Quando il potere si traveste da Vangelo

Alla Casa Bianca il 1° aprile 2026, durante un pranzo pasquale con leader religiosi, Paula White-Cain – consigliera spirituale di Donald Trump – ha detto al presidente: «Sei stato tradito, arrestato e falsamente accusato», aggiungendo che si tratterebbe di «uno schema familiare» già mostrato da Gesù. Nello stesso contesto la Casa Bianca ha collocato l’evento dentro una stagione politica segnata anche dalla guerra americana contro l’Iran, che Trump ha difeso in un discorso alla nazione fra il 1° e il 2 aprile. Non siamo davanti a una semplice goffaggine retorica. Siamo davanti a un abuso del linguaggio religioso, a una contraffazione del Vangelo piegata all’adorazione del capo.

Il punto non è neppure stabilire se Paula White abbia superato il limite del buon gusto. Il problema è più grave: ha tentato di trasferire su un uomo di potere, capo dello Stato e comandante in guerra, il riflesso morale della Passione di Cristo. Ma il Cristo dei Vangeli non è il potente assediato dai tribunali e vendicato dai fedelissimi; è l’innocente consegnato dalla paura, dalla convenienza e dalla violenza istituzionale. Il paragone non illumina Trump: oscura Gesù. Non innalza la politica: degrada il sacro. È la religione trasformata in scenografia del comando, con i pastori ridotti a cerimonieri del potere.

Basterebbero i Vangeli a smontare questa manipolazione. In Giovanni, Gesù dice a Pilato: «Il mio regno non appartiene a questo mondo»; e aggiunge che, se fosse un regno mondano, i suoi avrebbero combattuto per difenderlo. In Matteo, al discepolo che impugna la spada, ordina di rimetterla al suo posto, perché «chi prende la spada, di spada perirà». Dunque: non culto della forza, non divinizzazione del comando, non santificazione della guerra. Il Cristo evangelico non cerca il trono, non si costruisce una corte di adulatori, non usa Dio come vernice morale per legittimare bombe, rappresaglie, ambizioni e immunità.

Per questo il problema non riguarda solo Trump. Riguarda i predicatori che lo circondano e lo consacrano. Il Vangelo, anche qui, è brutale nella sua chiarezza: «Guardatevi dai falsi profeti», perché vengono in veste di pecore ma dentro sono lupi rapaci; «dai loro frutti li riconoscerete». E ancora: «Guai a voi, ipocriti», «sepolcri imbiancati», belli fuori e marci dentro. Non serve scomodare sofisticate teologie per capire che cosa stia accadendo: quando la fede smette di giudicare il potere e comincia a benedirlo comunque, non è più fede. È servitù. È idolatria travestita da liturgia. È una religione che non annuncia la verità, ma la narcotizza.

E i frutti, appunto, si vedono. Mentre alla Casa Bianca si costruisce una Pasqua da corte imperiale, Trump rivendica la guerra contro l’Iran come missione quasi compiuta, parlando di obiettivi militari raggiunti e di nuove minacce se Teheran non si piegherà. Dall’altra parte del Mediterraneo allargato, la Knesset ha approvato il 30 marzo 2026 una legge che introduce la pena di morte per impiccagione come esito previsto per palestinesi condannati da tribunali militari per attacchi mortali; l’Onu, l’Unione europea e numerosi governi l’hanno definita discriminatoria e contraria al diritto internazionale. Qui non siamo più nel campo delle metafore improprie: siamo nel campo del sangue, del diritto deformato, della punizione etnica elevata a norma.

E Benjamin Netanyahu, che quella legge ha sostenuto, non è una figura perseguitata da oscuri complotti: sulla sua testa grava un mandato di arresto della Corte penale internazionale dell’Aia, emesso il 21 novembre 2024. Dunque i nomi, le sedi e i fatti vanno chiamati correttamente: Knesset, non altro; Corte penale internazionale dell’Aia, non vaghe formule. La precisione, oggi, è già una forma di resistenza morale, perché l’epoca confonde apposta i carnefici con i martiri, i governanti con i redentori, la propaganda con la testimonianza.

Ma il cuore dello scandalo resta teologico, prima ancora che politico. Nei Vangeli Cristo si identifica con gli ultimi: «Quello che avete fatto a uno di questi piccoli l’avete fatto a me». Non si identifica con il principe, con il bombardiere, con il leader che concentra su di sé obbedienza e assoluzione. Il cristianesimo, se ha un centro, è lì: nei poveri, nei perseguitati, negli affamati, negli umili, nei costruttori di pace. «Beati i miti», «beati gli operatori di pace»: non i capi adorati, non i predicatori di corte, non gli specialisti della menzogna devota.

Perciò no: Trump non è Gesù. E chi lo suggerisce non commette una semplice esagerazione; compie un atto di corruzione simbolica. Usa il lessico della salvezza per proteggere il potere dalla critica, per chiedere ai credenti non coscienza ma sudditanza, non discernimento ma tifoseria. È questo che andrebbe denunciato con nettezza: non una blasfemia da salotto, ma una falsificazione sistematica del cristianesimo. Quando il Vangelo viene piegato a benedire la forza, il sopruso e la guerra non resta più la fede: resta soltanto il vitello d’oro con la croce appuntata sul petto.

E poi c’è il Papa, che parla di pace con parole sempre corrette e sempre troppo leggere. Nell’Angelus del 15 marzo 2026 Leone XIV si è rivolto ai «responsabili di questo conflitto» chiedendo il cessate il fuoco, ma senza pronunciare nomi e cognomi. Ed è qui che la prudenza rischia di diventare ignavia: perché quando le vittime hanno un volto anche i responsabili dovrebbero averlo. Se non dici Netanyahu, se non indichi i governi, se non nomini chi bombarda e chi affama la condanna si fa nebbia morale. Dante, per gli ignavi, non apre il Paradiso: li lascia nell’Antinferno, dove si consuma il castigo di chi non ebbe il coraggio di scegliere.

Luigi Pistone
Luigi Pistone
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