Presunzione d’innocenza, indagini e istituzioni

Il concetto, o meglio, il principio di presunzione di innocenza è una garanzia riconosciuta all’imputato affinchè giustamente affronti il processo senza l’etichetta del già mezzo colpevole. E’ lo strumento perché l’imputato entri nel processo senza alcuna diminutio della sua dignità e così ci rimanga fino a sentenza definitiva.

Perché è il processo che determina l’esistenza di colpe e di che tipo, non di certo l’accusa ipotetica dettata da un’indagine. Bene.

Cionondimeno non può trasformarsi, il richiamato principio, in presunzione di incapacità delle Procure o di volontà di persecuzione da parte di queste.

La conseguenza è che di un’indagine pur se ne deve tenere conto, soprattutto se concerne figure pubbliche.

Queste consistendo in posizioni di responsabilità appunto pubblica e rappresentanza, non possono, in quanto tali, sbiadire agli occhi dei governati, i quali hanno tutto il diritto di vedersi governare da persone nella sostanza e nell’apparenza cristalline e trasparenti.

Per quanto si presuma l’innocenza, infatti, l’ombra che un’indagine getta su una figura pubblica, non riguarda solo quest’ultima, nella sua sfera privata, ma coinvolge l’ufficio a lui delegato. L’ufficio svolto dall’imputato o dal sottoposto a indagine, non può sopportare ombre, che continuano a non coinvolgere la persona imputato, presuntivamente innocente, ma che devono essere immediatamente sgombrate dall’ufficio ricoperto, che è altra cosa e pretende diversa cura.

E’ per questo che fanno bene quei partiti che sollecitano i loro iscritti sottoposti a indagine a dimettersi dalle cariche pubbliche onde consentire serene indagini non offuscabili, appunto, dalla funzione che dovessero continuare a svolgere.

Non pochi, infatti, e ricordo fra questi un già senatore della Lega, se non sbaglio, ebbero giustamente ad affermare pubblicamente che, nel rispetto del principio di presunzione di innocenza, in caso di indagini è doveroso dimettersi, perché la funzione non ne sia mai compromessa, neppure se solo da un’ombra. Perché la funzione ha una sua sacralità, che è bene preservare se vogliamo continuare ad avere rispetto delle istituzioni.

A conti fatti, pertanto, e tornando ai fatti di cronaca attuali che coinvolgono la regione Basilicata, è evidente che sono tutti innocenti, ma è altrettanto evidente che un atto di dignità e quindi un passo indietro farebbe onore agli indagati e farebbe splendere di luce propria l’istituzione.

Quando saranno assolti, potranno chiedere gli eventuali danni. Come accade per i funzionari pubblici, né più né meno. Faccio un esempio: se il direttore di un ente importante viene sottoposto a indagini o a misure cautelari, scatta, da parte della politica il procedimento disciplinare con sospensione cautelare e successivo “licenziamento”. Poi, dopo qualche anno, il funzionario verrà assolto e potrà chiedere i danni, ma a dirigere l’ente non ci rimane. E sono i politici che si comportano così (in Basilicata gli esempi recenti non sono pochi). Ora chiaritemi perché non debba avvenire lo stesso per i politici. Ribadisco, sempre presuntivamente innocenti, ma questo rimane un concetto processuale e in parte sostanziale, che non esclude che una funzione pubblica debba rimanerne assolutamente estranea.

Quindi se un governatore, colpito da indagini, dice “non mollo”, si dovrebbe consentire anche a un direttore generale, sospeso cautelarmente per un’indagine, di dire l’identica cosa. Altrimenti che valga per tutti. E, beninteso, sempre e solo a tutela dell’istituzione che è cosa altra da chi la rappresenta di volta in volta.

Invece si continuano a sparare slogan contro o a favore delle indagini, quando solo la sobrietà può renderci civili. E sobrietà significa non accusare nessuno, aspettare con riserbo gli esiti e nel frattempo farsi da parte, insomma come farebbe un signore. Ecco la signorilità, la cui assenza si avverte da troppo tempo proprio lì dove occorre, anche se solo per buon esempio. Per dire.

Luciano Petrullo
Luciano Petrullo
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