Corsa alle armi, vola la spesa militare. Nel mondo siamo a 239 dollari a persona. Sulla questione registriamo l’intervento di don Francesco Corbo della parrocchia di Sant’Anna e San Gioacchino di Potenza

In Italia la spesa militare supera i 25 miliardi di euro l’anno, il doppio dei soldi investiti nell’ambiente. E siamo anche tra i primi dieci Paesi esportatori al mondo.

Le spese militari continuano a crescere. Nel 2018 le spese militari nel mondo sono arrivate a quota 1.822 miliardi di dollari, con un aumento del 2,6 per cento rispetto al 2017. Si tratta del 2,1 per cento del Pil globale e di 239 dollari a persona: mai, dai tempi della Guerra fredda, si registravano ritmi di crescita delle spese militari così sostenuti. E quali sono i paesi in prima fila nella nuova corsa agli armamenti? Gli Stati Uniti hanno aumentato i loro acquisti per la prima volta dal 2010 e sono arrivati a 649 miliardi di dollari; la Cina invece aumenta il suo budget militare da 24 anni, senza pause, ed è arrivata a quota 250 miliardi di dollari.

COMMERCIO DI ARMI NEL MONDO

E come si colloca l’Italia nel quadro di una nuova corsa agli armamenti? Alla faccia di tutta la sua retorica pacifista e di quanto è stato scolpito anche nella Costituzione, è due volte in prima fila nel commercio mondiale delle armi. Come consumatore e come grande esportatore di un’industria in parte controllata dallo Stato. Gli ultimi dati ufficiali risalgono al 2018, ma dicono tutto su questo trend. La spesa militare è di 25 miliardi di euro l’anno, pari all’1,4 per cento del pil: quasi il doppio della spesa per la tutela ambientale (0,8 per cento del pil). Complessivamente la spesa per armamenti è di 5,7 miliardi di euro l’anno. Quanto a esportazioni di armi, siamo tra i primi dieci paesi del mondo. E ciò spiega anche la nostra inconsistenza quando si tratta di denunciare e contrastare le violazioni dei diritti umani in paesi che poi risultano nostri clienti nel traffico delle armi. Tutto ciò, come al solito, nonostante una legge molto rigorosa, la numero 185 del luglio 1990, approvata trent’anni fa. Con queste norme la vendita di armi made in Italy è vietata in paesi in guerra o dove vengono violati diritti umani. Peccato però che la legge è stata stravolta da successive modifiche e da interpretazioni molto larghe. Di fatto è scritta sulla sabbia, e lo spreco della vendita di armi nel mondo non fa che gonfiarsi. Negli ultimi mesi abbiamo venduto armi all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti, due paesi che sono impegnati nel conflitto in Yemen. Nostre armi sono andate in Turchia, Turkmenistan, Qatar: sempre e solo per combattere. Per non parlare del clamoroso caso dell’Egitto, un paese con il quale abbiamo il conto in sospeso dell’assassinio di Giulio Regeni, coperto dalle massime autorità egiziane. Nonostante ciò all’Egitto abbiamo venduto fregate Fremm, quattro navi, 20 pattugliatori, 24 caccia, 20 aerei M-346. Totale: 11 miliardi di euro, la più grande commessa militare mai autorizzata in Italia dal dopoguerra. Intanto la spesa militare, che era rallentata tra il 2012 e il 2014, ha ripreso a crescere, e anche in modo molto sostenuto. Come si ci stessimo preparando e attrezzando a nuovi conflitti, e come se l’equilibrio geopolitico fosse sempre più precario. Ascoltiamo l’intervento di don Francesco Corbo su questo tema.

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