“La felicità degli altri”. L’ultima opera letteraria di Carmen Pellegrino

Nata nel 1977, originaria di Postiglione degli Alburni, centro cilentano al confine tra Campania e Basilicata, situato fra i massicci appenninici dei monti Alburni, è una scrittrice e storica, il cui campo di indagine l’ha resa nota per l’attenzione dedicata alla memoria dei borghi abbandonati e alla scienza dell’abbandono.

Quanto vale la vita di un essere umano per poter meritare luce? Nel mondo, a spasso nelle strade larghe di città o tra le viuzze di un villaggio impolverato di un posto lontano chissà dove, passeggiano, corrono, urlano, suonano, scappano o si abbracciano milioni e milioni di persone. Il sole le illumina tutte, ma capita spesso che, pur sotto la luce, alcuni umani passino nel silenzio che soffoca la loro ombra. Radionoff scrive di Carmen Pellegrino, storica, scrittrice, meglio conosciuta come abbandonologa, e il suo ultimo libro “La felicità degli altri”. «Sono nata in una casa infestata dai fantasmi. Allampanati, tignosi fantasmi da cui non si poteva fuggire. A quel tempo vivevamo nella parte ovest di un villaggio che aveva case tutte uguali, tutte al pianoterra, prima che si elevassero. Mio fratello e io speravamo che le case degli altri fossero infestate quanto la nostra. A dieci anni fui allontanata dal villaggio per pura crudeltà, ma i fantasmi non rimasero a casa. Ancora oggi, se mi guardo attentamente allo specchio ritrovo i segni di famiglia, le memorie biologiche fissate in un sopracciglio o nell’arcata dentale. Affrancarmi da quel tanto che di ogni famiglia dovrebbe restare nascosto è stata la mia missione, ma ammetto che di quei fantasmi avverto ancora il soffio. Del resto, quale vita – essendo noi dentro la vita – non ha un passato che torna a dare forma al presente in una vertigine maniacale di ricordi, notti e notti di sonno inquieto, e poi il timore di trovarsi di fronte a una statua enorme – e tu: inerme – che impone da sola il silenzio?» da “La felicità degli altri”. Carmen Pellegrino: «Il lavoro sulla lingua, in questo romanzo come anche nei miei precedenti, è senz’altro parte determinante del romanzo stesso. Mentre in “Cade la terra”, il mio primo romanzo, era più che altro volto al recupero di parole, di termini desueti e impolverati come la storia stessa che raccontavo, quella di un paese abbandonato, in “La felicità degli altri” quello che mi interessava era anche attingere da ambiti specialistici e recuperare parole che messe in un altro contesto, come quello letterario, risuonano secondo me magnificamente perché questa è poi la forza della nostra lingua, una lingua dal multiforme ingegno – mi viene da definirla – che è anche la mia unica patria». Sotto il sole, tra i frammenti di un paese abbandonato o sul ponte di una capitale, a volte passa una donna, un uomo, passano tante gambe che, come delle V capovolte, sembrano ali di uccelli che si aprono e si chiudono emettendo lo stesso sfrego. Ognuno è preso dalle sue gambe, dalla sua direzione tanto che esclude le altre. Ognuno si confonde, diventa così uguale all’altro che paradossalmente il sole non riesce a penetrare per fare ombra. Le ombre si confondono senza dare modo alla luce di entrare. Carmen Pellegrino, per noi, su Radio Bullets: «Il nucleo del personaggio del professor T viene da un fatto di cronaca. Io avevo letto nel 2018 la cronaca del ritrovamento a Venezia del corpo mummificato di un uomo, trovato in casa sua – appunto, in queste condizioni – dopo sette anni dalla morte. Si è poi scoperto che era un professore di liceo − che quindi aveva avuto anche una vita pubblica − e però in questi sette anni di morte, anche quasi civile, nessuno mai era andato a bussargli alla porta, nessuno si era accorto della sua assenza. Quindi dentro di me questa assenza ha cominciato ad agire. Non era la prima volta che leggevo un fatto di cronaca di questa sorta, e tuttavia questa storia aveva qualcosa di più. Un’ombra struggente che in qualche modo ho voluto poi raccontare, prima in un racconto per una rivista e poi mettendolo in relazione con i personaggi del romanzo che avevo già delineato. In particolare, mettendolo in relazione a Cloe. Ed è stato un felice incontro – devo dire – anche per lo snodo narrativo, perché è come se due solitudini molto radicali si fossero poi incontrate e si fossero aiutate. Si sono date reciprocamente una mano, le ombre di Cloe e le ombre del professor T si sono fatte compagnia. Ho dato, sì, una vita di riserva a una vita come tante, che passano sulla Terra senza quasi lasciare orme: questo è terribile! Ho sempre avuto questa attenzione, sia che si parli di luoghi, sia che si parli di case, sia che si parli di esseri umani, un’attenzione alla dimenticanza, a chi cade in una condizione di indifferenza in vita e in morte. L’attenzione a chi siede al buio e nel buio sta. Quindi è un po’ anche, in effetti, la misura di ciò che mi interessa raccontare». Cosa è uno scrittore se non un mezzo per portare alla luce? Da sempre, Carmen Pellegrino è in viaggio tra i frammenti, nella polvere, nel silenzio che soffoca le ombre. E nei suoi ritorni porta con sé il rumore che fanno le cose sepolte quando fremono di avere voce. «Cloe ha con la scrittura un rapporto che chiama in causa il riordino: le serve scrivere, prendere appunti. Lo ha sempre fatto fin da bambina: appuntarsi cose, pensieri, anche distanze, desideri, per mettere ordine nel suo caos interiore, anche nel caos degli eventi che prova a ricordare in una successione magmatica, a volte anche convulsa di ricordi. La scrittura, in primo luogo, le serve a fare ordine, mettere ordine, a cercare di riordinare gli eventi e le sensazioni legate agli eventi. Poi crescendo, scoprirà nella scrittura anche un mestiere. Lei lavora come correttrice di bozze per la narrativa dedicata all’infanzia e c’è qualcosa di simbolico in questo suo lavoro, in questo mestiere, che per quanto mal pagato sia – lei dice: il mio lavoro è un lavoro mal pagato e non sempre riconosciuto – tuttavia le serve per riparare l’errore, anche simbolicamente, proprio nelle storie dedicate ai bambini, come se ponendo un rimedio a un errore di tipo editoriale potesse, in qualche modo, andare all’origine dell’errore che ha determinato il guasto nella sua vita. Quindi è un rapporto, quello con la scrittura, di aiuto, di mutuo aiuto. Lei salva, in un certo senso, le storie, le bozze delle storie, e ne è salvata in qualche modo. Proprio la parola, la ricerca della parola, la ricerca del termine che la riconduca attraverso richiami evocativi alla ferita primigenia che ha determinato molte delle conseguenze della sua esistenza». Cloe, Jerus, il professor T, l’abbandono, l’amore. L’accoglienza. Il dolore. I personaggi, i luoghi e le cose sono ritagliati con un bisturi dall’autrice che attraverso “La felicità degli altri”, cuce il suo saggio narrativo sulla ricostruzione delle emozioni. Carmen Pellegrino conclude: «Jerus come Cloe è un altro dei bambini interrotti che vengono ospitati, accolti sulla collina nella casa dei timidi, dove queste due figure donanti e generose di esseri umani − il Generale e Madame − accolgono bambini interrotti, bambini la cui esistenza è stata già segnata da abbandoni o da traumi, e Jerus come Cloe deve in qualche modo abituarsi a qualcosa a cui non è abituato, ovvero alla generosità dell’amore, al dono dell’amore; e lo stesso dovrà fare Cloe, e sarà ancora più difficile per lei. E quando tra i due si determinerà una sorta di legame più forte rispetto al legame che entrambi hanno con gli altri bambini, Cloe fugge perché riconosce, intuisce che c’è qualcosa di simile all’amore nel rapporto con Jerus, ma convinta com’è che lei non abbia diritto alla vita e all’amore, fugge. Continua le sue fughe, che sono poi fughe sempre alla ricerca dell’amore, con questa domanda d’amore che resterà per buona parte della sua esistenza senza risposte, perché lei non può riconoscerlo l’amore fino a quando non si concederà di vivere quella vita che si è negata radicalmente; quindi il rapporto con Jerus è un rapporto fondante anche per la maturità di Cloe, ma lo capirà soltanto più avanti negli anni quando, pacificata in parte con le ombre del suo passato, ricomincerà a vivere, o meglio, a darsi la possibilità di vivere».
La felicità degli altri, del 2021, segna il ritorno al romanzo. Cloe è una donna che ha imparato a parlare con le ombre. Un’anima in ascolto, alla ricerca di una voce che la riporti al luogo accidentato della sua origine, al trauma antico di quando, bambina, cercava di farsi amare da chi l’aveva messa al mondo. Nel suo cammino costellato di fragorosi insuccessi e improvvisi passi avanti, attraversa città, cambia case, assume nuove identità, accompagnata da voci, ricordi, personaggi sfuggenti: Emanuel, il fratello amatissimo; il professor T., docente di Estetica dell’ombra; Madame e il Generale, guardiani della Casa dei timidi, dove era stata accolta a dieci anni. Uno sguardo che cerca attenzione e verità e un viaggio coraggioso che è il racconto di un amore e di una speranza che non si spengono, anche quando dentro e fuori non c’è che rovinai: qualcosa là in fondo si muove e lei sa che deve raggiungerlo, come una viandante nell’oscurità. Sospinto dal baluginio delle ombre (a cui il Professor T., docente veneziano di estetica delle ombre, caravaggescamente, la inizierà insegnandole a trarre l’ombra dalla luce e non il contrario: «Nascondiamo la nostra debolezza e rifuggiamo quella degli altri per non esserne contagiati. Ma sono le nostre ombre a essere indebolite, per la fatica di proteggerci. Bisognerebbe averne riguardo, trattarle con gentilezza. Cercare il luogo oscuro dove riparano. Non giudicare»), quello di Cloe (già “Clotilde” e che sarà poi Anais e infine Esoluna – nomi che si darà «per decifrare le voci che venivano da un sotterraneo accuratamente evitato» –) è anche un percorso interiore di anastilosi (termine che l’Autrice prende in prestito dall’archeologia), con suggestioni allegoriche lungo una narrazione dall’incedere poetico (con tono profetico, inteso nel suo senso etimologico, pro-phemì, «parlare al posto di») intriso di echi letterari (Dostoevskij, prima di tutto – e il suo «perché» e «cosa c’entrano i bambini?» di Ivan Karamazov – , ma anche Euripide con la Medea, e poi Célan, Rilke, Ruskin, Hölderlin, Borges, Mallarmé, Raboni – che dà il titolo al romanzo con una sua poesia – , Sereni e molti altri) e ampi richiami impliciti alla cultura rabbinica (Madame, la premurosa donna che, insieme al Generale, accoglie i bambini soli e abbandonati nella «casa dei timidi» è scampata ai campi di concentramento). Un’ascesa allegorica che prende le mosse dalla Teogonia di Esiodo («Dunque, per primo fu Caos»), per arrivare alla «salita» al «Monte della Domanda» di un esercito di bimbi che, come nella storica crociata dei bambini, si danno adunata per iniziare una spedizione in cui «incedono e parlano all’unisono»senza divisioni, capaci di autodisciplinarsi senza ordini («Andiamo!.. In pochi minuti si dispongono in file di cinque o sei, si autodisciplinano seguendo una sorta di regola interiore che crea armonia. I più piccoli occupano i posti centrali nelle file, le scarpe allacciate dai più grandi…») e arrivare in cima al cospetto di Dio («Sarà un giorno lungo e caro, questo. Finalmente saliremo sul Monte e gli parleremo. Faremo la nostra domanda educatamente, poi ce ne andremo») dopo giorni di marcia all’imbocco della grotta, dove solo la tenerezza dei piccoli schiude ogni riluttanza («digli che abbiamo il miele… è per i più piccoli ma possiamo dargliene un cucchiaio» e così Dio: «Manda a dire che ci ascolterà e accetta volentieri il nostro miele») in un coro degli ultimi arrivati, «ma anche i più lontani dal giorno» in cui il mondo è stato creato, che chiedono di salvare i loro padri «dal cuore che si rimpicciolisce e chiude», perché «soli e spaventati», adulti paralizzati dalla loro paura più grande, quella di morire, pronti a difendere la loro vita, ma incapaci di riconoscerla «nella foglia d’albero, nella rondine in volo, nel povero che bussa», perché li disturba «chi piange in silenzio». I bambini come esperienza di ricomposizione e mediatori d’amore, nonostante i loro padri e la violenza inferta: «mandagli un segno della tua presenza…: venga tra noi, lo ameremo». Una tenerezza, quella dei piccoli, che, con la sua semplicità, dischiude le porte di quella incomunicabilità che l’adulto, il Generale, non riesce a colmare («dalla glottide del Generale continuano a uscire le ragioni seminali dell’aspro suo dissidio con Dio, al quale rimprovera soprattutto tiepidezza, qualcosa che ha a che fare con il compiacimento dell’inerte per la sua stessa inerzia»), benché Cloe riconosca che a questo Dio si possa perdonare il silenzio, la mancata presenza là dove era atteso: «questo Dio posso perdonarlo, come qualsiasi uomo sperduto che non sa più cosa fare».

Carmen Pellegrino vista da vicino

Nata nel 1977, originaria di Postiglione degli Alburni, centro cilentano al confine tra Campania e Basilicata, situato fra i massicci appenninici dei monti Alburni, è una scrittrice e storica, il cui campo di indagine l’ha resa nota per l’attenzione dedicata alla memoria dei borghi abbandonati e alla scienza dell’abbandono, intesa come ritorno alla coscienza dei luoghi attraverso il recupero del loro vissuto storico e della loro storia interiore; attività per la quale l’Istituto Treccani ha appositamente coniato il neologismo “abbandonologo”. Studiosa caratterizzata da eclettismo intellettuale, dopo il saggio ’68 napoletano. Conflitti sociali e lotte studentesche tra conservatorismo e utopie, del 2008, – saggio storico sui movimenti collettivi di dissidenza – e una variegata produzione saggistica in antologie e opere collettanee, nel 2015 ha esordito in ambito narrativo con il romanzo Cade la terra vincendo il Premio Rapallo Carige nella sezione Opera Prima e il Premio selezione Campiello, entrando nella cinquina finalista del Premio Campiello e ricevendo eco nel panorama letterario contemporaneo per il peculiare carattere innovativo dello stile -. La narrazione prende forma intorno a un flusso di ricordi, o, meglio, di memoria, che si nutre del passato di un paese deserto e in disfacimento, popolato ormai solo di ombre, che l’Autrice Pellegrino filtra attraverso la voce narrante di Estella, l’unico io che echeggia in tutte le sezioni del romanzo e che parla con i “suoi” fantasmi. In questo percorso a ritroso, verso la memoria dei luoghi e delle persone che li hanno popolati, è come si realizzasse la riscoperta di una vita clandestina, sotterranea e nascosta in tutto ciò che è in apparente rovina (nella nota finale del romanzo, l’Autrice dirà: «Ho tratto dai ruderi una prospettiva capovolta, un invito alla resistenza: ho visto una possibilità nelle cose lasciate a perdersi, nell’inutile»). Ecco dunque il significato che si ricava dall’opera: ridare un nome alle cose che lo hanno perso, riempiendole di un nuovo senso, alla ricerca di una humanitas che non si limita al presente ma scava nel passato.
Con il secondo romanzo, Se mi tornassi questa sera accanto, ha vinto la trentaduesima edizione del Premio Dessì nel 2017. Il titolo riprende l’incipit della poesia A mio padre di Alfonso Gatto, sintetizzando, come in una dichiarazione, il senso di un romanzo sulla distanza, a volte solo apparentemente abissale, tra gli esseri umani – specie quelli che si sono amati – e sulla ricomposizione. In quella distanza vive Lulù, la protagonista, sulle sponde di un fiume lontano migliaia di chilometri dal fiumeterra che la legava al padre Giosuè Pindari (il quale, da uomo “appenninico”, nella sua radicata fede per gli elementi terra e acqua, continua ad affidare alla corrente le sue lettere per la figlia: «Al fiume, affiderò le lettere, ciascuna in una bottiglia. Le darò al fiume, a quest’acqua che sgorga dalla terra. Sai, Lulù, ho fiducia nelle cose che vengono da lì: la terra non mi ha mai tradito»). Nella medesima distanza vive, sulla nuova riva, Andreone, che aspetta la piena del fiume, e, con essa, come Giosuè, il ritorno di una donna amata e perduta. L’elemento unificante è costituito dalla tensione, spesso tormentata, alla ricerca della parola che ripara («In quel momento Lulù pensò a quanto sia complicata la vita per i figli dell’uomo, che cercano il perdono definitivo per quello che fanno, ma non perdonano mai se stessi per quello che non hanno fatto»).
Nel 2018, con Concita De Gregorio – che ha promosso e coordinato l’idea editoriale – e altre autrici, ha pubblicato Princesa e altre regine, volume dedicato alle donne delle canzoni di Fabrizio de Andrè, in cui ognuna delle scrittrici dà voce narrativa a un brano dell’indimenticato cantautore.

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