La sinistra italiana è in una situazione paradossale: quando si mette insieme la destra comincia a preoccuparsi; il problema è che si mette insieme troppo poco, troppo tardi e troppo male. Piazza unita contro il governo, con Pd, M5S, Avs e altri in corteo, e giorno dopo divisa in Parlamento sul rinnovo della Rai o su scelte locali persino grottesche. Così non si governa un condominio, figuriamoci un Paese.
Il primo punto non è ideologico ma organizzativo: trovare un’intesa stabile tra le forze di opposizione. Non un “campo largo” evocato nei talk show e smentito alle prime amministrative, ma un patto politico scritto, pubblico, vincolante. La riforma del premierato e l’eventuale ritocco della legge elettorale nascono per favorire chi arriva primo, non chi arriva diviso: con l’elezione diretta del capo del governo, presentarsi in ordine sparso equivale a consegnare un bonus strutturale alla destra per anni.
Da qui discende il secondo passo: le primarie di coalizione per il candidato premier. Non una lotteria narcisistica, ma un meccanismo chiaro: Pd, M5S, Avs, più chi ci starà, concordano le regole e mettano in campo opzioni vere. Il dibattito su chi guiderà l’eventuale coalizione progressista per il 2027 è già apertissimo, dentro e fuori i partiti. Meglio incanalarlo adesso in una procedura trasparente che arrivare all’ultimo tra veti incrociati e candidature improvvisate.
Ma una faccia non basta: serve una direzione. Qui la parola chiave è semplificazione. Nel rumore di mille micro-battaglie identitarie l’elettorato fatica a capire cosa la sinistra voglia fare “il giorno dopo” la vittoria. Un’agenda comune potrebbe partire da tre diritti elementari, comprensibili a chiunque: casa, lavoro, sanità. Sul lavoro e sulla difesa della sanità pubblica il Pd ha già provato a costruire campagne europee e nazionali, ma il messaggio si perde spesso tra sigle, tecnicismi e compromessi parlamentari poco leggibili.
Tradotto: un grande piano per gli affitti e l’housing sociale nelle città dove i giovani scappano; una strategia sul lavoro che parli di salari, precarietà e sicurezza, non solo di incentivi alle imprese; una difesa radicale della sanità pubblica, con tempi di attesa e carenza di personale messi al centro, non in fondo ai comizi. Se la destra governa con parole d’ordine semplici e spesso brutali, la sinistra non può rispondere con slide da convegno.
Poi c’è il nodo del doppio binario, soprattutto per il Pd: una linea in Europa, una in Italia. A Bruxelles e Strasburgo i dem stanno nel campo progressista europeo, marcatamente alternativo alle destre e alle loro alleanze. In Italia, però, continuano talvolta a galleggiare tra vecchie filiere di potere locale, ambiguità sulle alleanze e scarti tattici rispetto agli altri partner di opposizione, come si è visto su Rai e altre partite istituzionali. Quel doppio registro è il modo più rapido per perdere credibilità: servono la stessa linea, lo stesso linguaggio e la stessa gerarchia di priorità, ovunque.
Le simulazioni sui collegi uninominali mostrano che un asse Pd-M5S-Avs, se coeso, può contendere alla destra la maggioranza parlamentare anche senza i centristi renziani e calendiani.
La matematica dell’alternanza dunque esiste; ciò che manca è la politica all’altezza di quella matematica.
La sinistra non ha più il diritto di limitarsi a testimoniare. O trova il coraggio di unificarsi, scegliersi democraticamente una guida, parlare di casa, lavoro e cure sanitarie in modo riconoscibile e non tecnocratico, allineando davvero la propria postura europea con la realtà italiana; oppure continuerà a raccontarsi come “maggioranza nel Paese” mentre resta minoranza nelle urne. Svegliarsi, in questo caso, non è uno slogan: è l’unica alternativa a regalare alla destra un’altra stagione di potere quasi indisturbato.

