La psicoterapia può fare molto contro ansia e demenza

A un profano in caso di depressione o ansia in una persona affetta da demenza parrebbe logico che funzionino le pillole, qualcosa di concreto, biologico come lo sono le radici della malattia. Qualche mese fa una revisione di diversi lavori, pubblicata dalla Cochrane Review, aveva affermato, invece, la validità terapeutica della psicoterapia, della “parola”, anche a scapito degli antidepressivi.

L’analsi era stata condotta dall’University College London. Vasiliki Orgeta, professore associato di Psichiatria e primo autore, aveva dichiarato: «Depressione e ansia sono comuni nelle persone con demenza, non disponiamo di trattamenti standard; molte linee guida consigliano la psicoterapia dato che gli antidepressivi in questi pazienti possono non alleviare i sintomi e avere effetti collaterali». Le persone con demenza hanno il doppio di probabilità degli altri di cadere in depressione maggiore. Oltretutto, depressione e ansia possono aumentare la gravità del disturbo neurologico di base, riducendo l’indipendenza del paziente e incanalandolo verso l’assistenza a lungo termine. Il dottor Orgeta aveva aggiunto: «I nostri risultati rompono lo stigma secondo cui non val la pena usare i trattamenti psicologici nei pazienti con declino cognitivo o con demenza e spingono nella direzione di un forte aumento degli studi in tale ambito. Questi pazienti hanno diritto a ricevere le stesse terapie per la salute mentale di tutti gli altri».

Il professor Carlo Ferrarese, ordinario di Neurologia all’Università di Milano Bicocca e direttore della Clinica di neurologia all’Ospedale San Gerardo di Monza: «Sì, i farmaci si sono rivelati poco efficaci. Bisogna ascoltare molto il paziente: come sostiene la recente “medicina narrativa” e altre correnti, bisogna investire molto nell’ascolto, anche del malato con demenza. Occorre stimolarne l’empatia così che lasci emergere i suoi bisogni». Anche sull’efficacia della Terapia cognitivo-comportamentale sopra le altre cure psicologiche Ferrarese concorda: «La Cbt dispone di un numero davvero vario di strategie da impiegare. Riesce ad interagire col paziente, ne analizza i comportamenti, dà stimoli per facilitare l’interazione sociale, adotta diversi schemi per affrontare le diverse crisi del paziente. Tante ansie si scatenano perchè non capisce dove è, cosa fa, cosa fanno quelli intorno». Conclude il neurologo Carlo Ferrarese: «È un campo importante e recente e credo che con la ricerca si voglia arrivare a quantificarne l’efficacia».

Una spiegazione articolata dell’opera dei farmaci, che non li boccia completamente pur senza negare l’efficacia della “terapia della parola”, la fornisce il professor Andrea Fagiolini, ordinario di Psichiatria all’Università di Siena. Ecco il suo ragionamento: «Il problema principale della depressione nella demenza è che alcuni sintomi di depressione sono simili a quelli della demenza (ad esempio, l’apatia) e questi ultimi, quando dipendono dalla demenza e non da una depressione sovrapposta, rispondono male agli antidepressivi. «Inoltre, la depressione può presentarsi con sintomi diversi da paziente a paziente e gli antidepressivi funzionano diversamente l’uno dall’altro su specifici sintomi. Ad esempio, quando una depressione è caratterizzata prevalentemente da insonnia o irrequietezza, un farmaco come trazodone può essere molto utile. Quando una depressione è invece caratterizzata da ipersonnia, perdita di energia, rallentamento psicomotorio etc, un farmaco come trazodone non funziona, anzi porta addirittura effetti peggiori». Specifica Fagiolini: «La maggior parte dei trials non ha valutato l’efficacia per specifici sottotipi di depressione, mettendo piuttosto insieme pazienti molto diversi e spesso reclutando un numero di malati non sufficiente per trarre conclusioni definitive».

Fonti

Psychological treatments for depression and anxiety in dementia and mild cognitive impairment, Cochrane Library , 2022

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