Non è vero che non sta succedendo più niente. Sta succedendo troppo e da troppo tempo, perché lo si possa liquidare con la stanchezza delle redazioni o con il solito riflesso condizionato dei governi occidentali: si guarda altrove, si cambia titolo, si sposta il faro sull’Iran e Gaza torna a essere ciò che per molti potenti è sempre stata, cioè una tragedia da amministrare a bassa voce. Ma a Gaza si continua a morire. Secondo le autorità sanitarie locali, che l’Onu ha a lungo ritenuto affidabili, i palestinesi uccisi superano ormai i 72.000; e nelle ultime settimane i raid e il fuoco israeliani hanno continuato a provocare vittime anche mentre l’attenzione internazionale veniva assorbita dall’escalation regionale.
Il punto, ormai, non è più neppure l’ipocrisia: è la sua routine. Si continua a parlare di “diritto alla difesa” come se due anni e mezzo di distruzione, sfollamenti, fame, macerie, ospedali colpiti e famiglie cancellate potessero essere archiviati dentro una formula da conferenza stampa. Intanto gli esperti delle Nazioni Unite hanno scritto nero su bianco che «il genocidio continua a Gaza e si riversa in Cisgiordania», mentre la causa intentata dal Sudafrica contro Israele per violazione della Convenzione sul genocidio resta aperta davanti alla Corte internazionale di giustizia. Non è propaganda di curva: è lessico giuridico e politico che entra, ormai, nel cuore delle sedi internazionali. Eppure, da molte capitali europee e occidentali, continua ad arrivare soprattutto il linguaggio più vile di tutti: quello della reticenza.
E mentre Gaza sanguina la Cisgiordania viene rosicchiata pezzo dopo pezzo. Qui il racconto è ancora più scandaloso, perché meno visibile: non solo operazioni militari, ma colonizzazione quotidiana, violenza minuta e sistematica, espulsione lenta. L’Onu ha riferito che oltre 36.000 palestinesi sono stati forzatamente sfollati in un anno per l’espansione degli insediamenti e la violenza collegata; Reuters ha documentato che i coloni, approfittando anche delle restrizioni imposte durante la guerra con l’Iran, hanno intensificato gli attacchi contro i palestinesi, con ambulanze ostacolate dai blocchi militari e comunità spinte ad andarsene. Altro che “incidenti”: qui c’è un meccanismo di pressione territoriale che lavora ogni giorno, spesso con la protezione o l’inerzia armata di chi dovrebbe impedire l’esproprio di vite e terre.
Poi c’è il Libano, che rischia di diventare l’altra periferia sacrificabile del racconto occidentale. Israele ha dichiarato di voler occupare una fascia di territorio fino al fiume Litani, ha distrutto ponti e demolito case in villaggi di confine e i dati forniti dal ministero della Sanità libanese parlano di oltre 1.070 morti e più di un milione di sfollati. Tra le vittime ci sono anche i soccorritori: Reuters ha raccolto le testimonianze dei paramedici di Nabatieh, dove almeno 42 operatori sanitari sono stati uccisi dai raid israeliani dall’inizio di marzo. In qualunque altra parte del mondo colpire medici, ambulanze e infrastrutture civili verrebbe chiamato con il suo nome. Qui, invece, si preferisce l’afasia diplomatica, che è la forma educata della complicità.
Per questo il dissenso si sposta dove può: nelle piazze, certo, ma anche negli stadi, nelle curve, attorno alle partite. A Udine, prima di Italia-Israele, più di 5.000 persone sono scese in strada con bandiere palestinesi e lo slogan “Show Israel the red card”. Non è folclore da weekend: è il punto in cui una parte della società civile, sentendosi tradita dalla politica, usa il calcio come megafono morale. E la risposta delle istituzioni sportive è stata, ancora una volta, rivelatrice: la Fifa ha rifiutato di agire contro i club israeliani con sede negli insediamenti della Cisgiordania occupata, salvo poi sanzionare la federazione israeliana per violazioni delle norme anti-discriminazione. Perfetto: si ammonisce il linguaggio, ma si tollera la geografia dell’occupazione.
La verità è che l’aggressione all’Iran ha offerto a molti un alibi perfetto: cambiare inquadratura per non guardare più Gaza, la Cisgiordania, il Libano. Ma i morti restano lì, i coloni restano lì, gli sfollati restano lì. E resta lì anche la responsabilità di chi continua a chiamare “equilibrio” ciò che assomiglia sempre di più alla normalizzazione della ferocia. Il silenzio, a questo punto, non è prudenza. È partecipazione passiva al disastro.

