Verga, Svevo, Pirandello: dal verismo al teatro delle maschere

La reazione al secondo romanticismo non si fece attendere, anche perché erano mutate le condizioni della società del tempo: l ‘Italia era fatta e per fare gli italiani occorrevano molte cose , ma prima di tutto guardare in faccia la realtà apertamente , senza sperdersi nella  retorica e nei buoni propositi. Vi era una grande parte del popolo, specialmente nell’Italia meridionale che si trovava  in un profondo stato di miseria e quindi di arretratezza, ove fra l’altro un posto notevole era riservato all’analfabetismo, che bisognava eliminare cercando al tempo stesso di allineare il mezzogiorno alle regioni del Nord. Si avvertiva inoltre la necessità di ogni parte o regione d’Italia di farsi conoscere dalle altre negli usi, nelle tradizioni, anche nel diverso modo di concepire la vita.

Ecco dunque come la reazione al mondo retorico, lacrimoso del secondo romanticismo si venne sostituendo il realismo nell’arte: realismo che trovò l’alveo più efficiente per la sua espansione nella forma del romanzo. Così il Verga , il Capuana , la Deledda scrivono per fare conoscere le contrade dell’Italia meridionale ; così ancora Matilde Serao a Napoli. Tutti questi prosatori vennero chiamati veristi , proprio perché si attenevano al vero , alla realtà della vita senza veli , senza infingimenti ; e se la reazione era iniziata con il gruppo degli «scapigliati» milanesi che avevano fatto fronte comune contro il secondo romanticismo, questi veristi la posero su basi più profonde e meglio costruite. Vi era la volontà da parte del Verga di fare conoscere agli italiani, la sua Sicilia, così com’era nella sua rassegnata sfiducia nel destino degli umili e degli oppressi: non soltanto la Sicilia degli aranceti ma quella della povera gente che lottava contro il destino, inconsciamente avvertito dal popolo che non soltanto comandava le cose del mondo, ma infieriva con i meno abbienti , quasi avesse voluto metterli alla prova. Così dicasi per “I Malavoglia” o per “Mastro don Gesualdo”, i primi due romanzi di una serie poi non ultimata e che avrebbe dovuto avere per titolo “I Vinti”.

Diverso è invece il romanzo di Ettore  Schmitz, in arte Italo Svevo sebbene anche questo scrittore parla,  nei suoi romanzi , da presupposti naturalistici; ma l’opera letteraria di Svevo che ebbe successo specialmente dopo la fine della prima guerra mondiale, assume contorni diversi da quella del Verga, perché accentua gli elementi soggettivi dei personaggi la loro psicologia, le lotte e contraddizioni interne ad ognuno. Svevo era triestino e quindi faceva parte di quella terra per la quale era avvenuta l’entrata nel I conflitto mondiale dell’Italia nel 1915; e da Trieste aveva avuta una formazione spirituale fondata anche sulle letterature straniere.

Fra l’altro Italo Svevo coglie , prima  di ogni altro, la solitudine del mondo moderno , le difficoltà spirituali in cui si dibatte l’uomo ed anche la dichiarata sua incapacità di inserimento nella società borghese dei suoi tempi. A questo ambiente sociale Italo Svevo contrappone l’universo del protagonista  del suo romanzo « Una vita » , fatto di sogni destinati a rimanere tali e di una vita invece immersa in uno squallido mondo di impiegati: il protagonista non riuscirà a uscire da tale ambiente, anche quando sta per sposare una giovane donna che vorrebbe intreccia re con lui una relazione. Tutto termina con il suicidio. Svevo scava nell’intimo del suo personaggio che ha sempre un tono autobiografico: così anche nella “Coscienza di Zeno” ove il protagonista narra, dietro suggerimento di uno psicanalista , la sua vita passata con un tono che senza nulla togliere al carattere psicologico della narrazione, richiama assai spesso sua vita vissuta, come qualche cosa da ironizzare, oltre che capace di condurre ad una grande malinconia.

Quanto a Pirandello, anche questo scrittore siciliano, si può dire che con il suo “Teatro delle Maschere” e con le sue Novelle e romanzi non si limitò a far conoscere la sua isola ma dette vita ad una indagine psicologica – seppure fatta da elementi intellettualistici che spesso tolgo o ritmo alla narrazione – che aveva molti caratteri di novità.

Chi siamo noi? Quelli che crediamo di essere o quelli che gli altri vedono in noi? Siamo una maschera cangiante di caratteri e di aspetti cui la nostra stessa personalità rischia di perdersi, o siamo invece ciò l’opinione comune definisce una persona comune? Ciò che è specialmente interessante nell’opera di Pirandello, è quella sua problematica non risolta e lasciata al lettore o allo spettatore: chi è il folle – seppur ve n’è uno – in “Così è, se vi pare”? Qual è la verità nella dolente storia di Emilia Drei di “Vestire gli ignudi”? È la vita stessa che è problematica e, in quanto tale, fonte perenne di solitudine nel polverizzarsi dei rapporti sociali: una solitudine che, come è stato bene detto, costituisce la grave e importante malattia del nostro secolo.

radionoff
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