Farmaci e vaccini anti Covid-19: tra convinzioni personali e verità scientifiche (Audio)

Nelle ultime settimane e per taluni farmaci negli ultimi mesi i media hanno riportato testimonianze di medici e pazienti che hanno curato i malati, i primi, o si sono curati, i secondi, con farmaci non di nuova generazione e utilizzati per altri scopi. Radionoff dopo aver raccolto le testimonianze di esperti cercherà di fornire risposte adeguate per capirne di più e fornire ciò che la il mondo scientifico pensa e “dice” su farmaci e vaccini. I primi che non avrebbero forniuto alcuna “soddisfazione” sul piano della cura della malattia Covid-19 e i secondi, cioé i vaccini di nuova generazione, che non hanno acora superato le “prove di esame” della loro efficacia contro la patologia derivata da Sars-CoV-2. Piassiamo in rassegna tre prodotti farmaceutici: Ivermectina, Idrossiclorochina e il vaccino russo Sputnik V.

Ivermectina

Secondo i risultati di uno studio clinico, l’ivermectina, un farmaco antiparassitario fra quelli più usati negli Usa contro il Covid, non dà benefici nelle persone con una forma lieve della malattia e non guariscono più in fretta. Alcuni studi soprattutto in laboratorio, riportano gli autori dell’università di Calì, avevano trovato una attività contro il Sars-CoV-2 da parte del farmaco, che si sono tradotti in un uso molto ampio soprattutto in America Latina. Recentemente anche alcuni centri antiveleni negli Usa hanno segnalato un aumento di casi di avvelenamento dovuti ad un uso “fai da te” della terapia. Per verificare l’eventuale efficacia sono stati studiati 400 pazienti con la forma lieve, che hanno ricevuto il farmaco per cinque giorni. Utilizzando il sistema cosiddetto “doppio cieco”, Il virus è rimasto in media per 10 giorni nel gruppo che ha ricevuto la terapia e per 12 in chi invece aveva avuto il placebo, una differenza considerata statisticamente non significativa. L’ivermectina si avvia, quindi, a entrare nell’elenco dei farmaci bocciati, che comprende terapie come la clorochina o l’Avigan divenute famose soprattutto nella prima parte della pandemia.

Idrossiclorochina

Si riaccende la polemica sulla somministrazione di idrossiclorochina per il trattamento a domicilio delle forme non gravi di Covid-19. Ma se per alcuni medici funziona, la letteratura scientifica e le autorità sanitarie dicono altro. Dopo che il Piemonte ha aggiornato il proprio protocollo per le cure domiciliari prevedendo la possibilità di somministrare idrossiclorochina a pazienti Covid-19 in fase precoce di malattia, si riapre la polemica sull’ormai noto antimalarico. Gli esperti più o meno famosi, ancora una volta, si dividono. Ma per le principali autorità sanitarie e la letteratura scientifica il responso è unanime: l’idrossiclorochina non ha dato prove di efficacia né come trattamento in fase sintomatica di Covid-19 né come farmaco preventivo, e pertanto se ne sconsiglia la somministrazione. Sebbene all’inizio della pandemia sia stata parecchio sostenuta anche da alcuni governi, ben presto ci si è resi conto che somministrare idrossiclorochina in pazienti ospedalizzati non dava alcun beneficio. In altre parole il suo impiego non abbassava il tasso di mortalità delle persone in trattamento rispetto a quello di pazienti di controllo che non l’avevano ricevuta. La forza di queste evidenze è tutta nei grandi numeri di Solidarity e di Recovery, i due più grandi trial clinici al mondo sulle terapia per Covid-19, che insieme hanno coinvolto migliaia di pazienti. Sulla base di queste evidenze sia l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sia Ema e Aifa sconsigliano l’impiego di idrossiclorochina. A febbraio 2021 è stata pubblicata una meta-analisi Cochrane che ha compreso 14 studi clinici su l’idrossiclorochina svolti in diversi paesi, per un totale di oltre 8.500 adulti, tra pazienti Covid e persone che hanno assunto il farmaco a scopo di prevenire l’infezione. I risultati dell’indagine sono stati deludenti, scrivono gli autori, che ritengono improbabile che l’idrossiclorochina protegga dall’infezione del coronavirus. Inoltre i dati confermano che l’idrossiclorochina ha poco o nessun effetto sul rischio di morte e sulla probabilità che la malattia si evolva verso forme più gravi. Di recente l’Oms ha pubblicato una nota in merito: una “forte raccomandazione contro l’uso dell’idrossiclorochina in via preventiva per gli individui che non hanno Covid-19“, basata sulle evidenze della prima living Guideline (ossia una linea guida in continuo aggiornamento) pubblicata sul British medical journal che prende in esame 6 studi (più di 6mila partecipanti). Sulla base dei risultati ottenuti dai grossi trial internazionali e delle conclusioni delle meta-analisi, non solo l’Oms ma anche l’Agenzia del farmaco europea (Ema) e la nostra Aifa non raccomandano l’impiego di idrossiclorochina per Covid-19. Nemmeno come trattamento delle forme asintomatiche o lievi nella presa in cura domiciliare. Anche in questo caso, infatti, i grandi numeri non confermano l’utilità del farmaco. E allora perché lo scorso dicembre il Consiglio di Stato si è espresso a favore dell’impiego di idrossiclorochina? In realtà la decisione del Consiglio di Stato non ha sovvertito le indicazioni di Aifa. Come si legge chiaramente nel documento della nostra agenzia del farmaco, infatti, “nei pazienti con infezione da Sars-Cov-2 gestiti a domicilio, di bassa gravità e nelle fasi iniziali della malattia, esistono evidenze più limitate che dimostrano la mancanza di efficacia a fronte di un aumento degli eventi avversi, seppur non gravi”. Aifa dunque non raccomanda l’utilizzo dell’idrossiclorochina, ma non vieta la sua prescrizione off-label, che in quanto tale non è rimborsabile dal servizio sanitario nazionale e può avvenire (proprio come ribadito dal Consiglio di stato) “sotto la responsabilità del medico prescrittore e previo consenso informato del singolo paziente”.

Sputnik V

Arriva il vaccino anti Covid Sputnik in Europa? E in Italia? Si aprono degli spiragli: l’approvazione da parte dell’Ema non sembra così lontana. Ma c’è di più: il preparato russo potrebbe essere prodotto anche in Italia, negli stabilimenti dove si sta sviluppando il vaccino italiano Reithera (operazione sostenuta da un finanziamento pubblico del governo italiano). D’altronde, il Fondo Russo per gli Investimenti diretti annuncia di aver raggiunto accordi per avviare la produzione del vaccino Sputnik V «in Italia, Spagna, Francia e Germania». Molto clamore aveva suscitato, già nei giorni scorsi, l’accordo per la produzione di 10 milioni di dosi di Sputnik raggiunto con l’azienda Adienne Pharma&Biotech a Caponago (Monza Brianza). Sui tempi di approvazione ha parlato questa mattina Marco Cavaleri, responsabile della Strategia vaccini delll’Ema, l’Agenzia europea per i medicinali, a Radio 24. Ha detto che «Sputnik è un vaccino ben disegnato e merita l’interesse di tutti. Siamo bene lieti di collaborare con l’azienda produttrice e vedere se possiamo utilizzarlo in Europa, ma dobbiamo verificare gli standard di produzione rispetto alle aspettative. C’è un programma in corso e nelle prossime settimane vedremo se riusciremo ad approvare il vaccino. Ma prima della fine di aprile non saremo pronti per dare l’ok a Sputnik, più probabile maggio». L’agenzia Reuters racconta di un’apertura di credito da parte dell’Europa più ampia, rispetto a quella iniziale, nei confronti del vaccino Sputnik. Pubblicamente, l’aveva osteggiato, storcendo il naso di fronte a una campagna promozionale del vaccino che sembrava pura propaganda. L’ambasciatore russo in Italia Razov, interpellato dalle agenzie di stampa italiane, si era detto sconcertato da queste polemiche e aveva sottolineato che la Russia non intende imporre il proprio vaccino. Intanto, in Europa, diversi governi lo vogliono: l’Ungheria e la Slovacchia hanno già comprato il vaccino russo, la Repubblica Ceca è interessata. Il corrispondente a Bruxelles dell’agenzia di stampa Reuters scrive che l’Italia sta considerando di usare il più grande bioreattore per la produzione di vaccini del paese in un impianto ReiThera vicino a Roma per fare lo Sputnik V. È lo stabilimento di Castel Romano. Ed è stato menzionato, scrive Reuters, da funzionari italiani in una riunione come possibile sito per la produzione di vaccini Covid-19 realizzati da aziende diverse dalla società italiana. ReiThera, che è posseduta al 30% dallo stato italiano, sta sviluppando un vaccino Covid-19. La stessa ReiThera potrebbe in teoria produrre i vaccini che sono basati su tecnologie simili allo Sputnik ma al momento è impegnata a validare il processo di produzione del proprio vaccino, finanziato dal governo italiano. Lo stabilimento di Castel Romano, inoltre ha fino a 5mila metri quadri, spazi all’interno dei quali si sviluppano già tutte le fasi di produzione: dalla coltura delle cellule fino all’infialamento del vaccino. L’azienda, inoltre, ha già espanso le capacità interne passando da 200 litri a 3000 litri di produzione. Inoltre, a quanto si apprende, le aree già destinate alla produzione su larga scala potrebbero ulteriormente ingrandirsi nei prossimi mesi. E a pieno regime, si calcola che ReiThera sarebbe in grado di produrre tra le 50 e le 100 milioni di dosi all’anno.

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