Economia e società in Basilicata prima dell’Unità d’Italia

Se in tutti i territori del Regno la situazione occupazionale era alquanto precaria, in Basilicata era, a dir poco, disastrosa. Da un’inchiesta promossa nel 1859 dall’Intendente della Provincia di Basilicata, Leonardo Morelli, per dimostrare l’”interesse” di Francesco II nei confronti delle popolazioni lucane, emergono dei dati allarmanti che illustrano le reali condizioni della regione. Ovunque, infatti, si sollecitavano gli interventi da parte del governo centrale perché incentivasse il settore dei lavori pubblici con la costruzione di strade, ponti e infrastrutture necessari ai collegamenti dando così da vivere alla povera gente alla quale mancavano i generi alimentari di prima necessità oltre al denaro per acquistarli. Interventi che furono sollecitati fino all’ultimo, cioè fino a quando non entrò in vigore la famigerata legge Pica, anche da politici meridionali, come Giuseppe D’Errico, ingegnere, deputato al Parlamento per il collegio di Potenza, che cercavano di evitare che le contrapposizioni di classe sfociassero in una guerra civile. Il D’Errico nel giugno 1863, ancor prima che fosse resa nota la relazione Massari, pubblicò, infatti, una proposta per lo sviluppo viario e ferroviario della provincia di Basilicata così da dare impulso ai traffici e ai commerci migliorando, attraverso l’occupazione nei vari cantieri, le condizioni di vita di tanta povera gente ed evitando, nel contempo, ogni forma di dissenso che non avrebbe giovato né al governo né alle popolazioni dei territori annessi. Egli, da buon politico, aveva intuito che il brigantaggio affondava le sue radici nel diffuso malessere sociale e che non poteva essere considerato, quindi, come un fenomeno esclusivamente delinquenziale. In quasi tutti i paesi, oggetto dell’indagine voluta dal Morelli, si accertò che gli edifici pubblici e le chiese versavano in uno stato di estremo abbandono e necessitavano di riparazioni e di restauri; nella quasi totalità mancavano i cimiteri; in altri non si segnalava la presenza di fontane o pozzi sorgivi; in altri ancora per la mancanza di molini si era costretti a sfarinare con metodi primitivi; e, in qualche caso, la povertà era tale da non consentire nemmeno al banco dei pegni di concedere prestiti su garanzia perché la gente bisognosa non aveva nulla da impegnare. Mentre nelle altre province del Regno erano operosi diversi stabilimenti industriali, cantieri navali e laboratori artigianali che occupavano migliaia di persone, in Basilicata, invece, fabbriche o attività imprenditoriali erano quasi del tutto inesistenti. Nel capoluogo era in funzione un piccolo opificio per la lavorazione della seta, installato presso l’Istituto delle Gerolomine e gestito da una maestra delle Reali Fabbriche di San Leucio per integrare la produzione della preesistente filanda dotata di 19 telai, utilizzati per la lavorazione di tessuti di cotone, lino e lana, che dava lavoro a 61 operaie. Sempre a Potenza erano attivi uno stabilimento dove si producevano derivati dell’alcool, sapone e cera, una tintoria di panni di lana e di cotone, una fabbrica di pasta alimentare, una fabbrica di laterizi, due mobilifici, due legatorie e, inoltre, una conceria e una cartiera, che, però, avevano avuto vita breve dal momento che, installate nel 1843, erano state chiuse per inattività a distanza di qualche anno. A Matera, invece, erano efficienti una fabbrica di laterizi, una conceria di cuoi e pelli e una manifattura di armi. Negli altri centri era abbastanza sviluppata l’industria armentizia, mentre risultava, come già detto, inesistente quella industriale e irrilevante quella manifatturiera ed estrattiva, anche se nella regione vi erano dei banchi di lignite nelle zone di Cancellara, di Potenza, di Episcopia, di Lagonegro e di Rivello, di fossile combustibile e di catrame nell’alta valle dell’Agri, oltre a una miniera di gesso in agro di San Mauro Forte e una cava di marmo nel territorio di Latronico, di fatto improduttive perché la mancanza di strade rotabili ne impediva la commercializzazione. Le rare attività industriali esercitate nei singoli paesi lucani, oltre all’allevamento dei bachi da seta, praticato già da tempo nei paesi del Lagonegrese e, solo di recente, ad Abriola, riguardavano in particolare le filande in funzione a Teana, a Lagonegro, a Maratea, a San Chirico Raparo e a Pignola per la tessitura delle ginestre; le tintorie di panni e di flanelle, attive rispettivamente a Lauria e a Ferrandina; le fabbriche di laterizi di Fardella, di Melfi, di Ferrandina e di Chiaromonte; i mobilifici di Rionero in Vulture, di Senise e di Spinoso; le fabbriche di sedie e di cappelli di Lagonegro e di Lauria, dove sorgeva, tra l’altro, anche uno stabilimento per la produzione di oggetti di rame; le manifatture di armi di Tricarico e di Lauria; le fabbriche di coltelli di Avigliano; le concerie di cuoi e pelli di Montemurro; la fabbrica di pettini di Rotonda; la ferriera di Rivello. Risulta, inoltre, che nel 1845 a Rotondella era stata avviata da un certo Francesco Antonio Bitondo una fabbrica artigianale per la costruzione di una macchina per trebbiare il grano senza l’uso di animali e che, sempre nello stesso anno, un meccanico di Genzano di Lucania aveva messo su un laboratorio per la costruzione di penne da scrivere in metallo che, una volta riempite d’inchiostro, potevano scrivere a lungo. Stesso carattere artigianale aveva anche la legatoria installata a Latronico nel 1853. Per quanto riguarda il settore alimentare, si ricordano: la fabbrica di spirito di vino di Teana; la fabbrica di liquori di Lauria; i pastifici di Castelluccio Inferiore, di Castelluccio Superiore, di Albano, di Montepeloso, di Ruoti, di Senise, di Tricarico e di Vaglio; le fabbriche di dolciumi di Chiaromonte e la fabbrica di liquirizia, a conduzione quasi artigianale, impiantata a Policoro.

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