C. Cases: A. Gramsci e la sociologia letteraria

Educatosi su De Sanctis e Croce, avverso quindi al positivismo, egli s’interessa scarsamente al momento della genesi della sovrastruttura dalla struttura. L’esistenza della sovrastruttura non ha per lui bisogno di essere in qualche modo “giustificata” con la struttura, anzi tutto il suo pensiero implica un sostanziale primato della prima sulla seconda, nonché il primato della cultura all’interno della sovrastruttura, poiché agli intellettuali “organici” spetta il compito di servire da tramite fra le masse e la direzione politica, onde istituire quel “consenso” senza il quale non è possibile ottenere né fare durevolmente accettare le trasfor­mazioni della struttura. Siamo quindi ben lontani dalla tendenza a ricondurre tutto al “punto di vista di classe ” e a dividere gli scrittori a seconda della loro appar­tenenza di classe. Importante non è la genesi, ma il fine. Di qui l’interesse di Gramsci per i problemi della sociologia letteraria: per l’accessibilità del linguaggio e dei contenuti, per la letteratura scritta per il popolo (compresi i romanzi d’appendice), per il carattere naziona­le-popolare della letteratura elevata, ecc. Ciononostante la dicotomia plechanoviana (1) si ripresenta intatta in quanto una si­mile ricerca, come si dice a proposito del Manzoni, è “una ricerca di storia del­ la cultura, non di critica in senso stretto…”. «La ricerca sulla bellezza di un’opera è subordinata alla ricerca del per­ ché essa è “letta”, è “popolare”, è “ricercata” o, all’opposto, del perché non tocca il popolo e non l’interessa, mettendo in evidenza l’assenza di unità nella vita nazionale». Quindi l’analisi estetica è di nuovo delegata al competente, al critico letterario propriamente detto, mentre l’indagine sociologica si ferma alle soglie del fatto artistico. Questa in­dagine essendo però, a differenza del sociologismo volgare, rivolta non già all’accertamento “scientifico” dell'”equiva­lente sociologico”, bensì alla funzione pragmatica, etico-politica delle forme e dei contenuti, essa ha, specie se negativa, una vigorosa carica morale che rende sempre affascinanti gli interventi critici di Gramsci dalle giovanili cronache teatrali dell'”Avanti!” fino alle note letterarie dal carcere. In questo impegno morale va vi­sto anche il tramite tra indagine socio logica e critica estetica. Il modello di critico da proporre al marxismo resta per Gramsci il De Sanctis, la cui critica “è militante, non frigidamente estetica, è la critica di un periodo di lotte culturali…” alle quali sono legate “le analisi del con­tenuto, la critica della struttura delle opere, cioè della coerenza logica e sto­rico-attuale delle masse di sentimenti rappresentati artisticamente…”.
Tuttavia questa fusione è dovuta al calo­re dell’impegno nella lotta culturale, non è fondata sulla teoria, che, come abbia­mo visto, in Gramsci implica la separazio­ne tra critica letteraria e ricerca storica e sociologica.

(1)Dicotomia plechanoviana: la critica letteraria di G. Plechanov (1856-1918) è «vera e propria critica sociologica; per lui si tratta di individuare l'”equivalente sociologico” della singola opera, cioè quell’insieme di idee, di concezioni, di atteg­giamenti propri di una determinata posizione di classe che si riflettono nell’opera stessa, deman­dando al critico letterario il giudizio di valore». (Cases) La critica plechanoviana presuppone dunque due giudizi, uno sociologico e uno estetico .

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