La distribuzione dei vaccini in Europa minata dagli egoismi nazionali

di Simone Cosimi

Austria, Slovenia e Repubblica Ceca hanno consumato la loro misera vendetta. Votando contro la redistribuzione di una piccola parte dei dieci milioni di dosi anticipate da Pfizer-Biontech ai paesi che più di altri avevano puntato sul vaccino AstraZeneca e che ora sono in difficoltà. Si tratta dei baltici Estonia e Lettonia, della Slovacchia, della Croazia e della Bulgaria. L’Ue era riuscita, fra i diversi accordi in più fasi sottoscritti con l’azienda statunitense, a farsi anticipare un carico contenuto ma pur sempre significativo di forniture dal terzo al secondo trimestre dell’anno. La presidenza portoghese di turno del Consiglio Ue aveva così proposto di scorporare da quel carico una piccola fetta di dosi da indirizzare con urgenza a quei cinque paesi. Su un punto così secondario, visto l’aumento delle consegne in programma già nei prossimi giorni, i governi – rappresentati dagli ambasciatori Ue – non hanno trovato l’unanimità. La piccola fronda capitanata dal cancelliere austriaco Sebastian Kurz, che già nelle scorse settimane aveva sottoscritto un accordo con Israele per la produzione dei vaccini, ha infatti (ancora una volta) rotto una basilare solidarietà. Ora saranno i restanti 24 paesi a fare da soli, calcolando quei 2,8 milioni di dosi non su 10 milioni totali ma sottraendo le forniture complete destinate ad Austria, Slovenia e Cechia, che non hanno voluto rinunciare neanche a una fiala. In particolare, sono 19 i governi che rinunceranno a una parte della propria quota sotto forma di accordi bilaterali. Come potrebbe accadere con qualsiasi altro paese extra-Ue. Il tutto quando proprio Austria e Repubblica Ceca hanno ricevuto, di recente, 100mila dosi in più a testa (nel primo caso per arginare la variante sudafricana in Tirolo, in particolare al distretto di Schwaz). La solidarietà, evidentemente, vale solo quando se ne è beneficiari. La questione è infatti più articolata: i tre governi volevano essere inseriti fra i paesi beneficiari di quello stock anticipato, non hanno ottenuto questo risultato perché per fine giugno dovrebbero comunque farcela a stare sopra il 50% del tasso di vaccinazione e dunque hanno bloccato una minimale redistribuzione, con numeri di questo tipo (tanto per rendere l’idea): oltre alle dosi pro-rata, la Bulgaria riceverà 1,1 milioni di dosi in più, la Croazia circa 680mila, la Slovacchia 600mila, la Lettonia 376mila e l’Estonia 41mila. Certo non una fornitura particolarmente significativa per le sorti del Vecchio continente ma molto utile a bilanciare, almeno all’interno dell’Ue, gli squilibri che si stanno già creando. E arrivare all’inizio dell’estate in condizioni il più possibile uniformi. A tutto questo si devono aggiungere le fughe solitarie di paesi come l’Ungheria, dove sono disponibili e formalmente autorizzati addirittura sette vaccini, o la Slovacchia (dove l’ordinazione di due milioni di dosi del vaccino russo Sputnik V ha perfino innescato una crisi di governo, con le dimissioni del premier Igor Matovic). O i cortocircuiti per cui perfino la Repubblica Ceca, affossando la decisione per consenso, ha cestinato il meccanismo architettato per compensare la rinuncia alle dosi Moderna e Johnson & Johnson: – 140mila dosi. Bell’affare. A tratti, in questi mesi, la gestione continentale della campagna vaccinale, dalla stipula dei contratti – ancora poco chiara e piena di omissis – ai passaggi più contenuti della distribuzione, ha dato l’idea di una guerra fra poveri. Mentre alcuni paesi viaggiavano e ancora viaggiano speditamente, raggiungendo soglie importanti di popolazione del giro di poche settimane (Regno Unito e Stati Uniti su tutti, teniamo fuori il laboratorio Israele), l’Ue è apparsa (a tratti perfino incolpevolmente) lenta, labirintica, al solito prigioniera della sua burocrazia. Il caso dei 10 milioni di dosi extra, per quanto piccolo, sta a dimostrarlo: l’Unione non riesce a mettersi d’accordo neanche su meno di tre milioni di dosi da spedire a chi sta messo peggio, in una logica continua di ripicche, vendette consumate caldissime, bizzarri e spesso controproducenti salti in avanti come quello dell’autocrate Orbán. Ma l’Ue, come abbiamo detto troppe volte, siamo noi. Ci sono le istituzioni, certo, ma alla fine per la stragrande maggioranza delle questioni l’ultima parola spetta sempre ai nostri governi (o ai loro rappresentanti) in seno al Consiglio e agli altri organi legislativi, come il Coreper, Comitato dei rappresentanti permanenti. I ritardi nei contratti, ad esempio, sono in gran parte responsabilità delle condizioni poste nei mesi scorsi dai diversi paesi, che come visto si dividono continuamente anche su questioni all’apparenza marginali, in un gioco di alleanze e tradimenti. Ed è quel sistema che va evidentemente superato, cedendo nuove quote di sovranità anche nell’ambito della salute: forse l’Unione non funziona come dovrebbe, ma sono i governi a non farla funzionare.

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