Da Wikileaks alla prigionia, la parabola di Julian Assange

Le rivelazioni sulle guerre americane in Medio Oriente, le accuse di stupro, l’esilio nell’ambasciata dell’Ecuador, la prigionia nella “Guantanamo inglese”. Una saga giudiziaria che ha fatto sorgere interrogativi sui confini tra libertà di stampa e sicurezza nazionale.

Julian Assange non verrà estradato negli Stati Uniti, dove lo attendevano 18 capi di accusa per spionaggio e pirateria informatica che gli sarebbero potuti costare fino a 175 anni di carcere. La giudice Vanessa Baraitser, della corte penale londinese di Old Bailey, ha ritenuto che lo stato psicologico del quarantanovenne australiano lo avrebbe portato al suicidio, se trasferito in Usa. In attesa del ricorso già annunciato dal dipartimento di Giustizia americano, che ha espresso “estrema delusione”, Assange rimane nella prigione di massima sicurfezza di Belmash, la cosiddetta “Guantanamo di Londra”, in quello che è l’ultimo capitolo di una lunga saga giudiziaria che ha fatto sorgere complessi interrogativi sui confini tra libertà di stampa e sicurezza nazionale. 

Le origini di Wikileaks

Registrato nel 2006, Wikileaks inizia la sua attività l’anno dopo. Assange garantisce alle sue fonti la massima protezione informatica possibile e il sito inizia a pubblicare informazioni riservate e documenti segreti che mettono in imbarazzo i governi di mezzo mondo. Nei dieci milioni di ‘leak’ diffusi dal sito, che collabora con dissidenti da ogni angolo del pianeta, verranno messe in luce la repressione cinese della rivolta tibetana, le purghe contro l’opposizione in Turchia, la corruzione nei Paesi arabi, le esecuzioni sommarie compiute dalla polizia keniota. Il principale bersaglio di Assange sono però gli Stati Uniti. La prima volta che Wikileaks cattura l’attenzione della stampa internazionale è nel 2007, quando viene pubblicato il manuale per le guardie carcerarie di Guantanamo. La semplice pubblicazione dei documenti però non basta. L’internauta medio non ha il tempo né gli strumenti per orientarsi tra migliaia di file. Serve qualcuno che separi il grano dal loglio. E questo lo sanno fare solo i giornalisti. 

L’Iraq, il ‘cablegate’ e Chelsea Manning

A luglio 70 mila documenti confidenziali sulle operazioni della coalizione internazionale in Afghanistan vedono la luce grazie al lavoro congiunto di Wikileaks e alcune delle più prestigiose testate mondiali: il New York Times, il Guardian, Der Spiegel, Le Monde ed El Pais. Un modello di collaborazione internazionale destinato a restare (un esempio su tutti, il caso dei ‘Panama Papers’). A ottobre è il turno di 400 mila carte riservate sull’invasione dell’Iraq, dalle quali emergono le violenze delle truppe americane nei confronti dei civili. Il mese dopo vengono pubblicati 250mila cablogrammi diplomatici Usa dai quali emergono giudizi spesso poco lusinghieri sui partner di Washington. Ad aver reso possibile la colossale fuga di notizie è un militare statunitense, Bradley Manning ( Chelsea Manning, dopo l’operazione per cambiare sesso), che gira ad Assange 700 mila documenti classificati. Condannata a 35 anni, Manning sarebbe poi uscita di prigione il 17 maggio 2017, dopo che l’allora presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, aveva commutato la sua pena.

Le accuse di stupro

Il ‘cablegate’ rende Assange un’icona internazionale della libertà d’espressione e la bestia nera delle autorità. Il canuto programmatore australiano è nel mirino di molti governi e negli Usa c’è chi ritiene collabori con i russi, un sospetto che sara’ rafforzato nel 2013 quando avrebbe suggerito a Edward Snowden di rifugiarsi a Mosca, consiglio che la talpa dell’Nsa avrebbe seguito. È proprio alla fine del 2010 che iniziano i guai di Assange con la legge, e non per la pubblicazione di segreti di Stato. Il 18 novembre la magistratura svedese lancia un mandato di cattura europeo contro il fondatore di Wikileaks, denunciato per stupro da due donne svedesi per fatti avvenuti nell’agosto 2010. Assange, allora a Londra, replica di aver avuto rapporti consenzienti con le accusatrici e si consegna alla polizia britannica il 7 dicembre. L’attivista è detenuto per nove giorni e in seguito gli vengono concessi prima i domiciliari e poi la libertà vigilata. Nel febbraio 2011 la procedura per l’estradizione in Svezia viene sottoposta a un tribunale londinese. L’australiano teme che dalla Svezia possa essere estradato negli Stati Uniti e lì condannato a morte. Il 19 giugno 2012 Assange decide di rifugiarsi nell’ambasciata ecuadoriana.

Setta anni chiuso in ambasciata

Assange chiede asilo politico all’allora presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, che glielo concede ad agosto. Correa chiede inoltre, senza successo, alle autorità britanniche che conceda un salvacondotto al suo ospite perché possa trasferirsi a Quito. In questo periodo l’attività di Assange non si ferma. Nel 2016 Wikileaks rivela come i dirigenti del Partito Democratico Usa avessero tramato contro il popolare candidato della sinistra, Bernie Sanders, perché Hillary Clinton vincesse le primarie. Il 2 aprile 2019 il nuovo presidente dell’Ecuador, Lenin Moreno, accusa Assange di aver violato le condizioni per l’asilo politico. L’11 aprile la polizia britannica ottiene il permesso di entrare nell’ambasciata per portare via Assange, che il giorno dopo viene privato della cittadinanza ecuadoriana che Correa gli aveva intanto concesso. La difesa delle donne che lo avevano accusato di stupro ottiene una riapertura dell’indagine, che era stato intanto archiviata.

La prima condanna e l’offensiva Usa

Il 14 aprile 2019 la legale e compagna di Assange, Stella Morris, assicura che il suo cliente è disposto a cooperare con le autorità svedesi purché sia scongiurato il rischio di estradizione in Usa. Il 1 maggio l’australiano viene però condannato a 50 settimane di prigione da un tribunale di Londra per aver violato le condizioni della libertà vigilata rifugiandosi nell’ambasciata dell’Ecuador. Anche una volta scontata la condanna, Assange sarebbe rimasto in custodia nel penitenziario, in attesa del verdetto sull’estradizione. Poco dopo parte l’offensiva del dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, che il 23 maggio aggiunge 17 capi d’accusa a quello già spiccato per pirateria informatica, in virtù delle leggi antispionaggio. Accusato di aver messo in pericolo la vita di agenti e soldati Usa, ora Assange rischia 175 anni di prigione. Il 31 maggio interviene l’Onu, con il relatore speciale sulla tortura, Nils Melzer, che visita il fondatore di Wikileaks in carcere e afferma che le sue condizioni presentano “tutti i sintomi della tortura psicologica” e che la sua vita è in pericolo”. Un’impressione che appare confermata il 21 ottobre, quando Assange si presenta in tribunale confuso e balbettante. 

La Svezia ritira le accuse, Londra non lo estrada

Il 19 novembre arriva la prima buona notizia: la magistratura svedese ha abbandonato l’indagine per violenza sessuale per mancanza di prove. Assange deve però terminare di scontare la pena in Gran Bretagna e sulla sua testa pende la spada di Damocle dell’estradizione. Il 24 febbraio 2020, la giustizia britannica inizia a esaminare la richiesta presentata dagli Stati Uniti. Mentre il cammino della procedura viene rallentato dalla pandemia, cresce la mobilitazione internazionale a favore di Assange, con decine di Ong che a luglio ne chiedono la liberazione “immediata”. Gli avvocati di Assange affermano che la richiesta di estradizione ha motivazioni politiche. L’udienza viene aggiornata al 7 settembre e il 25 settembre la giudice Baraitser acconsente a concedere più tempo alla difesa per preparare la sua documentazione. Il 4 gennaio 2021 il verdetto: Assange resta nel Regno Unito perché, se estradato in Usa, potrebbe suicidarsi. Washington ha già annunciato ricorso. Mercoledì, il tribunale deciderà sulla richiesta di libertà vigilata avanzata dagli avvocati di Assange al quale, intanto il Messico ha offerto asilo politico. (Fonte Agi).

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