Conflitto arabo-israeliano, ma veramente è solo colpa di Israele?

di I. Q.

Le posizioni sul conflitto arabo-israeliano sembrano sempre piú spesso manifestazioni di fede cieca, schieramento acritico e spesso disinformato, piuttosto che il risultato di analisi basate sull’effettiva situazione reale o su dati storici. E cosí c’è chi si professa di sinistra e progressista e si schiera con Hamas, un movimento terrorista con un’ideologia islamo-fascista piuttosto incompatibile con qualsiasi idea si possa avere di sinistra e progressismo, mentre c’è chi si professa di destra o addirittura fascista – quindi storicamente antisemita – e si schiera con Israele, quando ideologicamente è sicuramente piú vicino ad Hamas. Si osserva quindi una certa schizofrenia, a destra e a sinistra, quando si parla di Israele. I fatti sono spesso ignorati e ciascuno utilizza una narrativa ad hoc che dovrebbe dimostrare che il bene, o il male, sono tutti da una parte sola. È dopotutto il solito sistema di demonizzare l’avversario cancellandone gli aspetti positivi ed esagerandone quelli negativi, e viceversa. Ma c’è di più, spesso a questo si sovrappone una visione “multiculturale” dove la storica visione universalista ed egalitaria della sinistra viene abbandonata a favore di una visione dove prevalgono i diritti comunitari piuttosto che quelli individuali con una ghettizzazione della diversità dove i principi di laicità vengono abbandonati a favore di una visione comunitarista e standardizzata laddove la società è suddivisa in gruppi in base a caratteri basata su razza (sic!), origine, religione. A questo bisogna aggiungere l’aumento dell’antisemitismo, specialmente di matrice arabo-islamica e il silenziamento (censura) di qualsiasi critica verso l’Islam con l’equiparazione del termine islamofobia (perché mai non si dovrebbe aver paura di una ideologia religiosa? Se la Storia ci insegna qualcosa direi che averne paura è qualcosa di salutare) con razzismo, un errore concettuale che molti fanno finta di non vedere. La critica delle ideologie, tra l’altro, è uno dei cardini della libertà di parola e di pensiero. Il conflitto arabo-israeliano è ormai inquadrato a sinistra in questa visione aberrante del mondo. Le conseguenze di tale visione sono la limitazione dei diritti umani, non piú legati alla persona ma variabili secondo la comunità di appartenenza, la ghettizzazione in gruppi “etnici” dell’organizzazione societaria, una revisione storica (e una “cancel culture”) dove il male è tutto da una parte (Occidente colonialista) contrapposto ad un resto del mondo aprioristicamente “vittima”. Tutto è visto su scala coloniale, sui pochi secoli di potere coloniale europeo (che certamente di danni ne hanno fatti, nessuno intende negarlo), mentre la storia, precedente e successiva, è completamente ignorata. L’espansionismo coloniale arabo islamico viene ignorato, le forme di razzismo (anche sistemico) esistenti in società non europee vengono convenientemente ignorate, il razzismo interno alle società europee (per esempio il razzismo nord-sud italiano) viene ignorato perché il solo razzismo “valido” è quello verso le vittime del colonialismo. Una visione basata peraltro su razza, etnia, religione, colore della pelle, che registra a priori la qualità di “vittima” su queste uniche basi. Viene quindi riproposta una visione dell’umanità suddivisa su base razziale, nonostante la scienza da tempo abbia dimostrato l’esistenza delle razze umane come un costrutto senza base scientifica. Sicuramente la storia del colonialismo va approfondita, le sue conseguenze analizzate, le sue responsabilità denunciate, il perdurare di posizioni di dominio in ambito ex coloniale va esposto. Però rendiamoci anche conto che se da una parte è giusto rivedere la storia dall’altro è anche interessante constatare che le società occidentali sono l’unico caso di revisione critica del (proprio) passato coloniale, dove le idee di uguaglianza e di diritti umani universali (per tutti, non per un solo popolo) si sono sviluppate. Nessuna altra società ha presentato alcuna revisione critica del proprio passato, né le società islamiche arabe o arabizzate, né quella cinese o giapponese, per esempio, etc. Il sionismo è un altro concetto di cui molti parlano senza sapere di cosa si tratti. Per molti si tratta di una ideologia religiosa che – su questa sola base – pretende l’occupazione di territori che risalgono al regno di Israele di migliaia di anni fa. In realtà il sionismo è un movimento nazionale laico e di ispirazione socialista che cercava un “focolare” per la creazione di uno Stato ebraico, Israele non era l’unica possibilità, ma fu infine prescelto in considerazione del fatto che in quei territori erano presenti comunità ebraiche da tempo immemorabile, e quindi considerato patria storica dell’ebraismo. Nessuna pretesa biblica, quindi. Oggi, certo, con la presenza di partiti religiosi ultra-ortodossi nella Knesset tale giustificazione biblica viene citata, ma non era la visione del sionismo. Torniamo al conflitto arabo-israeliano, inutile rifarne tutta la storia dall’indipendenza del 1948, alle varie aggressioni, tutte finite con la sconfitta dei paesi arabi, fino all’occupazione dei territori oggi chiamati Gaza (tolto all’Egitto) e West-Bank (precedentemente amministrato dalla Giordania) nella guerra dei sei giorni (1967). La politica israeliana, è un fatto storico, ha cercato di ottenere la pace grazie alla restituzione di parte dei territori conquistati, è quello che è successo con l’Egitto grazie alla restituzione del Sinai (1979) per esempio. Con la Giordania il trattato di pace è arrivato nel 1994, ma la Giordania aveva già rinunciato alla sovranità sulla West Bank nel 1988 (e l’Egitto non aveva mai annesso Gaza che era sotto amministrazione militare egiziana prima dell’occupazione israeliana). Israele si è trovato ad amministrare quindi dei territori abitati da arabi e non assimilabili al proprio territorio (cosa che peraltro non avrebbe potuto fare neanche volendo, dal momento che il diritto internazionale – dal dopoguerra – vieta l’annessione di territori conquistati con la guerra), l’unica soluzione era (ed è ancora oggi) garantire un’autonomia amministrativa a quei territori in vista della costituzione di uno Stato palestinese. Perché non esiste ancora uno Stato Palestinese? È innegabile che ci siano stati numerosi tentativi, a cominciare dagli accordi di Oslo (1993) e la creazione dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e il riconoscimento dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) come partner di Israele per il negoziato. Le questioni piú importanti riguardano i confini di Israele e della Palestina, gli insediamenti israeliani, la presenza militare di Israele nei territori occupati. Gli accordi di Oslo non hanno creato uno Stato palestinese. Tali accordi non furono accolti da tutti, in Israele e in Palestina, in maniera positiva, furono approvati dalla Knesset con un’esigua maggioranza (la sinistra a favore e la destra contraria), mentre alcune organizzazioni palestinesi le rifiutarono in toto (il cosiddetto “fronte del rifiuto” costituito da Hamas, Jihad islamico in Palestina e Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina).  In realtà per molti in Palestina gli accordi di Oslo non erano altro che un passo verso la riconquista di tutto il territorio inclusa la parte israeliana. La suddivisione dei territori occupati in diverse zone, tra le quali la Zona A, sotto controllo diretto dell’Amministrazione palestinese, permise poi una certa libertà di movimento che portò alla costituzione di centri di addestramento, all’ottenimento di armi, al rilascio di migliaia di prigionieri palestinesi e all’organizzazione della “resistenza”, impossibile prima degli accordi di Oslo.  L’unica area a passare sotto l’esclusivo controllo palestinese (ANP) fu la striscia di Gaza (Piano Sharon) nel 2005. I 9000 residenti israeliani di Gaza furono sgombrati e il territorio posto sotto il controllo dell’ANP. Tale controllo però cessò con le elezioni del 2006, vinte da Hamas. Al piano di Oslo ne seguirono altri: Oslo II, 1995. Protocollo di Hebron, 1997. Memorandum di Wye River, 1998. Memorandum di Sharm el-Sheikh, 1999. Vertice di Camp David, 2000. Summit di Taba, 2001. Road Map (for peace) 2002. Iniziativa di pace araba, 2002. Piano di disimpegno unilaterale israeliano, 2005 e Conferenza di Annapolis, 2007. Particolarmente interessante era il piano Olmert (2008), con indicazione di confini definitivi, basati su un ritiro di Israele da gran parte della Cisgiordania. In cambio della piccola percentuale di Cisgiordania che verrebbe annessa a Israele, i palestinesi avrebbero ricevuto terre alternative nel Negev, adiacenti alla striscia di Gaza (per un totale di 98% dei territori), in aggiunta ad un collegamento diretto tra Gaza e Cisgiordania, senza alcun controllo di sicurezza. Tale piano prevedeva il ritorno del controllo di Gaza all’ANP. Questo piano fu infine rifiutato da Abu Mazen perché, dichiarò, si trattava di “una perdita di tempo”. Con i successivi governi, di destra, israeliani, non ci furono altre proposte di piani di pace, anzi, furono intensificati gli insediamenti (colonie) in Cisgiordania e costruita una barriera difensiva per limitare gli attacchi terroristici in territorio israeliano. La situazione di stallo è evidente, se c’era una speranza quando la sinistra israeliana era al potere, ora, con la destra al potere, una soluzione sembra lontana. I palestinesi hanno perso numerose occasioni per costituire un loro Stato indipendente, probabilmente perché l’idea, nella maggior parte della popolazione, è la stessa del 1948, buttare a mare gli ebrei. Il passaggio di Gaza, nel 2006, sotto il controllo di una delle organizzazioni del “fronte del rifiuto” ha inasprito la situazione, dal momento che Hamas, una organizzazione terroristica islamo-fascista, ha nel suo statuto la distruzione completa dello Stato di Israele e la sua sostituzione con uno Stato islamico. Ritornando alla domanda iniziale, è sempre colpa di Israele? Evidentemente la risposta è no, Israele ha molte responsabilità e la sua politica è criticabile, specialmente quella dei suoi governi di destra, l’espansionismo in Cisgiordania non va condonato. Però bisogna dire che i palestinesi neanche con la sinistra israeliana hanno mai trovato un accordo, nonostante si siano succeduti piú di una decina di conferenze / iniziative / vertici / etc., con proposte piú o meno valide (includendo fino al 98% dei territori). I punti critici (che però spesso venivano rimandati ad accordi successivi) sono il diritto al ritorno – applicabile esclusivamente ai palestinesi, ma non ai rifugiati di altre guerre (non al milione di rifugiati dai territori passati dalla Germania alla Polonia alla fine della seconda guerra mondiale, non alle centinaia di migliaia di italiani espulsi dalla ex Jugoslavia, non ai finlandesi espulsi dai territori conquistati dall’Unione Sovietica, per esempio, e neanche ai 900.000 ebrei espulsi dai paesi arabi, numero piú o meno equivalente ai rifugiati palestinesi). Di fatto, un diritto al ritorno sarebbe in realtà un diritto all’invasione demografica di Israele (Incidentalmente tale “diritto” veniva considerato nel piano Olmert dove veniva precisato, per esempio, che i profughi palestinesi e i loro discendenti – più di 5 milioni ormai – avrebbero potuto stabilirsi solo all’interno del futuro stato palestinese, a parte casi speciali nel quadro di ricongiungimenti familiari. Altro punto di contrasto è lo status di Gerusalemme, ed in particolare di Gerusalemme Est. Gerusalemme era considerata – nel piano di spartizione del 1947 – un territorio internazionale (corpus separatum sotto regime speciale internazionale e amministrata dalle Nazioni Unite). Il rifiuto del piano di spartizione dell’ONU e il successivo attacco dei paesi arabi (tra cui Giordania, Egitto, Siria, Libano) portò alla spartizione della città con la parte occidentale in mano israeliana e quella orientale giordana. Nel dicembre 1949 Israele designò Gerusalemme come capitale dello Stato Ebraico e vi trasferì gli uffici istituzionali nel 1950. Lo status di internazionalizzazione non fu mai realizzato. Israele fu riunificata solo nel 1967 (Guerra dei sei giorni). Durante l’occupazione giordana alcune aree e case del quartiere di Sheik Jarrah, nei pressi della Tomba di Simeone e abbandonati dai suoi occupanti ebrei nel 1948, vennero assegnati a famiglie arabe. Questi territori vennero poi venduti recentemente ad una organizzazione radicale religiosa di coloni arabi e da allora è cominciata una battaglia legale per gli sfratti. Questa situazione è stata usata come pretesto da parte di Hamas per cominciare l’ultima recente aggressione allo Stato ebraico. In molti commenti e articoli si evidenzia la differenza di forza militare tra Hamas e Israele, si critica la risposta israeliana, definita eccessiva, e la sproporzione tra vittime israeliane e palestinesi. Chi lo fa dimentica che:

  1. Il lancio di piú di 4000 missili da parte di Hamas dichiaratamente verso aree abitate da civili in Israele ha provocato un numero limitato di perdite civili israeliane grazie al sistema di difesa israeliano e non alla volontà dei terroristi di Hamas di limitare le perdite civili;
  2. Quasi un quarto dei missili lanciati da Hamas sono in effetti caduti nel territorio di Gaza;
  3. Hamas colloca le proprie istallazioni militari (basi di lancio dei missili, tunnel costruiti per penetrare in Israele e uccidere civili) in zone abitate;
  4. Gli aiuti internazionali vengono utilizzati per accumulare armi e costruire costosi tunnel piuttosto che per migliorare le condizioni di vita dei palestinesi di Gaza;
  5. Hamas non ha mai partecipato ad alcuna trattativa di pace con Israele avendo dichiarato di non riconoscere lo Stato Ebraico e nello Statuto è indicata esplicitamente la volontà di distruggere lo Stato di Israele.

In sintesi la colpa sembra pendere piú dal lato di Hamas che di Israele. Hamas in effetti pare disinteressarsi della sorte della propria popolazione civile se non nel momento in cui bisogna calcolare il numero di vittime come propaganda contro Israele.

Torna su

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi