Verga e la radicata convinzione di un’esistenza triste e dolorosa

Come il Manzoni ha saputo infondere nei propri personaggi e in tut­ta la sua opera narrativa un senso di ottimistica fiducia nella Provvidenza divina così il Verga è riuscito a far trasparire dai suoi personaggi e dal loro mondo tutta la visione triste e dolorosa dell’esistenza umana.
Il Verga si era imposta l’impersonalità e l’obiettività dell’arte, ma si sente dovunque la sua partecipazione per il mondo degli umili e per l’u­manità che soffre come pure si avverte il suo particolare affettuoso inte­resse per le tristi vicende dei derelitti, per i loro problemi.
Nel Verga vi è la consapevolezza di un destino doloroso e della sua invincibilità, vi è la coscienza assoluta dell’impossibilità di migliorare l’avvenire dell’uomo. Contrariamente a quella fede nel progresso dell’uomo che vediamo sempre illuminare gli scritti degli autori di questo periodo, nel Verga vi è la radicata convinzione che il dolore è la dura legge della vita al cui rigore nessuno può sfuggire.
Il Gianni ha detto che anche nei primi romanzi “Una peccatrice”, “Tigre reale” , “Eva”, “Eros”, nei quali ritrae quel mondo borghese degli amori fatali, ispirati ad un romanticismo decadente, il Verga ha u­na visione dolorosa della vita e già affronta, seppure in un modo artificioso e perciò non profondamente sentito, il problema del dolore. Ma quan­do abbandona quel suo primo mondo, per ritrarre quello della sua gente, si trova a scoprire quali sono i sentimenti più veri e più duraturi dell’uomo, e riesce a vedere le ragioni della vita, tralasciando ciò che è falso, caduco, fuggevole. Quel mondo gli appare fatto di dolore che risulta un elemento essenziale, una realtà immutabile, che è accettata con rassegnazione. Quel mondo ha un culto, fatto del focolare domestico e dell’onore familiare. La casa, la famiglia, il loro calore sono visti come unica forza per combattere il dolore e sopportare il male.
I personaggi delle novelle del Verga, come quelli dei romanzi, appartengono quasi tutti alle classi meno facoltose e i loro sentimenti sono veraci, sinceri, i loro atteggiamenti sono istintivi come il loro linguaggio , che è semplice e immediato, né conosce le complicazioni dell’intellettualismo. L’autore guarda con commozione i suoi personaggi, sia i vinti di oggi, sia i vincitori che saranno certamente i vinti di un domani non troppo lontano, tutti sono accomunati dalla nobiltà del dolore e della lotta per vincere quotidianamente la vita. Egli sente una pena infinita per le loro sofferenze materiali e morali, per le quali non riesce nemmeno a suggerire un rimedio. Il suo dolore non giunge mai però alla disperazione, perché il male non può distruggere la dignità dell’uomo, anzi la forti­fica e la ingigantisce, impegnando l’uomo stesso in una lotta da cui egli ritrae fierezza e nobiltà. L’uomo in questa sua lotta è solo per via dell’egoismo e dei pregiudizi, dal suo simile non può avere né aiuto né solida­rietà, ma in questa sua solitudine sta il suo eroismo. ,
Il giovane nipote dei Malavoglia , “Ntoni”, quando esce dal carcere ritorna al suo paese natale e vede la sua vecchia casa che ha abbandona­ to . È preso dalla commozione, ma se ne allontanerà per sempre, dopo la vergogna del carcere non può riprendere la vita di un tempo, deve ancora pagare nei confronti di una giustizia che è superiore a quella degli uomini di legge, è la giustizia della vita, così come è concepita dal Verga con una pietà che diremmo severa, che si commuove ma a ciglio asciutto e non transige ai suoi principi morali, anche se con la morte nel cuore.
L’uomo, oltre quello della casa, ha un altro mito, quello della ricchezza al quale si aggrappa per superare la caducità di tutte le cose e di se stesso. È il tema di Mastro Don Gesualdo, il vecchio muratore che dopo aver accumulato ricchezze su ricchezze in una vita di triste e duro lavoro, muore amareggiato per l’ingratitudine e abbandonato da tutti quelli che hanno dilapidato il suo patrimonio. È quindi un mito fallace e in­gannevole, che distrugge l’uomo e non potrebbe essere altrimenti, se è manifestazione di gretto egoismo.
Il pessimismo del Verga è totale perché all’autore mancò il senso dell’ironia. Solo l’ironia può mitigare l’angoscia della solitudine e dissolverla, allontanando il senso di precarietà che è nella vita. Ma il Verga sente troppo superiori a se stesso i suoi personaggi per cui non si può abbandonare all’ironia. Egli sente troppo il loro eroismo tragico, la loro for­za morale. Nemmeno l’amore può essere una fonte di gioia per l’uomo. Esso è angustiato dalla povertà e dalla sventura, che tutto sminuiscono e avviliscono. La generosità stessa provoca solo ingratitudine e solitudine. Solitudine alla quale l’uomo è condannato da quando nasce e che non lo abbandonerà fino alla morte. L’individuo cercherà di combatterla con tutte le sue forze, tentando di stabilire un rapporto umano con gli altri suoi simili, ma i pregiudizi e l’egoismo ostacoleranno e renderanno vani questi suoi sforzi. Nemmeno la famiglia riesce a liberare l’uomo dalla sua solitudine, quel vincolo naturale che si instaura tra i suoi componenti viene spezzato dal loro egoismo e dalla loro cupidigia.

Luigi Pistone
Luigi Pistone
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