Il pizzo di Hormuz

Le vicende dello Stretto di Hormuz stanno componendo un quadro che sarebbe surreale, se non fosse tragicamente vero. Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran con l’obiettivo dichiarato di impedirgli di arrivare alla bomba atomica. Il risultato, però, non è stato la consegna dell’uranio arricchito, né la definitiva neutralizzazione del programma nucleare iraniano. È stato invece lo sconvolgimento di uno dei passaggi marittimi più importanti del pianeta, attraversato da quasi un quinto del petrolio mondiale.

Prima della guerra Hormuz era un corridoio internazionale aperto, nel quale il diritto di transito non prevedeva pedaggi imposti da una potenza. Oggi è un imbuto militarizzato, insicuro, percorso soltanto in parte e sotto minaccia. L’Iran rivendica il controllo del passaggio e prepara un sistema di tariffe per le navi. Donald Trump, proclamandosi «guardiano dello Stretto», ha risposto annunciando che gli Stati Uniti pretenderebbero il venti per cento del valore dei carichi in cambio della protezione. Non una modesta tassa portuale, dunque, ma una quota enorme della merce trasportata.

Il conto non resterebbe sulle navi. Finirebbe nelle bollette, nei carburanti, nei trasporti, nei prezzi dei prodotti e nei bilanci delle imprese. La guerra combattuta per rendere il mondo più sicuro arriverebbe così nelle case sotto forma di inflazione, impoverendo soprattutto chi non possiede né petrolio né flotte militari. L’annuncio statunitense ha già provocato un nuovo aumento del prezzo del greggio, confermando quanto rapidamente ogni tensione a Hormuz si trasferisca sull’economia mondiale.

Il paradosso è perfetto. Si scatena una guerra per ristabilire la sicurezza e si ottiene un mare più pericoloso. Si promette di difendere la libertà di navigazione e si trasforma una rotta internazionale in un casello armato. Si condanna il pedaggio iraniano perché contrario al diritto e, subito dopo, se ne propone uno americano ancora più pesante. L’Organizzazione marittima internazionale delle Nazioni Unite ha ricordato che imporre tariffe per il semplice attraversamento di uno stretto internazionale non ha fondamento giuridico. Ma il diritto, ormai, sembra essere diventato un soprammobile da esibire quando conviene e da riporre quando ostacola il più forte. Ricordiamo la famosa frase del ministro degli esteri italiano. «… vale fino a un certo punto».

In Italia chiamiamo «pizzo» il denaro richiesto dalla criminalità organizzata a negozianti, imprenditori e cittadini in cambio di una protezione che dovrebbe difenderli dalla stessa minaccia di chi pretende il pagamento. È un meccanismo odioso: paghi perché qualcuno potrebbe farti del male, magari proprio colui che sostiene di proteggerti. Cambiano le uniformi, le bandiere e le formule diplomatiche, ma la logica evocata a Hormuz è inquietantemente simile. Se passa l’idea che una grande potenza possa pretendere una percentuale sui carichi perché dispone delle portaerei necessarie a garantirne il passaggio allora non si parla più di sicurezza collettiva. Si parla di pizzo di Stato.

E tutto questo non ha neppure risolto la questione originaria. L’Iran non ha accettato di consegnare all’estero il proprio uranio altamente arricchito; una parte della sua consistenza e collocazione resta inoltre non verificabile dagli ispettori internazionali. Dopo bombardamenti, rappresaglie, petroliere colpite, energia più cara e mercati scossi il nodo nucleare è ancora sul tavolo. La guerra ha moltiplicato i problemi senza scioglierne uno.

Intanto il mondo brucia a pezzi: l’Ucraina continua a essere divorata dalla guerra; Gaza, la Cisgiordania e il Libano restano dentro una spirale di violenza; la Siria è ancora fragile; in Sudan, nel Sahel e in altre regioni africane si combatte quasi nell’indifferenza; attorno a Taiwan cresce la pressione militare cinese. Ogni crisi viene raccontata come separata dalle altre, mentre tutte mostrano la stessa malattia: la forza ha preso il posto della regola.

Bisognerebbe almeno avere il coraggio di dirlo. Non esiste più un ordine internazionale se le norme valgono soltanto per i deboli. Esiste una gerarchia armata nella quale vince chi bombarda di più, controlla le rotte e presenta il conto. E mentre il pianeta scivola verso lo scatafascio, governi, istituzioni e opinioni pubbliche assistono quasi muti. Siamo davvero in mano a degli scappati di casa, con missili, flotte e codici nucleari.

Luigi Pistone
Luigi Pistone
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