Cisl: «Questione non autosufficienza in Basilicata: approntare soluzioni territoriali»

di Enzo Zuardi, Segretario generale FNP Cisl Basilicata, e Luana Franchini, Segretaria confederale Cisl Basilicata

Nei giorni scorsi è stata rilanciata l’iniziativa unitaria per una legge quadro sulla non autosufficienza in vista della definizione del PNRR. In Basilicata, nel 2020, le persone over 65 anni con limitazioni funzionali sono circa il 20 per cento della popolazione e le prospettive, in vista di un sempre più crescente calo demografico e invecchiamento della popolazione, non sono rosee, ma di un progressivo aggravamento di questo dato, quindi con maggiori richieste di aiuti e di servizi nel prossimo futuro. La Regione Basilicata, in vista della definizione del suo piano  strategico, collegato alla spesa delle risorse provenienti dal Recovery Plan e dal piano per il sud, dovrebbe porsi la priorità di definire un atto di programmazione regionale degli interventi e dei servizi necessari per l’attuazione del piano nazionale per la non autosufficienza attraverso le risorse nazionali integrate anche con risorse proprie, e focalizzando l’attenzione sul sistema dell’accreditamento e degli standard di qualità dei servizi pubblici e privati per l’assistenza ai non autosufficienti, ponendo anche attenzione alla capillarità e omogeneità dei servizi sul territorio lucano.
Sappiamo già di scontare – come regione del Sud –  di un sistema diversificato esistente nelle Regioni italiane, che tratta ed assiste i non autosufficienti in maniera inadeguata, o peggio ancora, non garantendo l’assistenza sanitaria e sociale necessarie, sia in termine di risorse che di servizio. Ciò comporta un trattamento insufficiente e un carico di disagi, di sofferenze e di costi che migliaia di famiglie affrontano, spesso da sole, senza l’aiuto dei servizi sanitari e sociali per assistere i propri non autosufficienti, impegnandosi direttamente o con l’aiuto di assistenti familiari a prendersi cura di chi ha bisogno.  Spesso i familiari sono costretti a lasciare il lavoro per garantire la necessaria assistenza.  
Abbiamo vissuto in quest’ultimo anno le tragiche conseguenze di un sistema sanitario, che non protegge in maniera adeguata gli anziani e i più bisognosi di cure: il Covid ha portato via oltre 103.000 persone in Italia, di cui oltre il 90 per cento anziani. Serve quindi un sistema sanitario che sappia tutelare l’anziano e il non autosufficiente sia dal punto di vista sanitario, sia sociale, sia residenziale e sia territoriale. L’obiettivo deve essere quello di assistere i pazienti anziani a casa con una rete assistenziale adeguata, sanitaria e sociale. Il Recovery Plan con le sue risorse europee è l’occasione da non perdere perché tutte le regioni siano organizzate  in tale direzione.  
Occorre intervenire mediante: risorse adeguate e dedicate alla non autosufficienza; superamento delle differenze esistenti tra i territori e gli ambiti socio-territoriali; servizi socio assistenziali accessibili a tutte le famiglie dal punto di vista economico; continuità assistenziale nel territorio; potenziamento del servizio sociale nei Comuni; istituzione in tutto il territorio del PUA (Punto Unico di Accesso), per valutare e decidere insieme alla Persona e alla Famiglia quali sono le prestazioni e i servizi domiciliari o residenziali più idonei per garantire il diritto del disabile a restare al proprio domicilio e avere rapporti affettivi e sociali; riconoscimento dello stato di disabilità secondo parametri che tengano conto del bisogno assistenziale; sperimentazione e promozione di nuove forme di residenzialità come alloggi protetti e comunità alloggio, co-housing; riconoscimento della figura del caregiver, anche dal punto di vista assistenziale e previdenziale; attenzione alle abitazioni, da adeguare alle esigenze dell’anziano e del non autosufficiente, che siano prive di barriere architettoniche.
Il documento strategico regionale deve contenere una visione di welfare locale che, grazie alla prossimità, accompagni e si faccia carico delle vulnerabilità: che sia capace di personalizzare gli interventi, tradurre i trasferimenti monetari in strumenti di promozione dell’inclusione, che sia in grado di rendere concreti i diritti sociali, valorizzando le risorse delle persone, delle famiglie, delle comunità locali. In Basilicata c’è un problema di adeguatezza, di accessibilità di qualità dei servizi sociali e socio sanitari e della loro integrazione. La debolezza dell’integrazione socio sanitaria va affrontata con decisione perché rappresenta nodi strutturali irrisolti del nostro welfare e che trova nelle politiche per la non autosufficienza uno dei banchi di prova più impegnativi, ma anche più urgenti. La non autosufficienza è una grande sfida ai sistemi tradizionali di risposta socio-sanitaria centrate su trasferimenti economici e istituzionalizzazioni. La domiciliarità della cura è l’orizzonte verso cui tendere e le vaccinazioni a domicilio per i non autosufficienti sono la cartina di tornasole di quanto stiamo affermando, portare i vaccini nelle case per chi non può muoversi, portare le cure a casa in maniera sistematica ed adeguata deve essere la sfida del sistema sociale e sanitario lucano, perché in futuro sarà sempre più richiesto.

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