ il cultore del nomadismo: una teoria che mette al centro della
propria vita il viaggio.
Il viaggio rappresenta il bisogno di fuggire dalle proprie abitudini
per scoprire ed esplorare i vasti spazi dell’America.
Nasce nel Massachusetts nel 1922 da una famiglia d’immigrati
franco-canadesi, dalla rigida educazione cattolica. Brillante
studente e ottimo giocatore di football al punto di ottenere una borsa
di studio alla Columbia University: sembra la base della perfetta
situazione borghese e conformista per tanti, per il giovane Kerouac
essa é una prigione da cui bisogna evadere per conoscere il mondo.
Ed il modo più sbrigativo che trova è la strada.
Kerouac afferma che la strada non è il percorso battuto dove
camminare, è molto di più, é emozione e incontro, é bellezza quanto
paura, è pericolo quanto imprevedibilità. La strada costringe a
discutere con le proprie idee, a costruirsi un proprio sentiero, ad
affrontare il destino, le salite e le piogge, il vento ed il sole, spinge
a condividere attimi di smarrimento o di appagamento unici.
La strada è indefinibile: può essere tutto o niente, tanto vale
camminare e viverla come lui dice: “dobbiamo andare e non
fermarci. Dove andiamo? Non lo so, ma dobbiamo andare”.
E’ inevitabile che nel cammino Kerouac s’imbatta in esperienze di
ogni genere: trasforma l’abitacolo della propria auto in stanza da
letto, la latrina di un distributore di benzina in toilette privata.
Scrive: “Sotto un poderoso vecchio albero c’era un’aiuola d’erba
verde a prato che apparteneva a una stazione di rifornimento.
Chiesi al benzinaro se potevo dormirci, e lui me lo permise
senz’altro; così stesi per terra una camicia di lana, ci misi contro
la faccia, con un gomito in fuori, e solo per un momento guardai di
striscio con un occhio le Montagne Rocciose coperte di neve nel
sole ardente. Dormii per due deliziose ore, con l’unico fastidio di
qualche occasionale formica del Colorado. Ed eccomi qua nel
Colorado! Continuavo a pensare pieno di gioia. Diavolo! Diavolo!
Diavolo! Sto per farcela! E dopo un sonno rinfrescante popolato di
sogni intricati sulla mia vita passata nell’Est, mi alzai, mi lavai nel
gabinetto per uomini della stazione, e mi avviai a grandi passi,
ripulito e fresco come una rosa, e mi concessi un ricco e denso
frullato alla casa cantoniera per mettere qualcosa di ghiacciato sul
mio stomaco bruciante, tormentato”.
Anche gli interlocutori che incontra sono da prenderli con le pinze,
per lo più puttane, alcolizzati, drogati e perditempo, gente che vive
di notte nell’attesa di un nuovo giorno.
E’ un mondo che l’affascina e che diventa per lui fonte
d’ispirazione. Annota su pezzi di carta le sue impressioni.
L’esperienze che fa le riporta in quello che sarà il suo cavallo di
battaglia, il suo libro preferito, intitolato neanche a farla apposta
“On the road” (Sulla strada).
Il romanzo é provatamente autobiografico. E’ suddiviso in cinque
parti sotto forma di episodi e ambientato negli anni ’40.
Il protagonista Sal Paradise (sotto le cui spoglie si cela Kerouac
stesso) è un giovane appassionato di scrittura, ispirato da London,
Whitman e Melville. Viaggia verso l’Ovest americano insieme al
suo amico Dean Moriarty (Neal Cassady) per il desiderio di
assaporare il gusto di una libertà senza limiti.
Durante il tragitto i due fanno esperienze di qualsiasi cosa trovino
sulla strada, dal sesso promiscuo al furto, dalla droga alla
esaltazione musicale (nello specifico il jazz). Vivono alla giornata,
si mettono continuamente in gioco innanzi alle nuove realtà, e, si
può dire, che per loro la noia non esiste. L’importante per loro è
viaggiare.
Il romanzo “On the road” diventa il manifesto della Beat
Generation. E’ il reportage dell’America in piena Guerra Fredda,
non quella del Sogno americano, ma quella anti-sistema, pacifista,
anticonformista, in cui una intera generazione si rifugia alla ricerca
di una plausibile alternativa di sistema.
L’alternativa é la ribellione, la scelta di vagabondare per le strade,
la voglia di una vita sfrenata e senza regole.
David Herbert Lawrence. “C’era un uomo…”. Così cominciano
le favole. Hanno sempre un lieto fine. La favola di Lawrence,
scrittore inglese, è atipica, alla fine del suo racconto c’è la morte,
l’autodistruzione fisica e morale del giovane protagonista che vuole
cambiare il mondo: lo scopo di una vita.
Il mondo che lui cerca è un luogo ideale dove trovare una
dimensione di vita, incontaminata dalla moderna società industriale
ed in stretto contatto con la natura. Nella sua filosofia esistenziale
c’è la speranza di un nuovo mondo che si modelli sul contatto e
sull’amore. Il suo intento è quello di fare felici i propri simili e di
far prosperare la società in armonia, lontana dalle folli passioni che
travagliano il genere umano. Cathcart, il protagonista di questo
racconto per realizzare il suo sogno compra un’isola, dove pensa di
realizzare i propri ideali.
L’isola è di quattro miglia, per percorrerla ci vogliono venti minuti.
“Conserva ginestre e cespugli spinosi di prumo, sopra le scoscese
rocce digradanti sul mare crescono le primule. In estate, le primule
gialle sfioriscono e nascono rose selvatiche profumate
nell’arsura”. E’ un mondo sereno ed incantato. Anche gli isolani,
gente semplice e di fatica, sono ossequiosi e s’impegnano nei lavori
giornalieri.
Cathcart non è un tiranno, ma un padrone delicato, sensibile,
elegante, che desidera che tutto sia perfetto ed in armonia con i suoi
principi. Così vanno le cose per un certo periodo, durante il quale
si produce, si spendono soldi, tanti, per portare l’isola a un ordine
continuo. Ma dietro a tutto questo, dietro a questa apparente
tranquillità, le cose non vanno nel verso giusto perché gli isolani
iniziano a manifestare la vera indole che hanno. Cathcart riceve
lettere anonime che insinuano malignità e maldicenze nei suoi
confronti e tra gli stessi isolani. Il suo giocattolo, costruito con
passione e sacrifici, comincia ad avere crepe e a vacillare.
Le persone non sono più soddisfatte, non sono “isolane”.
Egli comincia ad aver paura dell’isola, avverte che la gente non lo
ama più. Si comincia a render conto, malgrado i buoni raccolti, che
gli introiti sono insignificanti e questo lo mette sul chi va là.
Probabilmente pensa che tutti lo derubino ma, in buona fede com’è,
accantona questa idea, anzi, si rifiuta di accettarla.
Si rende conto, pertanto, che le cose non possono andare avanti e
che bisogna ricorrere ai ripari. Licenzia il personale, riduce le spese,
ma va in bancarotta. Il suo stato d’animo è contratto, si sente
avvilito e sconfitto: “l’isola gli ha voltato le spalle”.
Dopo cinque anni matura l’idea, in piena solitudine, che è tempo di
vendere e abbandonare l’isola. Cosa che fa. Non ha, però, la minima
intenzione di trasferirsi nel continente e compra così una isola più
piccola. Si trasferisce con i suoi libri e con poco personale.
Riprende l’abitudine di passeggiare in lungo e largo. Nota che l’aria
è gelida e grigia, diversa da quella della precedente isola, dove la
brillantezza dei colori la rendeva unica, dove vive, non è più un
mondo, è una sorta di rifugio in cui nascondersi.
Cathcart si rende conto che è prigioniero e che non può adeguarsi
alla realtà. Dà, allora, il benservito agli isolani e decide di andare a
nord per sistemarsi nella sua terza isola.
La casa dove abita è vicina alla baia ed è frugale: un tavolo, tre
sedie ed una credenza con pochi libri. Intorno non vede alberi o
cespugli, l’isola è spoglia e bassa nel mare. C’è solo un gabbiano
che vola avanti e indietro e fa da sentinella alla casupola.
Intanto i giorni si accorciano e sono in attesa dell’inverno che, come
un esattore di tasse, arriva in modo puntuale.
Cathcart vaga in piena solitudine per la sua isola. Fissa con rancore
il mare scuro sotto un cielo scuro. S’ammala.
L’inverno non fa sconti e, con energia, scatena una nevicata che
copre del tutto l’isola. Dalla fessura della finestra scorge il cielo
misteriosamente oscuro. La sua salute peggiora di colpo non lo
sostiene. “Da lontano veniva il mormorio di un tuono insoddisfatto,
e sapeva che era il segnale della neve che rotolava sul mare. Si girò
e sentì il suo respiro su di sé”. Così finisce tristemente la favola di
David Herbert Lawrence intitolata “L’uomo che amava le isole”.
Un racconto autobiografico del 1928 che narra il sogno irrealizzato
di un giovane che, nel corso della sua esistenza, dapprima viene
indicato come “il padrone dell’isola” poi come “l’abitante
dell’isola” e solo nella parte finale viene chiamato con il suo
proprio nome “Cathcart”.
La storia dell’uomo che “amava le isole”, un capolavoro, ripropone
temi esistenziali che Lawrence affronterà in altrisuoi romanzi come
“Donne innamorate” e “L’amante di Lady Chatterly”.
Lawrence muore di tubercolosi la notte del 22 marzo del 1930.
Elizbeth Gilbert. Scrittrice americana del Connecticut dove nasce
nel 1969. Dai natali borghesi vive in una fattoria. Coltiva la
passione della lettura ed ha come punti di riferimento Heminguey
e Dickens. Frequenta i corsi alla New York University ma, ad un
certo punto, si rende conto che i suoi interessi stanno altrove: nella
società reale e nei viaggi. Abbandona la famiglia e si mette in
proprio facendo lavori d’occasione, barista o cuoca, e appena
raccoglie qualche dollaro il suo pensiero fisso è quello di mettersi
in viaggio.
Si sposta di frequente per andare da un posto ad un altro alla ricerca
di un qualcosa che l’appaghi. La stessa frenesia l’avverte nella vita
sentimentale: due matrimoni, una relazione sofferta per una donna,
la scrittrice Rayya Elias, diverse esperienze, comunemente
chiamate, d’evasione.
Fa qualche esperienza nel campo giornalistico che le apre le porte
nel mondo della letteratura con successo ed in modo rapido.
Nel 2019 pubblica “Eeat, pray, love” (Mangia, prega, ama), un
racconto autobiografico di dodici mesi di viaggio scritto in un
momento di sofferenza e di profonda solitudine.
Liz, la protagonista, é una donna affascinante di mezza età, vive e
lavora a New York. Ha una professione appagante, un matrimonio
felice. Scopre che questa vita, però, non la soddisfa e delusa dalla
fine del matrimonio, dalla morte dell’amica del cuore, da una
relazione di rimpiazzo deludente, si mette in viaggio alla ricerca di
nuove certezze.
Il viaggio inizia e finisce nello stesso luogo: la città di Bali, e si
divide in tre tappe. In ognuno di essa descrive il posto del suo
soggiorno.
Il primo è in Italia. Si ferma, particolarmente, a Roma dove
assapora con piacere i gusti della gastronomia locale che l’aiuta ad
ingrassare di dodici chili. Roma é, anche, una città che sa vivere e
che annovera tra la sua gente persone gradevoli con cui é facile
stabilire interessanti amicizie, in particolare quella che ha con
Giovanni.
“Tanto per cominciare, Giovanni ha dieci anni meno di me e come
tutti i ragazzi italiani vive ancora con sua madre. Basta questo a
renderlo uno spasimante improbabile per me, che sono
un’americana con una professione. ho trentaquattro anni e sono
appena uscita da un matrimonio fallito e da un divorzio devastante
e interminabile, a cui ha fatto immediatamente seguito
un’appassionata storia di amore finita malissimo. Dopo tanta
disavventure mi sento triste, fragile,vecchia di settemila anni”.
Il secondo viaggio è in India. Luogo spirituale e di meditazione.
Vive nell’ashrarn, un luogo dove Liz approfondisce la conoscenza
di tematiche legate alla crescita personale e allo yoga.
Il romanzo si conclude con il terzo viaggio: in Indonesia, a Bali.
Liz reincontra un vecchio sciamano che l’accompagna nel suo
cammino di rinascita. Liz spera di riprendere in mano la vita e
cancellare le esperienze che le hanno procurato solitudine e dolore.
Con Gilbert si conclude la nostra rassegna.
Ora facciamo alcune considerazioni di carattere generale sulla
complessità della travel literature.
Abbiamo notato che l’arte e la natura sono i capisaldi di molta
parte di essa, in modo particolare dei libri di viaggio di evasione e
di quelli illustrativi.
Non abbiamo notato, invece, in essi una particolare attenzione per
l’uomo, presente nella trama, ma collocato in una posizione
alquanto sfumata, per non dire irrilevante.
La presenza dell’uomo, invece, viene fatta propria dal viaggio
sentimentale e da quello biografico dove il ruolo dell’uomo è
essenziale e ben definito nella struttura del racconto.
Su questa scia si colloca anche il viaggio politico che rimette al
centro l’uomo, con le sue problematiche, le sue speranze.
E’ l’uomo il vero protagonista, il motore che spinge e accompagna
il corso della storia con le sue azioni e con i suoi interrogativi.
In conclusione, possiamo affermare che la letteratura del viaggio è
lo strumento più pratico che ti fa conoscere e ritenere che l’umanità,
in qualsiasi contesto essa si esprima, ha gli stessi sogni, le stesse
speranze e le medesime sconfitte.

Johann Wolfang von Goethe ritratto a Roma

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