Arsenio Erico, il più grande goleador del campionato argentino dalle radici lucane

Si sa che l’uomo non è un albero e quella delle radici è solo una metafora per indicarne la provenienza, il luogo d’origine. L’uomo, infatti, ha gambe e si è sempre spostato in cerca di condizioni migliori portando con sé esperienze maturate nei luoghi, nella cultura e nelle tradizioni in cui si è formato. Si crea così una sorta di filo che impercettibilmente unisce.

Anche la nostra storia è una storia di gambe… e che gambe. Infatti, il lungo filo rosso che unisce il fuoriclasse Arsenio Erico all’Italia porta a un paese dell’entroterra lucano: Pignola (PZ). Negli anni della grande emigrazione, Pignola ha pagato un alto tributo, tanto che, in pochi decenni, vide passare il numero degli abitanti da 6.000 a 4.000. Da Pignola, nella seconda metà dell’800, Paolo Erico (di Raffaele e Maria Laino) intraprese il lungo viaggio verso il Sud America. Con lui viaggiava una sua cugina e suo figlio, che si ricongiungeva con il marito.  A causa di una insidiosa malattia la donna morì durante la traversata. Paolo e il piccolo (Antonio Paciello) sbarcarono a Buenos Aires e proseguirono alla volta del Paraguay. Paolo Erico Laino (così fu registrato) si stabilì ad Asuncion, capitale del Paraguay, dove avviò una fiorente attività commerciale e mise su famiglia, benedetta dall’arrivo di ben 7 figli. Tutti i figli furono appassionati di calcio, alcuni anche calciatori della principale squadra locale. Dal matrimonio di suo figlio Guglielmo, il 30 marzo 1915, nacque “il più grande di tutti”: Arsenio Pastor Erico Martinez!

Si, ho detto proprio “il più grande di tutti” e non ho esagerato, riporto solo quanto disse, con tanta riverenza, il mitico Alfredo Di Stefano, uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi: due volte pallone d’oro, vincitore di 5 coppe dei campioni con il Real Madrid e con oltre 500 gol all’attivo. La “saeta rubia”, talento puro, diceva di non aver mai visto uno più forte di Erico: “un calciatore dotato di tecnica, potenza e con un insuperabile fiuto per il gol”. La considerazione di Di Stefano, in realtà, andava ben oltre e dichiarava una vera e propria devozione nei confronti di Erico e non mancava di rendergli merito in ogni occasione. Erico, diceva Di Stefano: “Era un artista del gol, un acrobata, un ballerino dell’area, un genio nel fare giochi in aria con la testa o con i tacchi e, soprattutto, perché segnava gol”.

Erico era il suo idolo! Ma non era Di Stefano l’unico che lo idolatrava a giudicare dagli innumerevoli appellativi che la stampa e la critica calcistica gli avevano affibbiato: “Il paraguaiano d’oro, l’angelo che gioca con il diavolo, El duende rojo (il saltatore rosso), l’uomo di gomma, l’aviatore, il re del goal”.

Per i tifosi, invece, era semplicemente un Dio, nel calcio e nella vita privata. La sua storia calcistica e umana ha qualcosa di magico ed esemplare.

La carriera calcistica di Erico inizia prestissimo nella squadra del “Nacional” dove si mette subito in evidenza, tanto da debuttare in prima squadra ad appena 15 anni. Una storia che rischia di finire presto poiché scoppia la guerra tra Paraguay e Bolivia (1932-1935) ed Erico viene arruolato. Riconosciuto da un ufficiale, suo grande tifoso, invece che al fronte venne assegnato alla Croce Rossa Paraguaiana, che in quegli anni aveva costituito una squadra di calcio che faceva un tour in Argentina per raccogliere fondi.

Il tour si dimostrò una efficace vetrina. Le sue doti atletiche (veloce, agile, ottima elevazione) e le capacità di tiro e senso della posizione, scatenarono l’interesse degli osservatori. In breve si aprì una vera e propria asta per averlo. Alla fine la spuntò il Club Atletico Independiente, che per il cartellino sborsò una cifra di quasi 12mila pesos. Ad Arsenio andarono 200 pesos mensili, più altri 5.000 alla firma del contratto, che il giovane talento donò alla Croce Rossa. Il debutto in prima squadra avvenne il 5 maggio 1936, ma fu solo un assaggio, l’anno seguente si conquista un posto da titolare mandando in visibilio i tifosi segnando ben 48 reti.

Difficile ripetersi, eppure l’anno successivo riesce anche a migliorarsi e porta la sua squadra a vincere il primo campionato della sua storia. Un grande, l’uomo della svolta, eppure rimane umile, proprio come è costume dei lucani: “Il merito? Solo della squadra e del pieno feeling tra i compagni”. Il gioco di squadra e l’armonia del gruppo erano fondamentali, ma grazie soprattutto alle sue prodezze l’Atletico Independiente conquistò il titolo di campione anche nei successivi due campionati (1938 e 1939). Erico, lodato soprattutto perché faceva segnare gli altri, segnò rispettivamente 43 e 40 reti. Una media impressionante, una vera e propria macchina da goal. Oltretutto, i 43 gol segnati nel 1938 risultano “limitati”  da una curiosa circostanza. La storia racconta che quell’anno, la Picardo, una fabbrica di tabacco argentina che produceva il famoso “Cigarillo43”, a scopo pubblicitario, bandì un concorso per premiare un calciatore che avesse segnato in quell’anno 43 goal, proprio come il “cigarillo”. In palio, come premio, un’automobile. Con largo anticipo rispetto alla fine del campionato, Erico raggiunse la mitica cifra di reti e richiese all’azienda l’assegnazione del premio in palio. La “Picardo” rimase spiazzata e precisò che il premio andava a chi avesse segnato 43 goal nel campionato, non uno di meno e né uno di più. Pertanto, bisognava aspettare la fine del campionato.  Ne venne fuori una farsa che vide Erico mandare in goal i compagni di squadra e  sbagliare platealmente goal facili che gli si presentavano. I tifosi, a conoscenza della “postilla” dell’azienda, lo perdonavano, anzi festeggiavano come goal fatti anche quelli che Erico sbagliava di proposito. Quante cose ci sarebbero da aggiungere, quanti aneddoti aiuterebbero ad accrescere la simpatia per questo campione che non giocò mai un mondiale, anzi rinunciò a disputare quello del 1938 quando l’Argentina, ormai sua patria adottiva, gli offrì la cittadinanza e la possibilità di vestire la maglia albiceleste, nonché una lauta somma.  Scelse di rimanere paraguaiano rinunciando a soldi e a una vetrina internazionale, acquistò il rispetto degli argentini e l’amore dei tifosi.

Poi ci furono una serie di infortuni che limitarono il suo rendimento e la scelta di ritornare a giocare in Paraguay,  nelle fila del  “Nacional”, la sua prima squadra, per condurla a vincere il campionato e mantenere una promessa fatta al padre. Ritornò nuovamente a giocare in Argentina, per disputare ancora partite a livello, ma non al suo livello… come se 20 reti in campionato fossero poca cosa. Il problema al menisco continuava a tormentarlo e decise il definitivo ritiro. Con i suoi 293 gol realizzati in 325 partite, Erico è considerato ancora oggi il più grande goleador del campionato argentino; 26 le reti segnate in 54 partite in Paraguay. Ancora qualche esperienza, in campo da calciatore e allenatore, finché le complicanze dell’operazione al menisco e una infezione portarono ad amputargli la gamba sinistra… magari avesse potuto giocare ancora, anche con una gamba sola avrebbe fatto il suo. Dopotutto lui era abituato a volare, a saltare più in alto di tutti, e come riportano le cronache dei giornali: “Lui aveva, nascosti nel corpo, molle segrete. Lo stregone saltava, senza prendere impulso, e con la testa arrivava sempre più in alto delle mani del portiere, e quanto più addormentate sembravano le sue gambe, con maggior forza scaricavano d’improvviso frustate al gol. Frequentemente Erico colpiva di tacco. Non ci fu tacco più azzeccato nella storia del calcio”.

Morì il  23 luglio 1977, a soli 62 anni, e se è vero come è vero che il suo ultimo desiderio è stato quello di essere sepolto con il pallone immagino che sperasse di fare due tiri anche nell’aldilà. Evidentemente considerava il calcio veramente un gioco (nel senso che si divertiva) e magari ora, in un’altra dimensione, ancora prova uno dei suoi spettacolari “colpi dello scorpione”. A proposito se credete che il colpo dello scorpione di Ibra siano uno spettacolo, allora bisogna che guardiate come lo eseguì Erico, colui che lo inventò, specialmente quello del 12 agosto1934 (YouTube). Una fulgida storia, quella di un campione che giocava per i compagni e che non rinunciò mai ai valori di correttezza e altruismo. Una storia fantastica e sentimentale che avrei voluto conoscere prima, ma che sento ora il dovere di divulgare a beneficio di quei pochi che non la conoscevano. Come è noto, comunque, i dati e le notizie degli emigrati del primo periodo sono spesso lacunose e carenti, nuovi riscontri fanno sperare di confermare anche la bontà delle intuizioni.

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Vincenzo Ferretti
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