Il “No” ha vinto e ha vinto davvero. Non di misura, non per accidente, non grazie a un equivoco tecnico o a una mobilitazione episodica. Ha vinto con un margine che, comunque lo si voglia raccontare, inchioda la maggioranza a una sconfitta politica vera: a livello nazionale il rifiuto della riforma della giustizia si è attestato attorno al 54%, con un’affluenza molto alta per un referendum costituzionale, intorno al 58,9%. È il dato più importante della giornata: una parte larga del Paese ha deciso che quella riforma non era la risposta giusta, né la priorità giusta.
Questo non significa, però, che Giorgia Meloni debba automaticamente lasciare Palazzo Chigi. Qui conviene distinguere la propaganda dalla realtà istituzionale. La presidente del Consiglio, durante la campagna ha ripetuto con chiarezza che l’esito del referendum non avrebbe determinato le dimissioni del governo e che la legislatura sarebbe andata avanti fino al suo termine naturale, cioè fino alle elezioni del 2027. Dopo il voto, la linea è rimasta la stessa: rispetto per il risultato, ma prosecuzione dell’azione di governo. È una posizione discutibile politicamente, ma coerente con quanto aveva annunciato.
Per questo il parallelo con Matteo Renzi regge solo fino a un certo punto. Renzi, nel 2016, personalizzò apertamente il referendum costituzionale, trasformandolo in una sorta di giudizio su se stesso e sul proprio governo; dopo la sconfitta si dimise davvero. Meloni, al contrario, non ha mai formalmente legato il suo destino personale all’esito della consultazione. Si può sostenere che la sconfitta la colpisca politicamente ed è vero; ma sostenere che le imponga automaticamente le dimissioni è un’altra cosa. Lo si può gridare in tv o sui social, ma non basta a trasformarlo in un obbligo politico-istituzionale.
Se c’è però un nome che esce ammaccato più degli altri, quel nome è Carlo Nordio. Perché questa non era una riforma qualsiasi: era la sua riforma, il suo vessillo, la sua scommessa. E quando il ministro della Giustizia prova a dire che non bisogna attribuire a questo voto un significato politico in realtà fotografa soltanto l’imbarazzo del momento. Un referendum confermativo su una riforma costituzionale sostenuta con tanta enfasi dal governo non può essere derubricato a incidente procedurale. Nordio resta ministro, certo, ma la sua autorità politica oggi è più debole di ieri. Ha perso nel merito e nel simbolo. E questo, in politica, pesa.
C’è poi un dato che merita di essere guardato con attenzione, soprattutto da chi pensa che il Sud sia sempre leggibile con schemi pigri e prefabbricati. In Basilicata il “No” ha raggiunto il 60,03%, con un’affluenza del 53,2%. Non è un dettaglio periferico: è un segnale forte. Dice che anche in una regione amministrata dal centrodestra la riforma non ha convinto. E dice, soprattutto, che quando una proposta appare lontana dai problemi concreti dei cittadini il consenso politico generale non basta a trascinarla oltre il traguardo. Il voto lucano, da questo punto di vista è più di una percentuale: è un avviso.
La geografia del voto completa il quadro. Il “Sì” ha tenuto soltanto in alcune regioni del Nord – come Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia – mentre nel resto del Paese ha prevalso il “No”. È un elemento che va letto senza semplificazioni, ma che conferma una verità essenziale: la destra non è invincibile, nemmeno quando parte favorita e porta al voto una delle sue riforme identitarie. Anzi, proprio su un terreno che pensava amico, il governo ha scoperto di essere assai meno solido di quanto racconti la propria narrazione.
Adesso la palla passa alle opposizioni. Giuseppe Conte ha già rilanciato l’idea delle primarie del campo largo, aperte davvero e non di apparato. È il passaggio inevitabile, perché la vittoria del “No” ha un valore solo se diventa progetto. Renzi, dal canto suo, ha usato toni più aggressivi, ricordando che lui dopo il referendum del 2016 si dimise e chiedendo in sostanza che cosa intenda fare ora Meloni. Ma il punto non è inseguire una rivincita verbale. Il punto è capire se il centrosinistra saprà trasformare questo risultato in una proposta comune. Il referendum ha detto una cosa semplice: la destra si può battere. Adesso bisogna dimostrare di saperlo fare anche alle politiche.

