C’è un punto oltre il quale la prudenza diventa complicità, la diplomazia diventa copertura, l’equilibrio diventa vigliaccheria. Su Gaza quel punto è stato superato da tempo. Non si tratta più di scegliere le parole con il bilancino per non disturbare i salotti ministeriali, le cancellerie europee, gli editorialisti con il casco coloniale nell’anima. Si tratta di guardare l’orrore e chiamarlo con il suo nome.
Il sionismo di governo, nella sua forma più dura, militarizzata e suprematista, ha prodotto una macchina politica che confonde la sicurezza con l’impunità, la memoria storica con la licenza di devastare, la difesa con l’occupazione permanente. E attorno a questa macchina si muove una costellazione di pressioni, interessi, fedeltà atlantiche e paure culturali che nei Paesi occidentali ha ristretto il campo del dicibile. Non si può dire genocidio senza essere messi sotto processo morale. Non si può manifestare per la Palestina senza essere sospettati. Non si può fare una domanda scomoda senza rischiare isolamento, censura, carriera, posto di lavoro. È accaduto anche a giornalisti e docenti colpiti per posizioni o domande sul massacro di Gaza.
Intanto i numeri stanno lì, più forti di ogni comunicato. Unicef riportava almeno 21.289 bambini palestinesi uccisi nella Striscia di Gaza fino al 3 febbraio 2026. Ventunomila bambini: non un errore, non un danno collaterale, non una parentesi tragica dentro una guerra pulita che non esiste. È la misura di un disastro pianificato, tollerato, giustificato, raccontato con parole fredde per impedire che il sangue arrivi fino alle coscienze.
E mentre le organizzazioni per i diritti umani e una Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite hanno parlato apertamente di genocidio l’Europa ha continuato a indossare il vestito buono dell’ipocrisia. Con la Russia, sanzioni, pacchetti, vertici, dichiarazioni solenni. Ed era giusto reagire all’aggressione russa. Ma quando a bombardare, occupare, affamare e colpire civili è il governo israeliano allora il diritto internazionale diventa improvvisamente elastico, negoziabile, fastidioso.
L’Unione europea balbetta. Si divide. Rinvia. Cerca aggettivi, non decisioni. Sulle sanzioni a esponenti dell’estrema destra israeliana non è stata raggiunta l’unanimità; sulla sospensione degli accordi con Israele Paesi come Italia e Germania restano centrali nel blocco politico. A Roma governa Giorgia Meloni, a Berlino Friedrich Merz: due governi diversissimi nella retorica, molto meno nella sostanza quando si tratta di non disturbare Tel Aviv.
La cosa più oscena è che il dissenso esiste anche dentro il mondo ebraico e dentro Israele. Esistono voci religiose, civili, politiche, accademiche che rifiutano questa deriva. Ma vengono schiacciate, insultate, marginalizzate. È la prova che la questione non è mai stata “gli ebrei”, formula infame di ogni antisemitismo, ma il potere di uno Stato e di un’ideologia nazionalista che pretende obbedienza, immunità e silenzio.
Israele rischia di restare sempre più solo, aggrappato agli Stati Uniti di Donald Trump, presidente pessimo nella postura, nella parola, nella concezione muscolare della politica. Sul fronte iraniano, al netto della propaganda, l’immagine non è quella della potenza invincibile, ma di chi tira botte al muro e poi scopre che il muro resta in piedi. La Repubblica islamica non è stata cancellata, piegata, dissolta. La storia, che non assolve nessuno per decreto, saprà ricordare anche questo.
E ricorderà pure i silenzi. Ricorderà chi ha votato sanzioni contro alcuni e indulgenza per altri. Chi ha parlato di civiltà mentre copriva macerie. Chi ha invocato i diritti umani a giorni alterni. Chi ha chiesto moderazione ai morti e comprensione per i carnefici.
La vergogna non è soltanto a Gaza. È anche nelle capitali europee, nei governi allineati, nei giornali prudenti, nelle bocche cucite, nelle mani lavate. È lì che l’orrore diventa sistema. È lì che il silenzio diventa colpa.

