La giustizia “divina” del calcio elimina Trump dal mondiale!

Il calcio non è mai soltanto un gioco, a livello globale ha un peso politico e socio-economico elevato. A maggior ragione se ad ospitare i Mondiali sono gli Stati Uniti, invischiati in diverse tensioni geopolitiche, come da tradizione americana, in tutto il pianeta. E, ancora, figurarsi se dai Mondiali “casalinghi” gli stessi Stati Uniti sono stati eliminati agli ottavi di finale, (Usa-Belgio1-4), da una nazione considerata “satellite” della potenza americana, come del resto tutti i paesi europei, che l’amministrazione Trump vuole “punire”, per non essersi piegati al volere del “padrone a stelle e strisce”, con il riarmo, i dazi e l’anti-diplomazia.

Al tema geopolitico, va aggiunto, in ultima analisi, l’ormai celebre “caso Balogun”, che continua a far discutere anche dopo il fischio finale di Belgio-Stati Uniti. La schiacciante vittoria per 4-1 dei “Diavoli Rossi” si è tramutata in un messaggio rivolto non solo agli avversari sul campo, ma anche e soprattutto al presidente Trump ed alla Fifa.

La polemica è nata dalla decisione della Fifa di annullare la giornata di squalifica inflitta al calciatore statunitense Folarin Balogun dopo l’espulsione (cartellino rosso diretto) rimediata nel turno precedente degli Usa contro la Bosnia-Erzegovina (vittoria americana per 2-0).

Nei giorni scorsi, il presidente Donald Trump, aveva dichiarato pubblicamente di aver telefonato al presidente della Fifa, Gianni Infantino, chiedendo una revisione del provvedimento disciplinare ai danni di Balogun.

Successivamente il giudice sportivo indipendente aveva revocato la squalifica, permettendo all’attaccante degli Stati Uniti di disputare l’ottavo di finale contro il Belgio.

Respingendo accuse e critiche, la Fifa ha ribadito che la decisione è stata assunta autonomamente dall’organo disciplinare e non per effetto dell’intervento del presidente Trump. Una ricostruzione formale che però ha alimentato forti polemiche in Belgio ed in tutto il mondo calcistico e non.

La federazione belga aveva contestato apertamente la vicenda, giudicando inammissibile la revoca della squalifica e annunciando iniziative formali contro la decisione.

La partita degli ottavi di finale ha poi offerto ai belgi l’occasione per rispondere e “vendicarsi” tramite il risultato sul campo. Dopo il definitivo 4-1 firmato da Romelu Lukaku, l’attaccante ha festeggiato imitando la celebre “Trump Dance”, il balletto diventato uno dei marchi di fabbrica del presidente degli Stati Uniti durante i comizi elettorali.

Pochi minuti dopo è arrivato anche il messaggio pubblicato sull’account ufficiale dei Belgian Red Devils su X. “Overturn this”, cioè “Ribaltate questa”, accompagnato da due fotografie della festa belga e dall’emoji di un telefono.

Il riferimento è apparso immediato: una frecciata sia alla revoca della squalifica di Balogun sia alla telefonata rivendicata dallo stesso Trump con Gianni Infantino. Il post è diventato rapidamente virale, trasformando la vittoria del Belgio anche in un caso mediatico.

In un altro post su X, la Federazione belga ha punzecchiato gli americani su un’altra questione sensibile: l’espressione che identifica il “calcio” in inglese americano. “Si chiama football, non soccer”.

La nazionale belga ha scelto l’ironia per lanciare una “frecciatina” dopo giorni di proteste e caos.

Al termine della partita, però, lo stesso Folarin Balogun ha cercato di allontanarsi dalla polemica.

L’attaccante del Monaco ha spiegato di aver accettato sia il cartellino rosso sia la successiva decisione della FIFA che gli ha permesso di tornare immediatamente in campo, sottolineando di non aver avuto alcun ruolo nella vicenda.

Balogun ha inoltre raccontato di essersi recato negli spogliatoi del Belgio per congratularsi con il commissario tecnico Rudi Garcia e augurare buona fortuna ai Diavoli Rossi per il prosieguo del torneo.

Garcia ha confermato il colloquio, ribadendo che il giocatore americano non ha responsabilità nella controversia. “La polemica dei giorni scorsi non è colpa sua, lui non ha fatto niente di male”, ha dichiarato l’allenatore del Belgio.

Quella vista, dopo il gol di Lukaku, non è decisamente la prima volta che la “Trump Dance” prorompe nel dibattito calcistico.

Già nei mesi scorsi, l’attaccante statunitense del Milan Christian Pulisic, aveva fatto discutere per un’esultanza ispirata allo stesso balletto, scatenando un acceso confronto tra tifosi e commentatori sul significato politico del gesto. Confronto alimentato da una più che presunta simpatia del calciatore nei confronti del presidente Trump.

La differenza, questa volta, è che il balletto di Lukaku è arrivato al termine della partita più controversa del Mondiale 2026, disputata pochi giorni dopo il caso Balogun e dopo le dichiarazioni con cui Trump aveva rivendicato il proprio intervento presso la FIFA.

La “giustizia divina” calcistica, in qualche modo, attraverso la vittoria del Belgio, ha rimesso le cose a posto, punendo l’arroganza del potere di Trump e, per adesso, ha allontanato un precedente pericolosissimo nel mondo del calcio. Mai, infatti, era capitato, in maniera così esplicita, che la politica si intromettesse sulle decisioni “sul campo” delle partite.

La “purezza” del gioco del calcio e dello sport in generale vanno sempre e comunque preservate dagli interessi economici e politici esterni. Il compianto e indimenticato Diego Armando Maradona, considerato da molti, il più grande calciatore di tutti i tempi, è stato un critico feroce della FIFA, attaccandone ripetutamente la corruzione, le gestioni verticistiche e l’incompetenza dei suoi dirigenti. Ha espresso il suo disprezzo in diverse occasioni memorabili, tra cui ricordiamo la celebre frase: “Piuttosto che appartenere alla famiglia FIFA, preferisco essere orfano.”

Nicola Cirigliano
Nicola Cirigliano
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