Rigeneriamoci

Che sia necessaria una rigenerazione della nostra comunità nazionale, sembra fuor di dubbio. E una rigenerazione pare possibile solo se sarà un fenomeno che eviterà di compromettersi con la politica dei partiti. Questi, riluttanti finanche a guardarsi allo specchio, non realizzano quanto siano ormai distanti dal popolo che credono o dicono di rappresentare, declinandone i bisogni. Balle. Sembrano squadre di ragazzi impegnati con le costruzioni Lego privi anche delle necessarie istruzioni d’uso.

Tutto è un tentativo, privi, ieri come oggi, di un progetto che abbia un inizio e un obiettivo, con tanto di previsione di percorso.

I problemi di oggi sono quasi gli stessi dei primi del novecento: il Sud e le sue inesistenti infrastrutture, l’istruzione retrocessa a ipotesi, il decentramento regionale, mai effettivamente decollato, ma solo abbozzato riproducendo i vizi del vecchio sistema centralizzato, mai trasparente, anzi, immerso in una foschia maleodorante (e basta guardare cosa accade in regione Basilicata per non avere dubbi).

Peraltro la gioventù che è sempre stata la molla di ogni cambiamento, sembra sonnolenta, amorfa, distratta dal niente, bisognosa solo di una specie di rispettabilità esteriore, indifferente al tragico pressappochismo dilagante. Forse i problemi dell’istruzione e della gioventù disimpegnata però sono collegati. La sempre maggiore nudità della prima favorisce il non formarsi di coscienze civiche.

Viviamo una stagione di gran progresso tecnologico e di rigoglioso movimento sociale, ma povera di spirito in maniera preoccupante.

Abbandonare ogni prospettiva politica in nome di un intransigente programma culturale, potrebbe aiutare. Dovremmo favorire per i giovani un vagabondaggio puramente recettivo per paesi, libri, ambienti, senza alcun legame con corpi organizzati e fatalmente fuorvianti o malamente formanti. Cominciare a essere riluttanti a elaborare sempre e cocciutamente solo sintesi, ma abbandonarsi a una ricerca che sovrabbondi di ipotesi, che risulti ridondante in immagini, scartando ogni obiettivo precostituito e lasciando che questo fiorisca all’interno di una consapevole conoscenza. Lasciamo che sviluppino una coscienza civica senza il legaccio di un’appartenenza a una patria, a un rango sociale, a una professione, a un mito televisivo, perché diventino cittadini del mondo e, solo allora, italiani maturi.

Noi non lo siamo. Purtroppo. E non lo saremo più. Basta guardarci. Ma possiamo pensare a quella rigenerazione cui accennavo all’inizio e chissà se non ci sia alla fine consentito di assaporarne almeno gli esordi.

Luciano Petrullo
Luciano Petrullo
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