Negozi in apnea

La fotografia dei mercati italiani nel 2025 racconta un Paese in cui la febbre dei prezzi si è placata ma la spesa non riparte e i primi a pagare sono i negozi di abbigliamento e calzature: piccoli avamposti di prossimità sempre più vuoti, sospesi fra l’eco delle vetrine e il clic di una transazione digitale. Se nel complesso le vendite al dettaglio reggono in valore grazie all’inflazione i volumi continuano a erodersi: secondo l’ultima nota Istat la quota dei beni non alimentari si è assottigliata e il peso dell’abbigliamento sul totale scende dal 11,9% del 2023 al 10% nel 2024.

Il calo è ancora più netto se si guarda al comparto moda: i dati di Federmoda-Confcommercio parlano di un -4,2% di vendite nel 2024 e di un saldo negativo di 6.459 punti vendita, l’equivalente di diciotto saracinesche abbassate ogni giorno. Neppure i saldi invernali 2025 hanno invertito il trend (-5,5%). “La concorrenza online e il costo della vita stanno riscrivendo le mappe del consumo”, avverte la federazione, che evoca il rischio di desertificazione commerciale e di perdite occupazionali a cascata sulla filiera tessile-pellettiera.

La crisi si manifesta con particolare forza nelle aree interne e, in Basilicata, assume contorni drammatici. Una rilevazione di Confcommercio-Cities certifica che a Potenza, in dieci anni, il centro storico ha perso 84 negozi al dettaglio: -13,7%, un buco che bar e ristoranti non colmano. I cittadini lucani segnalano la scomparsa di boutique e calzolerie come un fattore che mina comunità e sicurezza urbana. Sul fronte fatturati, un monitoraggio di Federmoda lucana stima per il primo semestre 2024 un -4,6% medio nelle vendite fashion regionale e un tonfo estivo dell’8,1% nonostante gli sconti, con il 60 % delle imprese in territorio negativo.

Perché i clienti preferiscono lo schermo alla porta del negozio? L’e-commerce vale ormai 58,8 miliardi in Italia (+6% sul 2023) e rappresenta il 13% del retail complessivo; il fashion online cresce del 5%, sospinto da consegne rapide, resi gratuiti e comparazione continua dei prezzi. La comodità si somma a una mutazione generazionale: i nativi digitali considerano lo shopping phygital la norma, mentre la classe media, compressa dal caro-vita, cerca l’offerta più aggressiva con pochi clic.

Gli esercenti di Potenza leggono nell’affluenza rarefatta un segnale di “sfilacciamento sociale”: strade vuote significano incontro mancato, presidio ridotto e fiducia che si incrina. Paradossalmente denunciare la perdita di coesione è un gesto ottimista, perché implica la fiducia in un sistema territoriale ancora capace di autorigenerarsi. Alla prova dei fatti, infatti, il negozio fisico offre ciò che il web non può replicare del tutto: controllo della qualità, prova delle taglie, consulenza personalizzata, narrativa identitaria del prodotto. Il problema è trasformare questi vantaggi in esperienza percepita e desiderata dal cliente.

A fianco delle imprese serve un progetto urbano complessivo: pedonalizzazioni intelligenti, illuminazione di qualità, segnaletica culturale che trasformi la passeggiata d’acquisto in esperienza turistica e sociale. La crisi, insomma, non è solo economica ma anche relazionale. Uscirne implica alleanza fra negozianti, istituzioni e consumatori: ai primi il compito di innovare senza snaturarsi; alle seconde di facilitare; ai terzi di riconoscere che dietro ogni vetrina riaccesa c’è un pezzo di città che respira.