Covid-19. Anticorpi monoclonali e vaccini, misure più utili dei “lockdown”. Dichiarazione del prof. Giulio Tarro (Audio)

Il professor Giulio Tarro parla di monoclonali, vaccini e misure restrittive per contenere il contagio da Covid-19. Sugli anticorpi monoclonali precisa: «L’anticorpo monoclonale era stato preparato per la prima Sars, però non era stato utilizzato perché l’epidemia era finita troppo presto, in sei mesi. L’anticorpo monoclonale si fa in culture di tessuto con la particella virale e poi si utilizzano questi anticorpi per la somministrazione. Per la Sars fu fatto utilizzando il furetto e poi i dati sono stati pubblicati nel 2004. Successivamente c’è stato bisogno di ricorrere agli anticorpi monoclonali e alla sieroterapia soprattutto per la Mers, la sindrome respiratoria del Medio Oriente, che aveva una letalità del 36%. L’istituto Pasteur ha dimostrato l’efficacia di questi anticorpi monoclonali, che avevano permesso la cura dei soggetti guariti. Si tratta in ognmi caso di malattie che una volta che sono state inquadfrate e diagnosticate si possono curare».

Gli anticorpi monoclonali sono proteine (immunoglobuline) prodotte da cellule del sistema immunitario che reagiscono con le sostanze (gli antigeni) che hanno stimolato il sistema immune. Nel caso di agenti infettivi sono in grado di distruggerli o di inattivarli. Ad esempio possono inibire l’ingresso di un virus nelle nostre cellule. I linfociti B, che si differenziano in plasmacellule, sono responsabili della loro produzione. Il nostro organismo li produce con plasmacellule diverse (cloni); ciascun clone ne produce uno con caratteristiche diverse, ad esempio gli anticorpi prodotti dalla plasmacellula A riconoscono una parte (epitopo) dell’agente infettivo diversa dall’anticorpo prodotto dalla plasmacellula B. Tutti gli anticorpi tuttavia reagiscono con l’antigene infettivo; la risposta è quindi detta poli-clonale (fatta da tipi diversi di cloni cellulari). Si conosce come gli anticorpi (le immunoglobuline) vengono prodotti e si sa come far produrre un determinato anticorpo da parte di una plasmacellula in vitro. In questo modo si può produrre un anticorpo con le caratteristiche che soi desidera (ad esempio specifico per un determinato bersaglio, con maggiore avidità di legame per l’agente infettivo o in grado di bloccarlo meglio). Nel caso di infezioni virali, è possibile selezionare l’anticorpo che meglio reagisce con quel determinato virus o che meglio lo neutralizza impedendone l’adesione e l’ingresso in una cellula. È possibile espandere (moltiplicare) le plasmacellule che lo producono e quindi ampliare a dismisura la produzione dell’anticorpo. Si avranno quindi tanti anticorpi ma tutti uguali perché sintetizzati da un solo tipo di cellula (quella selezionato), cioè da un solo clone cellulare e quindi si avranno anticorpi monoclonali. Utilizzando questa tecnica si sono dapprima ottenuti anticorpi monoclonali utili per identificare dei bersagli, ad esempio marcatori tumorali. Questi monoclonali sono stati largamente utilizzati nella diagnostica moderna in oncologia. La tappa successiva è stata quella di produrre anticorpi monoclonali in grado di bloccare molecole infiammatorie responsabili dell’insorgenza di malattie. L’esempio più eclatante di utilizzo in medicina è senz’altro quello degli anticorpi monoclonali utilizzati nel trattamento delle artriti infiammatorie. I pazienti ricevono questi anticorpi mediante piccole iniezioni sottocutanee (come la somministrazione di insulina o di eparina) che possono essere eseguite anche a domicilio a intervalli che variano da una a quattro settimane a seconda del farmaco e della malattia. Queste terapie hanno eliminato in gran parte dei pazienti la necessità di utilizzare farmaci immunosoppressivi più tossici con risultati anche migliori rispetto alle vecchie terapie. Più recentemente sono stati prodotti anticorpi monoclonali in grado di bloccare “i freni” del sistema immune verso i tumori. Il sistema immune infatti può riconoscere il tumore così come riconosce un organo estraneo (ad esempio un trapianto). Tuttavia il tumore attiva dei freni inibitori che bloccano la risposta immune e consentono al tumore di evitare di essere attaccato e di crescere. Sbloccando questi freni con anticorpi specifici, il sistema immune si riavvia ed è in grado di eliminare il tumore come struttura estranea. Questo tipo di terapia si è ormai dimostrata efficace in alcuni tipi di tumori e rappresenta una realtà. In caso di una malattia infettiva si adottano fondamentalmente due strategie terapeutiche: usare farmaci, quali gli antibiotici o gli anti-virali, per uccidere l’agente infettivo; vaccinarci e indurre la produzione di anticorpi o cellule del sistema immune che uccidono o inattivano l’agente infettivo. In realtà si ha anche un’altra possibilità, una specie di vaccinazione “passiva”. È possibile infatti inoculare degli anticorpi che bloccano l’agente infettivo. Un esempio è rappresentato dalla sieroprofilassi tetanica: se non si è stati vaccinati recentemente contro la tossina tetanica e si ha verosimilmente un contatto con il germe che la produce, è possibile neutralizzarla mediante l’infusione di anticorpi specifici dall’esterno (sieroprofilassi). Gli anticorpi somministrati saranno disponibili per bloccare la tossina tetanica subito e “anticipano” quelli che il sistema produrrà ma con una certa inerzia. Questo è anche il razionale per l’uso degli anticorpi monoclonali in corso di Covid-19. Orami si conosce come l’organismo produca anticorpi contro il virus SARS-CoV-2, si sa che alcuni di questi anticorpi sono in grado di bloccare l’ingresso del virus nelle cellule ed impedirne la replicazione. In particolare, questo è vero per gli anticorpi diretti contro la Proteina S del virus. Si sa come far produrre anticorpi simili da cloni di cellule in vitro e quindi è possibile programmarne la produzione in larga scala. Miscele di questi anticorpi si sono rivelati in grado di bloccare l’infezione, soprattutto nella fase iniziale della malattia. Questo nuovo approccio ha consentito di ridurre il numero di pazienti che andavano incontro a un interessamento polmonare grave che richiedeva la ventilazione polmonare e una terapia intensiva. È stato proposto anche un uso preventivo di questi anticorpi. In altre parole, potrebbero proteggere subito i soggetti in pericolo di contagio in attesa che venga loro somministrato il vaccino e che questo faccia effetto. In maniera molto simile all’uso della sieroprofilassi per il tetano. Gli anticorpi monoclonali non sono un’alternativa ai vaccini ma piuttosto un’arma complementare. Non hanno mostrato importanti effetti collaterali e quindi potenzialmente utilizzabili in tutti i soggetti.

I due vaccini a base di mRNA prodotti da Pfizer-BioNTech e Moderna e il vaccino a vettore virale prodotto da AstraZeneca insieme all’Università di Oxford sono quelli più utilizzati. C’è poi il vaccino di Johnson&Johnson, che sfrutta la stressa tecnologia di AstraZeneca ed è stato approvato da EMA e AIFA, ma le cui prime dosi arriveranno in Italia solo a metà Aprile.
Le reazioni allergiche. Una delle poche criticità note (per nulla esclusiva dei vaccini anti-covid-19) è quella di avere avuto una storia di forti reazioni allergiche a farmaci o ad alimenti in genere, e in particolare di essere allergici a una delle componenti del vaccino. Ciò non esclude automaticamente dalla vaccinazione, ma richiede maggiori attenzioni. La possibilità di una reazione allergica è anche il motivo per cui si rimane in osservazione per 15 minuti dopo la somministrazione: se l’evento si verifica, parliamo di circa 1 caso su un milione, può essere affrontato senza particolari conseguenze a patto di trovarsi vicino a un presidio medico. Per i pazienti immunodepressi o in cura con immunomodulanti per patologie infiammatorie e autoimmuni sarà fondamentale confrontarsi con il proprio medico prima di procedere alla vaccinazione, nella consapevolezza che in una condizione di particolare compromissione del sistema immunitario il vaccino potrebbe ridurne l’efficacia protettiva. Ecco perché, almeno nel caso dei pazienti con patologie oncologiche, il consiglio è di effettuare il vaccino anti-covid-19 quando la conta dei globuli bianchi è sufficientemente alta. Secondo le indicazioni ministeriali chi è affetto da patologie croniche, soprattutto quelle che espongono a maggior rischio di sviluppare forme gravi di Covid-19, dovrebbe avere – al netto della fascia d’età a cui appartiene – un accesso prioritario alla vaccinazione. Si parla, ad esempio, di malattie come tumori, ipertensione, obesità, diabete, gravi forme d’asma o altre patologie croniche polmonari o cardiache. Rimane ancora molta incertezza ed eterogeneità a livello regionale sulle modalità con cui verrà fatta questa valutazione di priorità e sull’eventuale coinvolgimento dei medici di famiglia. In alcune regioni, data la presunta maggiore efficacia dei vaccini a mRNA di Pfizer e Moderna (vedi sotto per più dettagli), i pazienti definiti “estremamente vulnerabili” (pagina 7 del link) saranno vaccinati con la prima tipologia di vaccini. Ma non c’è alcuna indicazione ministeriale in merito. In Italia il vaccino di AstraZeneca è indicato per tutte le persone di età superiore ai 18 anni. Su AstraZeneca forse si è fatta molta confusione, soprattutto riguardo ai suoi presunti effetti collaterali. Ciò avrebbe generato, secondo gli esperti, un allarmismo non giustificato dai fatti, per altro in un momento in cui il vaccino era già visto con minore favore rispetto ai suoi competitor perché la sua efficacia si attesta “solo” al 63% (che, secondo uno studio recente, sale fino all’82% se si aspettano 12 settimane prima della seconda dose). «In realtà gli effetti collaterali accertati di AstraZeneca, evidenziano gli esperti, sono simili a quelli degli altri vaccini approvati e durano pochi giorni (dolore al braccio nel punto in cui viene praticata l’iniezione, sensazione di stanchezza, febbre o mal di testa, dolore alle articolazioni). Le reazioni allergiche gravi sono state rarissime, come per i vaccini a mRNA. Per quanto riguarda il presunto collegamento tra la somministrazione di Astrazeneca e alcune particolari forme di trombosi cerebrale ci sono due cose da dire: il nesso causale non è ancora stato dimostrato; per quanto sappiamo oggi si tratta di eventi rarissimi – dell’ordine di 1 su un milione – paragonabili a quelli associati ad altri farmaci di uso comune. Per contro il rischio di morire di Covid-19 è molto più alto, soprattutto sopra i 65 anni di età (dove è circa 1 su cento)».

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