Intellettuali o intellettualoidi

Avere il coraggio delle proprie idee, qualora queste ci siano, credo possa ritenersi la conditio sine qua non per definire lo spessore culturale di un individuo. Le idee è necessario acquisirle attraverso un percorso, sia di studi che di esperienze vissute, che renda possibile uno spiccato senso critico in armoniosa simbiosi con la razionalità.

Fondamentale diventa agli inizi, la scuola intesa come formazione non di pensiero ma di come pensare dando a chi vuole apprendere, gli strumenti necessari per farlo, senza prevaricazioni di sorta o metodi di selezioni di classe. Il vero significato del diritto allo studio è mettere tutti in condizione di studiare e non solo d’andare tutti a scuola.

Purtroppo oggi vediamo gli effetti deleteri che un uso demagogico di tale diritto da parte della classe politica italiana tutta, sottolineo tutta, negli anni trascorsi dalla famosa contestazione degli anni sessanta ad oggi, ha prodotto. Siamo passati dall’università aperta a tutti ad un’università che se non è a numero chiuso per tutte le facoltà poco ci manca!

L’istruzione è sancita da un diploma equipollente riferito al livello inferiore o superiore, si va avanti per inerzia e sappiamo bene quel che ha prodotto e produce ancora, attraverso un’istituzione ridotta al rango di un diplomificio!

La società si evolve per forza di cose, richiede nuove forme di professionalità pur mantenendo intatte delle necessità oggettive legate al vivere quotidiano per la sopravvivenza ma nella costante invarianza della storia dell’umanità. La natura impone all’uomo, che è anche un animale sociale, di adattarsi alle leggi che governano l’intero pianeta dandogli solo l’illusione della conoscenza di poter fare qualunque cosa ma non certo in qualsiasi maniera come invece accade nel mondo contemporaneo.

Nel nostro paese si creano nuove forme professionali solo sulla carta, imbellettate di orpelli supertecnologici che vista la carente situazione energetica potranno produrre solo futuri disoccupati ed un esiguo numero di fortunati che andando all’estero avranno la possibilità di affinare la loro preparazione.

È quasi un fattore canonico che nella società italiana siano privilegiate alcune professioni che un tempo assicuravano un lavoro remunerativo stabile: medici, avvocati, ingegneri, architetti a scapito di altre professionalità meno ambite ma di estrema importanza nel mondo supertecnologico attuale come fisici, chimici, matematici per passare poi a professioni di non minor conto come geologi, biologi ecc. La vecchia dicotomia tra le due culture, scientifica ed umanistica, che nei tempi andati da noi ha avuto il suo peso (basti ricordare la famosa quaestio agli inizi del secolo tra il matematico Federigo Enriques e Benedetto Croce tanto per capirci) ad onor del vero aveva prodotto figure di spicco sia in ambito teorico che tecnico. La scuola, fermo restando l’inconsistenza sociale di essere selettiva, manteneva un ruolo formativo di tutto rispetto nella sua differenziazione tra istituti liceali, tecnici e industriali. Istanze innovative in ambiti culturali o meglio intellettuali non dovevano venire d’oltralpe o meglio d’oltre oceano per avere una loro identità specifica. Va sottolineata l’importanza della politica nei rapporti sociali e di rimando la necessità di avere, scomodando Antonio Gramsci, intellettuali organici soprattutto in un contesto formativo quale il mondo della scuola. Quel che accade oggi, data la responsabilità che spetta a chi s’occupa della cosa pubblica, ha soltanto una caratteristica predominante: l’incompetenza. Ogni politico mediaticamente onnipresente o s’appoggia ad intellettualoidi di bassa lega o si ritiene tale ignorando, volutamente o no, il problema. A chi l’ardua sentenza?

Michele Vista
Michele Vista
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