La “sindrome della papera”

A tutti noi sarà capitato almeno una volta nella vita, sulle sponde di un lago, di contemplare le papere, le anatre e i cigni che nuotano elegantemente. Ciò che avviene sotto la superficie dell’acqua è ben diverso e meno leggiadro: un frenetico battere le zampe per rimanere a galla. A vederle da fuori sembra che le papere ci facciano credere che stiano nuotando senza sforzo, come a volerci rassicurare che vada tutto bene, che non necessitano del nostro aiuto. La “sindrome della papera”, non riconosciuta scientificamente, è un’espressione coniata all’Università di Stanford per descrivere l’atteggiamento degli studenti dell’ateneo americano che, sebbene stressati e oberati di impegni, nascondono il loro malessere e le loro ansie per mostrarsi sempre efficienti e felici. Esattamente come una papera che all’apparenza nuota senza fatica ma, in realtà, sott’acqua deve muovere velocemente e faticosamente le zampe per rimanere a galla e non affogare. Quante volte rispondiamo in modo sincero alla domanda “come stai?”, quante volte stavamo male ma abbiamo mentito per non darlo a vedere? Rispondere “bene grazie” è diventata una prassi sociale perché la domanda che ci viene posta è pura e semplice “cortesia”. Nascondere il nostro malessere e mostrarci felici anche quando non lo siamo è sintomo della “sindrome della papera”. Le ragioni per le quali tendiamo a nascondere il nostro disagio sono molteplici: per orgoglio, per non turbare le altre persone e per il continuo confronto con gli altri. Negli ultimi anni, soprattutto a causa dei social network, infatti, ci siamo convinti che le vite delle altre persone siano migliori della nostra. Dimenticando spesso che i social non sono “finestre” sulla vita degli altri ma specchi “deformanti” della realtà. Un classico esempio della sindrome della papera è quello di provare ad essere sempre i migliori dimostrando il nostro valore sul luogo di lavoro anche a scapito del nostro benessere. Nascondere anche a noi stessi il nostro disagio, mettendo come gli struzzi la testa sotto la sabbia, non elimina lo stress e la stanchezza: rimangono sotto la superficie aumentando sempre più col passare dei giorni, finché, inevitabilmente, non andiamo in frantumi come uno specchio. Il Burnout, l’esaurimento sul lavoro, è solo una delle possibili conseguenze della sindrome della papera. Altre possono essere la perdita d’interesse per il nostro lavoro, la bassa autostima, l’apatia ed anche forme più gravi come la depressione che necessitano di un aiuto professionale.

Nicola Cirigliano
Nicola Cirigliano
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