Il dispiegamento permanente della quarantacinquesima brigata corazzata tedesca in Lituania, inaugurato il 22 maggio, segna un punto di non ritorno: per la prima volta dal 1945 soldati di Berlino stazionano stabilmente oltreconfine con l’incarico di sorvegliare la frontiera orientale dell’Alleanza. Il passo è l’atto concreto di una strategia maturata dopo l’attacco russo all’Ucraina del 2022, quando l’esecutivo di allora stanziò cento miliardi per rinnovare la Bundeswehr. Il successore ha alzato la posta: fondo straordinario da cinquecento miliardi, sospensione del freno all’indebitamento e richiesta di flessibilità europea, con l’obiettivo di dotare la Germania della forza convenzionale più evoluta del continente.
A favore della svolta militare vengono addotti solidi argomenti di deterrenza. Estonia, Lettonia e Lituania – strette fra l’exclave russa di Kaliningrad e la Bielorussia profondamente legata al Cremlino – temono di trovarsi sulla linea del prossimo confronto. La presenza di quattromila e ottocento soldati tedeschi riduce il tempo di reazione in caso di minaccia e rende tangibile l’impegno di mutua difesa sancito dall’articolo 5 del Trattato nord-atlantico. Gli investimenti promessi, inoltre, offrono ossigeno all’industria europea della difesa, stimolando filiere tecnologiche che possono avere ricadute anche nel settore civile, dalla robotica ai materiali compositi.
Critici e pacifisti temono però l’effetto opposto. Ulteriori armamenti in prossimità dei confini russi potrebbero essere interpretati a Mosca come provocazione e innescare una spirale di contromisure. Sul versante interno, destinare risorse ingenti a blindati e artiglierie mentre scuole, ospedali e transizione verde soffrono di sottofinanziamento rischia di minare il patto sociale che ha garantito coesione durante la recente crisi energetica. Altri membri dell’Unione, specialmente nell’Europa mediterranea, si interrogano sul nuovo baricentro politico-militare e temono che la leadership tedesca finisca per dettare l’agenda comune.
Non va trascurata la dimensione psicologica: la memoria collettiva del secolo scorso rende molti cittadini europei diffidenti verso un Paese troppo armato. Trasformare il riarmo in fattore di stabilità richiede trasparenza, controllo parlamentare, coordinamento con i comandi Nato e con gli strumenti di difesa congiunta dell’Ue. Vilnius punta a destinare il cinque per cento del proprio Pil al settore militare già nel 2026, Varsavia sta acquistando sistemi d’arma di ultima generazione e Washington spinge affinché la soglia del due per cento diventi il puro minimo sindacale. Senza una cornice cooperativa il continente rischia una competizione interna che finirebbe per agevolare il Cremlino.
Il riarmo di Berlino può rivelarsi utile se rimane ancorato a un equilibrio fra fermezza militare, diplomazia e tutela delle priorità sociali e ambientali, procedendo di concerto con i partner europei. Se, al contrario, dovesse mutarsi in una corsa agli armamenti priva di dialogo e di un chiaro mandato democratico, diverrebbe un progetto costoso che moltiplica i pericoli senza garantire vera sicurezza.

