Espaňa invertebrata

Quest’anno ricorre il centenario della pubblicazione di Spagna invertebrata di José Ortega Y Gasset, brillante saggio che ha esercitato una enorme influenza sulla storiografia spagnola e costituisce un punto di partenza di ulteriori polemiche intorno al singolare destino della nazione spagnola. Non è ozioso ripensarne i tratti salienti. Nel 1920 Ortega iniziò a pubblicare una serie di articoli che, raccolti con il titolo di Particolarismo y acción directa, formeranno la prima parte di España invertebrada. Prendendo spunto dall’attualità, Ortega sviluppava l’argomento col proposito di analizzare e così esplicare la realtà storica spagnola, una meditazione sulla preoccupante circostanza del suo paese caduto nel gioco perverso della contrapposizione repressione-rivoluzione. Il compito che nel ’14 si era ufficialmente dato la Liga, quello della rigenerazione della vita spagnola, naufragava dopo alcuni anni. Nel frattempo era accaduto qualcosa che aveva vanificato il proposito della Liga di rigenerare la vita spagnola. Il clima favorevole della non belligeranza, che allo scoppio della I guerra mondiale poneva la Spagna nella posizione privilegiata di poter fornire prodotti agricoli e industriali alle nazioni in guerra, sembrava svanito. Infatti l’industria mineraria delle Asturie, le acciaierie e i cantieri navali dei paesi baschi, l’industria tessile catalana, conobbero tutti un periodo di intenso sviluppo economico, che rappresentò il primo grande decollo dell’industria spagnola. Tale crescita indusse il mondo industriale a non tollerare la subordinazione politica nei confronti del mondo agrario e dei suoi interessi. L’insoddisfazione prese con veemenza corpo, nel giugno del ’16, allorquando si cercò di imporre una tassa sui profitti di guerra dell’industria del Nord senza colpire quelli degli agrari. La risposta della borghesia industriale, non paga di aver bloccato il progetto di legge, si organizzò per tentare la modernizzazione politica finanziando, contro l’establishment spagnolo, i movimenti regionalisti baschi e catalani. Il proletariato, dal canto suo, impoverito dalla guerra, finì per consuonare con la borghesia industriale nella disperata necessità di cambiamento. I militari ammantandosi di un linguaggio novantottesco davano una patina rigenerazionista alle loro richieste di modernizzazione e di adeguamento salariale, linguaggio che indusse molti a una errata valutazione della posizione politica dell’esercito. In questa strana convergenza d’intenti tra industriali, operai e esercito, gli interessi degli uni seguitavano a divergere da quelli degli altri. Ma fu difficile per l’oligarchia agraria inserirsi negli spazi di queste divergenze per accentuarle fino alla separazione violenta con una mirata strategia, esaudire le richieste dei militari, spingere gli operai verso lo sciopero, intimidire con ciò gli industriali. Dal rischio della deflagrazione particolaristica muoveva la meditazione di Ortega sull’oscillazione tra repressione e rivoluzione della Spagna, fedele ad una lunga tradizione di pensiero. La prospettiva storica che Ortega adottò per osservare più in profondità e nella giusta distanza i modi della Spagna sorgeva dalla convinzione che la vita è storia. Per determinare che cosa fosse la Spagna, bisognava muoversi su un terreno profondo, genetico, biologico, con abilità descrittiva e narrativa, per raccontare non le “idee” ma gli uomini che le ebbero. Questo modello narrativo promuoveva la biografia a metodo e utilizzava l’autobiografia come stile. Vale a dire, conforme al proposito di separare idealismo e neokantismo, che l’io è inteso come espressione della vita, e non come un’entità separata, esclusiva, pura. Ciò comportò una revisione storica e personale che indusse a liberarsi degli “schemi” giovanili di un socialismo etico e a riconsiderare la storia della Spagna precedentemente rifiutata. Infatti, parlando di Roma, alla maniera di Momsen, Ortega condivise l’opinione secondo la quale le nazioni si formano per “incorporazione” e non per dilagación de un núcleo inicial. Roma non fu il risultato dell’espansione della Roma-palatina, ma della unione con la comunità vicina del colle Quirinale e così di seguito per successive articolazioni.

Los estadios del proceso incorporativo forman, pues, una admirable linea ascendente: Roma inicial, roma doble, federación latina, unidad italiota, Imperio colonial. Este esquema es sufficiente para mostrarnos que la incorporación historica no es la dilatación de un núcleo inicial, sino más bien la organización de muchas unidades sociales preexistentes en una nueva estructura. El núcleo inicial, ni se traga los pueblos que va sometiendo ni anula el carácter de unidades vitales propias que antes tenian.

Parallelamente, sosteneva Ortega, né la Catalogna, né il resto scomparve tra le braccia riunificatrici della Castiglia, anzi. Fondamentale fu il contenimento delle forze centrifughe, tant’è che appena deficita l’attrazione del centro riappare la energia secessionista de los grupos adhetidos. Continuava Ortega a pensare dinamicamente la relazione tra centro e periferia, ritenendo essenziale per il suo equilibrio sia la forza centrale sia quella centrifuga (qualcuno ha voluto vedere in questa formula fisico-retorica el eje del libro, l’asse del libro1).

Ortega concentrava la sua analisi sul rischio di secessione rappresentato dalle rivendicazioni particolariste basche e catalane e da quelle, più blande, andaluse e galiziane, ma riteneva tuttavia che cuando una sociedad se consume victima del particolarismo, puede siempre afirmare que el primero en mostrarse particularista fue el Poder central. Il particolarismo e “l’azione diretta” si estendevano dal centro a tutti gli ambiti della società di modo che «cada grupo deja de sentirse a sí mismo como parte, y en consecuecia deje de compartir los sentimientos de los demás». Questa era l’infermità della Spagna, la tendenza a credere di “no tener que contar con los demás”, a vivere isolatamente a non sentirsi parte di un tutto. La conclusione cui giunse Ortega considerando la questione da una prospettiva storica era che “Castilla ha hecho a España y castilla la ha deshecho”.

Ma il problema grave del particolarismo non era peculiare della Spagna, soffriva di questa patologia tutta l’Europa. Di sicuro però questo era il grave problema spagnolo, che non si limitava al particolarismo regionale, ma al particolarismo sociale, istituzionale. Nessuno faceva affidamento su nessuno, e per questo si odiava il politico, non in quanto governante ma in quanto parlamentare, giacché il Parlamento liberale era l’espressione della necessità del dialogo. La Chiesa, la Monarchia, i militari, Ortega faceva alcuni esempi, erano particolarismi tanto quanto i nazionalisti che avevano, nella loro unilateralità, determinato la paralisi della vita nazionale. Tutti distruggevano e nessuno costruiva. La Chiesa e la Monarchia non si erano preoccupate degli interessi nazionali, ma dei propri, e preferendo sempre i peggiori avevano determinato una selezione inversa.

Sería curioso y cientificamente fecundo hacer una historia de las preferencias manifestadas por los reyes españoles en la elección de las personas. Ella mostraria la increible y continuada perversión de valoraciones que los ha llevado casi indefectiblemente a preferir los hombres tontos a los inteligentes, los envilecidos a los irreprochables.

Le classi sociali chiuse ermeticamente nelle preoccupazioni esclusiviste erodevano la convivenza nazionale perdendo del tutto la sensibilità verso l’interdipendenza sociale. Questa tendenza a disprezzare l’eletto inteso nel senso del valoroso, era per Ortega il sintomo più chiaro dell’inerzia spagnola, della sterilità sentimentale e ideale. “Cuando se tiene el corazón lleno de un alto empeño se acaba siempre por buscar los hombres más capaces de ejecutarlo”. Il particolarismo, l’ermetismo delle classi sociali si cura educando democraticamente non solo ai diritti ma viepiù ai doveri. Ad esempio, a fianco ai diritti egualitari, bisognerebbe collocare los derechos diferenciales y máximos, L’uguazianza non poteva essere, per Ortega, un principio politico generale, forse solo aveva un senso come base per l’espressione della sovranità e per il riconoscimento dei minimi de convivenza e unità, secondo il suo particolare socialismo. Ma una volta riconosciuta questa base fondamentale di uguaglianza, la disuguaglianza, la differenza si direbbe oggi, avrebbe dovuto fare il suo corso. Bisognava che la Spagna formasse una nuova aristocrazia e stabilisse un “sistema di ranghi”, fondati sulla cultura, sul riconoscimento dei migliori, coloro che si dedicano con nobile sforzo a un impegno; coloro che operano, creano. Si faceva sempre più urgente il problema educativo, giacché per curare i mali della Spagna bisognava trasformarla, trasformare gli uomini, e ciò supponeva un processo lento e progressivo (a tal proposito sarebbe senz’altro fondamentale soffermarsi sulla teoria dell’azione che Ortega andava dal ’14 elaborando in testi quali Vieja y nueva politica, Ensayo de Estetica en manera de prologo e Meditaciones de Quijote). Ma la Spagna era lacerata dalla contrapposizione massa-minoranza, che concerneva per lo più la classe media e alta e che non consentiva la sua rivertebrazione. Perciò, che la ribellione delle masse fosse giunta al mondo politico significava, per Ortega, che anche la dimensione sociale e storica ne erano invase. Eppure la prospettiva etica e giuridica con la quale fino ad allora era stato affrontato il problema della relazione fra la massa e la minoranza, tutta concentrata sul “dover essere o non dover essere aristocratica” la costituzione politica, si era rivelata fallimentare. En vez – dice Ortega – de analizar previamente lo que es, las condiciones ineludibles de cada realidad, se procede desde huego a dictaminar sobre cómo deben ser las losas. Così facendo, si elaborava comodamente uno schema fascinoso e astratto nel quale ci si disinteressava della realtà. Pero – commenta Ortega – esta suplantación de lo real por lo lo abstractamente deseable es un sintoma de puerilidad.

La “magia del dover-essere, morale e giuridico, lascia fuori tutti gli altri ambiti che sono moralmente indifferenti e che sono di un’importanza cruciale per l’esistenza di una società. Parziale e frammentario, il dover-essere del moralista e del giurista si rivela così insufficiente da gettare un’ ombra sulla tenuta di un’etica que al dictar sus normas si dimentica di come è nella sua integra condizione l’oggetto che pretende definire, perfezionare. “Sólo debe ser lo que puede ser, y sólo puede ser lo que se mueve dentro de las condiciones de lo que es”. E ciò significa che il dover-essere non può snobbare la realtà extramorale e extragiuridica, anzi, deve nutrirsene perché la retta sentenza su come devono essere le cose presuppone la devota osservazione della loro realtà. Un ideale di società, elaborato solo da una prospettiva etico-giuridica sarebbe parziale.

Por tanto, antes que la ética y el derecto, con sus esquemas de lo que debe ser, tiene que hablar el buen sentido, con su intuición de lo que es.

Se si guarda con la dovuta attenzione e con lo sguardo sincero, sgombro dai filtri di una certa sociologia che altera i concetti di minoranza e maggioranza e si sostituiscono con quelli di ejemplaridad y docilidad si può procedere più oltre nella “intelligenza del sociale”. Ortega esemplifica splendidamente l’idea che in ogni società, che non sia inferma, esiste sempre una minoranza e una maggioranza che possono entrambi convertirsi in massa, la cui azione reciproca è al fondamento della società.

Cuando varios hombres se hallan juntos, acaece que uno de ellos hace un gesto más gracioso, más expresivo, más exacto que los habituales, o bien pronúncia una calabra más bella, más revebarante de sentido, o bien emite un pensamiento más agudo, más luminoso, o bien manifiesta un modo de reacción sentimental ante un caso de la vida que, paréce másacertado, más gallardo, más elegante o más justo. Si los presentes tienen un temperamento normal sentirán que, automaticamente, brota en su ánimo el deseo de hacer aquel gesto, de pronunciar aquella palabra, de vibrar en pareva emoción.

Ma non si tratta di semplice desiderio mimetico, bensì della autentica assimilazione delle qualità ammirate, poiché “percibimos como tal la ejemplaridad de aquel hombre y sentimos docilidad ante su ejemplo.

La teoria politica orteghiana aveva come sua peculiarità quella della esemplarità, che egli contrappose ad altre due teorie politiche: quella indiana delle coste e moderna dei cittadini. È convinto che vi sia una gerarchia della società, sebbene concepisca la gerarchia in termini di esemplarità. Egli però specificava accuratamente che tale concetto di esemplarità o di prototipo – come dirà nel ’27 in “Mirabeau o el politico” dove parla esplicitamente dell’errore che si commette confondendo gli ideali, che sono il frutto del nostro desiderio (il dover essere), con l’archetipo che è la struttura essenziale della natura (l’essere). Tale concetto di esemplarità non dev’essere interpretato come una μίμησις, bensì una ποίησις. Trovandoci al cospetto di un uomo migliore, se godiamo di una sensibilità sana, desidereremo essere come lui, ma non fittiziamente.

En la imitación actuamos, por decirlo así, fuera de nuestra auténtica personalidad, nos creamos una máscara exterior. Por el contrario, en la asimilación al hombre ejemplar que ante nosotros pasa toda nuestra persona se polarizza y orienta hacia su modo de ser.2

A tal proposito, per sottolineare quanto e come le relazioni tra l’aristocrazia e la massa, anteriori ai formalismi etico-giuridici, costituiscano la “radice del patto sociale”, aggiungeva:

Este mecanismo de ejemplaridad-docilidad, tomato como principio de coexistencia social, tiene la ventaja, no sólo de sugerir cuál es la fuerza espiritual que crea y mantiene las sociedades , sino que, a la vez, aclara el fenómeno de las decadencias e ilustra la patologia de las naciones. Cuando un pueblo se arrastra por los siglos gravemente valetudinario, es siempre o porque parlan en él hombres ejemplares, o porque las masas son indóciles. La coyuntura extrema consistirá en que ocurran ambas cosas.

Così, possedendo la chiave del fenomeno della esemplarità si ha l’opportunità d’interpretare gli altri fenomeni, storico, sociale e politico nel quale si producono.

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1 Crf. Ph. W. sever, «Ortega y la revertebración de Epaña», in M. Tareso López de la Vieje, Politica de la vitalidad. Españenvertebrada de José Ortega y Gasset, Tecnos, Madrid, 1996, p. 21.

2 O.C., III, pp. 601/637.

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