Da Salvia a Savoia. Storia del cambio di un nome e di un attentato politico

di Raffaele Langone

Il delegato di P.S. che la mattina del 18 novembre 1878, di buon’ora, si muove da Potenza alla volta di Vietri, da dove svolterà per un paesino dell’interno, è convinto che, malgrado il fatto clamoroso, il più clamoroso che si possa immaginare, la sua missione non porterà risultati di qualche rilievo.
La notizia del più clamoroso fatto immaginabile è giunta per telegrafo alla prefettura di Potenza nel tardo pomeriggio del giorno precedente: l’attentato al re Umberto, poco dopo l’arrivo a Napoli, nel corso del giro d’Italia che i nuovi sovrani hanno cominciato in luglio.
Scesi dal treno proveniente da Bari, i sovrani con l’erede principe di Napoli e il presidente del consiglio on. Cairoli, stavano percorrendo tra un pubblico quanto mai festoso la strada verso la reggia, quando è avvenuto un fatto di cui- tranne i più vicini- nessuno al momento ha saputo, perché infatti il corteo di centinaia di carrozze ha proseguito regolarmente.
La notizia si è diffusa in seguito, dando luogo a grandi manifestazioni, mentre i dispacci telegrafici la rendevano nota ovunque. I giornali riferiranno l’indomani che una manifestazione non è mancata nel capoluogo lucano: “una numerosa manifestazione percorse ieri le vie al grido di viva il re e la regina, protestando contro l’indegno figlio della Basilicata che ha attentato alla vita del giovane sovrano”.
Comprensibile l’imbarazzo di Potenza, dato che l’attentatore è originario di un piccolo paese della provincia. Ma il suo nome è quello di uno sconosciuto, e in base alla sua esperienza il delegato non s’aspetta di fare scoperte. La strada è lunga e porta ad un paesetto tra gli Appennini fra boschi di querce, in destra di uno scarno fiume, il Melandro. In altra circostanza, e con l’aiuto di un competente, il delegato potrebbe apprezzare le varie sorgenti e le belle piante medicinali che abbondano nella zona.
A Salvia il delegato incontra il sindaco, Giovanni Parrella, un piccolo proprietario, con cui compila rapidamente il rapporto. Giovanni Passannante, l’attentatore del re, ha ancora viva la madre e due fratelli ( altri quattro sono morti in tenera età ), poveri braccianti, uno dei quali ha assolto gli obblighi di leva. L’attentatore invece non è stato militare ( questo dato è stato chiesto proprio dal re ).
La famiglia è sempre stata poverissima, Giovanni non ha praticamente avuto amici in paese, da cui s’è allontanato intorno ai 14 anni, dopo avere fatto il pastore e il servo. Il delegato può ritornare a Potenza assicurando la massima lealtà della popolazione di Salvia. Quattro giorni dopo infatti il Consiglio Comunale si riunisce e manifesta la confusione determinata dalla notizia dell’attentato.
Viene stabilito che il Sindaco, con gli altri colleghi della Basilicata, vada in commissione a rendere omaggio al sovrano ancora a Napoli. Poiché né il Sindaco né i due assessori hanno abiti da cerimonia, il consiglio ne autorizza l’acquisto (in verità, pare che gli amministratori di Salvia si limiteranno a prendere in fitto gli abiti a Napoli, per l’occasione).
Non è difficile immaginare la scena alla reggia(ricostruita dai giornali), col sindaco che balbetta “io rappresento la disgraziata Salvia” ed il re che risponde consolandolo: “gli assassini non hanno patria” ma, aggiungono gli storici, “dai consiglieri della corona scende un suggerimento”: cambiare denominazione al paese. Non siamo ancora ai metodi, ugualmente intransigenti ma più moderni, della Molfetta del 1925, per esempio, che provvede a depennare dai registri comunali il concittadino Gaetano Salvemini, figlio traviato che ha osato opporsi al capo del governo Mussolini, colpendo dall’estero la propria nazione, ma ad un uso più antico, grossolano e completo, da esercito di occupazione, di mettere dei punti fermi.
Come è, appunto, il cambio di denominazione di un paese.
Il cambio viene preparato per gradi. Il 1° Dicembre, come riferisce per lettera al prefetto di Potenza il Sindaco Parrella, “previo nostro invito si riunirono in questa sala municipale il consesso comunale, le autorità tutte, civili e militari, il ceto nobile, artigiani e parte del basso ceto, i quali così intervenuti con buona parte dei congedati si portarono con noi in questa madre Chiesa previo invito del Clero, ove s’intonò l’inno Ambrosiano e dopo ebbe luogo la benedizione del SS.mo in ringraziamento dell’Altissimo di aver preservato il Re Umberto I dal nero attentato…dietro i replicati viva al re Umberto I, alla regina, al principe di Napoli e a tutta la dinastia della casa Savoia, in seguito i congedati facevano un fuoco di gioia con i fucili di cui erano armati in tale circostanza per nostro ordine.”
Il 6-7 marzo dell’anno seguente, 1879, ha luogo a Napoli il processo contro Passannante, che viene condannato a morte, pena commutata con quella dei lavori forzati a vita il 29 dello stesso mese.
Il 13 maggio il Consiglio comunale di Salvia chiede che la denominazione attuale venga sostituita con quella di “Savoia di Lucania,” e ciò viene concesso con decreto reale del 3 luglio 1879. Così, dopo 19 anni, il nome Savoia torna ad indicare un lembo di terra nazionale: come si ricorderà nel 1860 la Savoia, culla della casa reale e parte del regno Sabaudo è stata ceduta alla Francia insieme con Nizza, a compenso del riconoscimento della nazione amica delle annessioni nell’Italia centrale.
La Savoia era una regione di circa 11.000 kmq e il comune lucano dispone di soli 32kmq. Ma da allora è l’unica zona nazionale che si chiami Savoia dove peraltro nessun rappresentante della corona si recherà mai. Due anni dopo i reali visiteranno solo Potenza.
Il destino del ragazzo Passannante è segnato dall’estrema povertà della famiglia. Fino all’età di dieci anni andò pitoccando per le vie e le case di Salvia. La denutrizione ed i patimenti influirono sul fragile fisico del ragazzo.
Perciò non fu bracciante, come i fratelli, ma guardiano di pecore e domestico. Solo che, mentre tutti in famiglia erano analfabeti, il piccolo Giovanni, fra i 14 e i 15 anni, frequenta seppur per breve tempo, la scuola elementare del Municipio. Questo è uno dei fatti determinanti della sua vita.
Il ragazzo si rivela smanioso di apprendere e tale resterà, in una regione dove la media degli analfabeti supera l’87 per cento. Andato a servizio a Vietri, riuscirà ad aumentare le sue capacità di leggere. Dopo l’attentato, non mancherà chi, oltre a rimproverare al governo la “liberalità” in fatto di associazionismo, se la prenderà proprio con l’alfabeto, sia in parlamento (costringendo ad una adeguata replica il ministro F. De Santis) che sulla stampa.
Le vicende politiche, anche quelle stesse della regione, non sembrano toccare il ragazzo Passannante. Nato nel 1849, ha undici anni quando, compiuta l’unità del regno, comincia a verificarsi il fenomeno del brigantaggio politico. A Salvia non si avverte quel che succede, fra il 62 e il 65, a nord del capoluogo regionale, mentre il ragazzo passa dai lavori saltuari al primo contatto con l’alfabeto. La pagina del banditismo è quasi chiusa, nel modo brutale e miope che sappiamo, quando nel 65 Passannante va al servizio nella vicina Vietri e poi a Potenza, dove fa lo sguattero in una trattoria.
Il primo scontro di Giovanni Passannante con gli organi dello stato è del 1870: l’anno in cui muore l’ultimo, solitario, brigante lucano (Antonio Cotugno, detto Culopizzuto, da Lagonegro), e in cui Roma diviene capitale. Passannante ha ormai 21 anni, ed a Salerno, dove risiede da circa 4 anni, ha continuato a leggere nei ritagli di tempo, ha acquistato libri, tra cui la bibbia, ma è stato soprattutto affascinato da Mazzini e dall’ideale repubblicano. E ha frequentato i circoli politici locali, facendo conoscenza con Matteo Melillo, uno degli esponenti dell’internazionalismo di quella città.
Questo primo “incidente” di Passannante ha tutte le caratteristiche del suo individualismo anarchicheggiante. Sette anni dopo, per esempio, si ricorderà che uomini di ben altra preparazione, come Cafiero, si illuderanno che basti entrare in centri dell’interno, nel Matese, incitando i contadini e fornendoli di armi, per dare inizio ad un moto rivoluzionario, evidentemente ritenuto maturo. Passannante non ha armi, tranne la penna che, pur non essendo uno studioso, ritiene di poter mettere al servizio di un ideale rivoluzionario.
Così, nella notte tra il 15 e il 16 maggio del 1870, due guardie di pubblica sicurezza lo sorprendono mentre sta affiggendo dei proclami manoscritti, di cui ha addosso altre copie conformi.
Per le guardie, come si legge nel rapporto, l’arrestato non può essere l’autore del proclama rivoluzionario, anche se non riescono a sapere da chi può averne ricevuto l’incarico. Perciò sarà arrestato anche il Melillo. La notizia che ha colpito Passannante è che in Calabria sarebbe in atto una rivolta contro il governo.
Ritiene quindi giunto il momento di incitare il popolo di Salerno a fare altrettanto. Concepisce un manifesto che forse fa anche correggere da qualche amico, poi lo ricopia su fogli di carta rigata e passa all’azione.
Il testo è breve ma denso:
Allarmi allarmi fratelli! Corriamo tutti sotto la bella bandiera repubblicana, ch’è governo del popolo eguaglianza di libertà e fraternità.
Ma fuori dei beni di chicchessia. Dio e popolo. La repubblica vogliamo che abolirà le leve, abolirà la schiavitù e abolirà le gravose imposte.
Alleanza Repubblicana Universale. Corriamo a rinforzare i nostri fratelli di Calabria e saremo vittoriosi e per sempre liberi. Gridiamo unanimi per tutta l’Italia che vogliamo la Repubblica
E gridiamo pure morte e distruzione a tutte le tirannidi, Re papa Imperatori e Consorti. Allarmi allarmi cittadini svegliamoci dal sonno e non facciamo i poltroni. Corriamo per sempre. Allarmi. Finché coraggio e forza ci vuole e saremo liberi.Corriamo Allarmi. Evviva la Repubblica! Viva Mazzini! Viva Garibaldi! Viva i fratelli di Calabria.
Che sia tutt’altro che imbecille, come le guardie lo hanno giudicato al momento dell’arresto, lo prova la lettera che due mesi dopo rivolge al presidente del tribunale per invitarlo a fissare la causa, perché, precisa, non intende trascorrere altro tempo in carcere senza un regolare processo. Viene poi, il 19 Agosto, la libertà provvisoria, e nell’ottobre l’amnistia.
A Salvia, dove torna, l’atmosfera è per lui meno sopportabile degli anni della giovinezza: non arrivano giornali e non c’è alcuno con cui discutere. Si sposta a Potenza, apprendista cuoco nella trattoria “Croce di Savoia”.
Il proprietario dichiarerà (al processo del 79’): “Lo tenni al mio servizio per circa tre mesi, poi fui costretto a licenziarlo, perché mi accorsi che il medesimo era di temperamento alquanto arrogante, e invece di fare il proprio dovere nella cucina perdeva del tempo a leggere i giornali. Ripresolo un giorno mi disse che ogni uomo deve avere la sua inclinazione, e che io inclinato a raccogliere denaro, ed egli invece a leggere i giornali; e poiché volevo bastonarlo fece osservare che avevo il diritto di licenziarlo, ma non di bastonarlo”.
A Potenza resta ancora per alcuni mesi. Di qui il 19 marzo del ’71 indirizza gli auguri onomastici a Mazzini e Garibaldi. L’anno seguente è a Salerno, dove resterà circa 6 anni, fino alla tappa conclusiva dell’attentato napoletano.
Di rilievo in questi anni, anzitutto l’esperienza fatta in una “società operaia”, dove esercita un certo ascendente e fa aumentare i soci, ma da cui esce ben presto, perché gli sembra che i dirigenti non perseguano i fini statuari, e amministrino male i fondi sociali. Segue l’esperienza di una bettola in società con un amico, che è negativa soprattutto perché concede troppi crediti agli avventori poveri.
Gli avvenimenti politici di cui arrivano a Salerno echi che lasciano tracce sono in questi anni di vario tipo. Nel ’72 muore Mazzini, l’anno seguente nel Sud s’intensifica l’attività del movimento anarchico. Nell’aprile di 4 anni dopo, Cafiero e i suoi compagni, ostinati nella “propaganda attraverso i fatti”, tentano l’insurrezione nel Matese.
Sono 27 internazionalisti, accerchiati e facilmente imprigionati da 12 mila rappresentanti dell’ordine.
Il fatale 1878, in cui Passannante si trasferisce a Napoli, arriva mentre Cafiero, nel carcere di S. Maria Capua Vetere, sta scrivendo il Compendio al “Capitale” di Marx.
Fatale il 1878 si segnala ben presto, con le morti di Vittorio Emanuele II e di papa Pio IX.
Si apre, riconoscono gli storici, un’epoca nuova, mentre la sinistra al potere sta facendo le sue, e non tutte convincenti, prove. Nel giuramento del nuovo re Umberto I sono aggiunte le parole ”innanzi alla nazione”. Fra i segni dell’epoca nuova fa spicco la trasformazione della vita di corte, con ricevimenti fastosi ed affollati.
E’ un anno che si registrano diversi attentati: in Russia , Germania, Spagna. Da noi i nuovi regnanti , dopo il semestre di lutto, danno inizio ad un giro per il paese. Nella prima tappa, a la Spezia, il varo del Dandolo non riesce, ma a Bologna la regina Margherita riesce ad ottenere la prima “conversione” del Carducci. In agosto si svolge a Benevento il processo contro la banda del Matese.
Una settimana dopo che sul monte Amiata il profeta Davide Lazzaretti e tre suoi seguaci sono caduti in un assurdo conflitto con la polizia, Cafiero e i suoi compagni sono assolti tra l’esultanza popolare.
Questo processo segna l’esordio di un giovanissimo avvocato, Francesco Saverio Merlino, che farà parlare di sé: difenderà anche Gaetano Bresci, l’uccisore di Umberto I nel 1900, e si occuperà a suo tempo dello stesso Passannante.
La permanenza di Passannante a Napoli data appena da maggio. La ricerca di un lavoro soddisfacente, in cinque mesi cambia quattro padroni, non gli consente di fare amicizie. D’altra parte nel tempo libero proprio in questo periodo pensa a scrivere. Dopo l’arresto sono trovati nel suo alloggio un opuscolo di 24 pagine (“ricordo per l’ avvenire al popolo universale”), uno statuto per la “repubblica universale”, un breve inno rivoluzionario, una lettera (tre pagine) a Victor Hugo.
Scritti, come s’immagina, poveri ma in cui i soggetti essenziali non mancano di forza e logica. Passannante condivide il parere che gli ideali del Risorgimento siano stati traditi, e più ardua si è fatta la ricerca della pace, del lavoro, della libertà. Per lui la tassa sul macinato è un delitto. Occorre la Repubblica. Ammonisce gli operai, suoi ipotetici lettori “la storia ci mostra il nostro triste cammino, siamo stati traditi, ingannati e trascinati in tutte le epoche, ora dagli uni ora dagli altri”. E’ attento alla libertà di stampa che, sostiene, non deve essere pagata dal governo; richiama i modelli inglesi e l’insegnamento di Mazzini.
Il tentativo di regicidio, tipico atto di certo rivoluzionarismo anarchicheggiante e individualista, matura in poche ore in una Napoli che si prepara ai grandi festeggiamenti per l’arrivo dei reali. Quel 17 novembre, ha narrato U. Alfassio Grimaldi, “ pur essendo una giornata grigia, l’entusiasmo scoppia a Napoli: alla vista dei reali: i partenopei dimenticano la discussione avvenuta in consiglio comunale sul passivo che sarebbe derivato dalla spesa per il ricevimento.
Dal treno i sovrani scendono su un tappeto dipinto da Domenico Morelli , dal Vietri e la regina non vorrebbe profanarlo calpestandolo, ma l’assicurano che l’opera d’arte non ne soffrirà. Per lei c’è un mazzo di fiori in un grande vaso di bronzo c’a è frutto d’una sottoscrizione fatta nei quartieri più poveri, alla quota fissa di un soldo a testa”. Questa sottoscrizione dei ceti indigenti in una grande città, determina in Passannante la volontà di un gesto clamoroso, come ribadiranno tra poco i periti medici che esaminano l’attentatore.
L’accaduto è comprensibile, dicono i medici, tenendo conto che la mente dell’umile cuoco lucano è “ preoccupata dai bisogni che oggi agitano le masse, e da idee che fermentano in certe classi della società, ove producono quelle scelte che mirano a rovesciare dalle fondamenta l’attuale ordine delle cose, com’è l’Internazionale; troviamo la pretesa di sciogliere le questioni più ardenti con rimedi in massima parte inattuabili e utopistici”.
E come dice nell’interrogatorio il solitario attentatore, “quando la maggioranza si rassegna la minoranza ha il diritto di richiamarla”.
La preparazione del gesto clamoroso dura due giorni. Fa tutto da solo, come si dovrà ammettere in seguito: acquisto di un coltello e di un pezzo di stoffa rossa per farne una bandiera, su cui cuce il motto: “ morte ai Re. Viva la Repubblica Universale. Viva Orsini. Il giorno prima ha lavorato regolarmente, e la mattina del 17 gira in città curiosando. La folla festosa lo rafforza nel proposito. Come è noto, l’attentato non riesce e del dramma si ha notizie in un secondo tempo nella stessa Napoli, con reazioni imponenti.
La sensazione è notevole in tutto il paese. Qualche giornale non manca di riportare il manifesto che Passannante aveva indosso al momento dell’attentato:
Operai! Vi punge la fame? v’impensierisce la mancanza di lavoro? Vi preme l’onore dei vostri figli, delle vostre donne? Vi irrita la prepotenza, la vigliaccheria, l’ingordigia dei vostri padroni? Vi pesa sulla nuca del collo il gioco dei capitalisti, degli usurai, dei governi affamatori del popolo, corrotto e corruttore? Il sentimento della vostra dignità conculcata, del vostro onore offeso, di ogni vostro diritto manomesso vi pesa sul cuore? Lasciate le ciarle e fate la rivoluzione E quando vi stancherete di pregare, di supplicare? I signori vi ridono in faccia! Avete sangue nelle vene? Figli di Masaniello dove siete voi?
Lasciate le ciarle e fate la rivoluzione.
Pensate che come voi soffrono milioni di vostri compagni. Essi sono già risoluti: già un grande partito di operai si è formato, forte, esteso in tutti i paesi, ed incute spavento al borghese oppressore. Unitevi ad essi e combattete! Figli di Masaniello, sorgete! Chi può resistere al terribile impeto di un popolo che insorge, ed a quello più terribile della disperazione?
Sorgete, uomini e donne, giovani e vecchi! Tutti sorgete! Viva l’internazionale, viva la rivoluzione dei lavoratori.
Molte e accese le discussioni pro e contro l’attentatore che scoppiano in tutt’Italia. Vi si fa coinvolgere anche Giovanni Pascoli che compose e lesse un’ode per l’attentato, che termina “Col berretto d’un cuoco faremo una bandiera”. Poche le varianti nelle spiegazioni rese gli interrogatorio in prigione ed al processo dal reo confesso di un gesto che, secondo la regina Margherita “ha rotto l’ incantesimo di casa Savoia”.
I periti medici attestano che nell’ attentatore non si è mai offuscata la ragione, “ché anzi aveva tutto preparato con molta calma ed avvedutezza, e che era ben determinato e sicuro del sacrificio della propria vita, pur di uscire nello scopo; che ciò che lo determinò all’ attentato non fù rancore ma il desiderio del trionfo di un’ idea”.
Coerenza, dunque, nel sostenere che l’ attentato andava considerato come una “vendetta del popolo”, una reazione che ritiene giustificata, come dice in tribunale, contro i governi che alle tre proverbiali F( feste, farina, forca ) hanno sostituito “tre P: parlate, pagate, piangete”.
Coerenza, soprattutto, nel rifiutare la scusante nella pazzia. Ai medici dice : “Non curo la morte, ma non voglio passare per pazzo; se fossi dichiarato pazzo, cadrebbe il principio, mostrerei il contrario delle mie azioni: che importa a me la vita? Voglio che il principio si mantenga”.
Ma per l’attentatore non ci sarebbe stata l’immediata morte per una idea, a cui era pronto, né un’equa condanna.
Il suo sangue non avrebbe lavato la macchia, come aveva chiesto il pubblico ministero, ma non avrebbe nemmeno ottenuto la temperata espiazione, sollecitata dal difensore d’ufficio. In tribunale, come rivelò in seguito F. S. Merlino sulla base di una confidenza di un magistrato che aveva fatto parte della Corte, quattro giurati votarono per la sua assoluzione e cinque per le circostanze attenuanti.
Tali fatti, d’un’immensa importanza politica, furono accuratamente nascosti al pubblico, ma spiegano forse, d’una certa misura, il regime atroce a cui fu sottoposto nel penitenziario, il regicida.
Anche lui, quindi, non doveva sfuggire alla regola che Carlo Cafiero aveva cominciato a rintracciare qualche tempo prima: i nostri nemici ci lasciano così morire: o in carcere, o in esilio, o pazzi per forti dolori. Dopo il brevissimo processo il re commuta la pena di morte in quella dei lavori forzati a vita. A fine Marzo del ’79 Passannante entra nella fortezza di Portoferraio.
Ha 30 anni, e dieci anni dopo verrà trasferito nel manicomio criminale di Montelupo Fiorentino, dove morirà nel 1910.
Più di metà dei 61 anni non saranno stati una vita, bensì una pena inenarrabile. Per saperne qualcosa bisognerà attendere il 1890, quando appunto F. S. Merlino, rifugiato in Francia per sottrarsi alle cure della polizia romana, pubblica un libro che fa il punto sull’Italia Crispina e nel capitolo “Polizia e criminali” dedica alcune pagine al caso Passannante, all’attentatore distrutto da un sistema carcerario peggiore di quello borbonico.
Poco prima era stato un deputato radicale, il Bertani, a rompere il silenzio sui “trattamenti subiti dal graziato “ ,avendo ottenuto il permesso, dopo insistenze e minacce, di visitarlo(ma per guardarlo solo attraverso il buco della porta della cella), permesso che invece era stato rifiutato ad “altri italiani e stranieri autorevoli e persino all’arcivescovo di Portoferraio”. Così finisce Passannante, e dietro di lui scompare il paese natale, Salvia, trasformato in Savoia di Lucania.
Il nome dell’attentatore senza cultura e soprattutto senza legami, emigrato dei più miseri da un piccolo comune lucano sparirà da ogni cronaca politica, anche regionale. Passannante non era un anarchico, ma “solo un ribelle all’ordine esistente, un generico sovversivo”, di cui non si doveva fare parola: una consegna osservata da tutti. Eppure aveva espresso con forza un disagio sociale diffuso nel Paese, nel mezzogiorno.
Gesto vano, si deve dire, per un monarca che non era preparato a tenere conto di certe esigenze, quanto ad assecondare con insistenza controproducente le tendenze autoritarie, crispine in primo luogo. Su una tale strada finirà per approvare la spietata reazione di Milano del “98” che determinerà l’atmosfera in cui maturerà il terzo, mortale, attentato del 29 luglio 900 dell’anarchico Bresci.
Ad ogni modo quello di Passannante divenne un “caso” non solo e non tanto per la gravità oggettiva dell’atto, quanto per il vasto movimento di opinione che ne scaturì.
Il caso, oltre ad alimentare un animato dibattito negli ambienti politici, giornalistici, medico – scientifici e giuridici, mise a nudo problemi carenze ed anacronismi strutturali del sistema giudiziario e penitenziario dell’epoca, e rese urgente un sistema più moderno di tutela del cittadino imputato o condannato.
Ed è questa la forte accelerazione impressa alla necessità di cambiamento, per un’esecuzione delle pene ed un sistema giudiziario di tipo accusatorio, garante delle dignità personali, la novità che emerge dal processo in cui era imputato Passannante.
La sua vicenda, in quel contesto storico, diede l’impulso a far continuare e mantenere vive, nei successivi anni, quelle tendenze riformatrici del diritto che avevano nei grandi illuministi riformatori del settecento, quali il Vico, Beccaria, Pagano, le profonde e nobili radici.
Il processo, finalmente iniziato, si protrasse per diversi mesi.
Alla estenuante lentezza della fase istruttoria e dibattimentale si contrappose una rapidissima (qualche minuto di camera di consiglio) ed esemplare condanna, il patibolo.
Graziato dal Re, che non intendeva farne un martire per le plebi meridionali, gli fu commutata la pena di morte con l’ergastolo. Nonostante che l’attentato fosse qualificabile come un atto politico, fu qualificato, dal punto di vista penalistico, come un fatto delinquenziale di “seconda categoria” e quindi anche il suo autore come un delinquente comune.
Alla luce di questa classificazione avrebbe dovuto scontare la pena, secondo il Codice di Procedura Penale dell’epoca, nel luogo dove aveva commesso il reato. Invece fu imbarcato su di una nave e condotto nel carcere di Portofferraio dove visse in condizioni di incredibile disumanità.
L’ergastolo è peggiore della morte. Ridotto ad una larva, dopo dieci anni di patimenti, grazie alla denunzia dell’on. Bertani e della giornalista Anna Maria Mozzoni, viene trasferito nel manicomio criminale di Montelupo Fiorentino. Seguirono accese ed infuocate dispute sia nel parlamento Italiano che sulla stampa nazionale ed estera che contribuiranno, di lì a poco, a modificare, per i condannati, il sistema di espiazione della pena.
Passannante muore nel 1910. La crudeltà nei suoi confronti registra una nuova raccapricciante atrocità, in pieno secolo XX viene decapitato: il cranio ed il cervello sono stati fino al dieci maggio del 2007 esposti nel Museo Criminologico di Roma. A seguito poi di una bruttissima pagina di storia (parere personale) i poveri resti di Giovanni sono stati rimossi e trasferiti da Roma al cimitero di Savoia di Lucania Savoia.

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