Meloni, sicurezza e sbarchi: i numeri oltre la propaganda

Da quando il governo guidato da Giorgia Meloni si è insediato, nell’ottobre 2022, la sicurezza e la gestione dei flussi migratori sono diventati il cuore del confronto politico. La premier e i partiti di maggioranza rivendicano un cambio di passo rispetto ai governi precedenti, accusando la sinistra di avere sottovalutato il tema. Ma i dati disponibili raccontano un quadro più sfumato, in cui è difficile individuare una svolta netta rispetto al passato.

Sul fronte della criminalità generale le statistiche del Viminale e dell’Istat non mostrano un crollo dei reati. Il numero complessivo delle denunce oscilla, con lievi aumenti o cali a seconda delle categorie, ma non registra una discontinuità evidente collegabile al cambio di esecutivo. Gli omicidi restano su livelli molto bassi nel confronto europeo, mentre furti, rapine ed estorsioni hanno ripreso quota dopo gli anni del Covid, quando lockdown e restrizioni avevano artificialmente abbassato il numero dei reati. In altre parole: il ritorno alla normalità pesa più dell’alternanza a Palazzo Chigi.

Anche per i reati che scuotono maggiormente l’opinione pubblica, come violenze sessuali e femminicidi, la curva non mostra una “cura” immediata. Le variazioni sono di pochi punti percentuali da un anno all’altro, il che rende complicato attribuire meriti o colpe a un singolo governo in un arco di tempo così ristretto. La sicurezza, insomma, continua a dipendere da fattori strutturali – presenza delle forze dell’ordine sul territorio, efficacia della giustizia penale, condizioni sociali – che non cambiano dall’oggi al domani.

Ancora più controverso è il dossier migranti. Nel primo anno pieno del governo Meloni gli sbarchi sono aumentati sensibilmente rispetto ai 12 mesi precedenti, per poi calare in modo marcato l’anno successivo e risalire, almeno in parte, nei mesi più recenti. Il risultato è una serie di picchi e discese che riflette l’instabilità delle rotte nel Mediterraneo centrale, gli accordi con i Paesi di transito, le crisi politiche e climatiche in Africa e Medio Oriente. Fattori che nessun esecutivo nazionale, da solo, è in grado di controllare.

Nonostante ciò la retorica politica resta polarizzata. La maggioranza sostiene di avere “ripristinato l’ordine” ai confini e nelle città; l’opposizione replica che le promesse elettorali sono rimaste largely sulla carta e che i problemi strutturali – accoglienza, integrazione, contrasto ai trafficanti – restano irrisolti. Nel mezzo i numeri mostrano un sistema che procede per aggiustamenti graduali e non per svolte epocali.

Alla prova dei fatti le statistiche su criminalità e sbarchi non confermano né il racconto di un Paese improvvisamente più sicuro, né quello di un tracollo dell’ordine pubblico. Piuttosto raccontano la distanza, ormai cronica, tra il linguaggio della propaganda e la lentezza con cui cambiano davvero le tendenze sociali. Ed è su questa distanza che, al di là delle bandiere di partito, si gioca oggi il giudizio dei cittadini sul governo in carica.

Se si adotta la tesi che “il governo Meloni è un bluff” il cuore dell’argomento sta nello scarto tra la narrazione e gli esiti concreti delle politiche. La destra è arrivata al potere promettendo una cesura netta col passato su sicurezza e immigrazione, presentandosi come forza capace di “rimettere ordine” dove altri avrebbero fallito. A distanza di tempo, però, i dati su criminalità e sbarchi non mostrano quella frattura storica: oscillano, a volte migliorano, a volte peggiorano, ma restano dentro dinamiche strutturali che nessun governo riesce a piegare davvero nel giro di pochi mesi o pochi anni.

In questo senso il “bluff” non è tanto l’assenza di risultati in assoluto, quanto l’eccesso di aspettative alimentato dalla propaganda. Il racconto di un prima disastroso e di un dopo salvifico non regge alla prova delle statistiche, che restituiscono un Paese dove le tendenze si muovono lentamente, spesso per cause esterne (economia globale, crisi internazionali, flussi migratori) più che per la sola volontà di Palazzo Chigi.

Si potrebbe dire che il vero inganno non riguarda solo questo esecutivo ma un modo ricorrente di fare politica in Italia: promettere svolte radicali su fenomeni complessi, sapendo che saranno comunque leggibili, a posteriori, in base al tifo di chi guarda. Sta poi ai cittadini decidere se considerare questo scarto tra promesse e realtà come un normale gioco delle parti o come il segno di un credito di fiducia ormai consumato.

Luigi Pistone
Luigi Pistone
Articoli: 101