Il mito dell’abbondanza tra crisi energetica e idrica

Un vecchio adagio cinese diceva: il sovrano regna sullo spazio perché è il padrone del tempo e dato che le leggi di Madre Natura sono di fatto incontrovertibili e a cui è impossibile sottrarsi, è necessario tener nel dovuto conto la dimensione spazio temporale del mondo che ci circonda. Viviamo, secondo Leibniz, nel migliore dei mondi possibili e tutto risiede nelle combinazioni dei quattro elementi fondamentali dell’universo: aria, acqua, terra e fuoco che interagiscono attraverso scambi di energia. La fisica alla fine dell’Ottocento ci ha portati a formulare prima il concetto di sistema chiuso e negli anni a seguire, vista la molteplicità dei componenti che intervengono, al concetto di sistema aperto la cui caratteristica è la complessità e i processi dissipativi a cui si va incontro. Un sistema chiuso si evolve in tanti stati intermedi e pur mantenendo costante la sua energia arriva a una configurazione finale di equilibrio. In un sistema aperto invece le cose cambiano in maniera sostanziale e le interazioni con l’esterno sono continue e più difficili da studiare. Se consideriamo il mondo in cui viviamo e più esattamente l’ambiente antropizzato si parla di ecosistema le cui variabili sono funzionali e relative alle tante parti che lo compongono. È necessario analizzare il rapporto che intercorre tra l’uomo e l’ecosistema nel suo sviluppo storico. L’uomo nella sua evoluzione si è sempre mosso alla ricerca di un mondo migliore o più correttamente di un equilibrio, dato che la natura gli ha assegnato il ruolo di un essere sociale che deve sopravvivere, a differenza delle tante altre specie di organismi appartenenti sia al mondo animale che vegetale dotati però di una complessità notevole ed efficace: meccanismi singolari ed elaborati di crescita, di difesa e di adattamento. Nella sua ricerca conoscitiva per la sopravvivenza si trova di fronte, all’etica, alla scienza e all’economia e mai come oggi il linguaggio adoperato, sia esso morale o scientifico o finanziario diventano antitetici e divergenti. Occorre dire che la disgiunzione fra tali linguaggi inizia già nel Rinascimento evolvendosi in uno spazio temporale che nella prima fase arriva fino alla nascita della termodinamica classica e poi fino a quella moderna del non-equilibrio. Se analizziamo la dinamica di tali linguaggi vediamo che in campo economico ciò che conta è rafforzare il potere del danaro mentre viene riconosciuta la validità di quello scientifico solo e soltanto per la parte applicativa o più propriamente tecnologica. Prevalgono le leggi del profitto tout court che vengono spacciate come ricerca del benessere spingendo verso un consumismo di massa, sprecando le stesse risorse che il nostro pianeta offre e dietro la maschera o meglio il mito dell’abbondanza ci si allontana sempre più dal percorso che il metodo scientifico sperimentale creato da Galileo suggerisce. Nel mondo cosiddetto globale le dinamiche del linguaggio propriamente scientifico mettono in luce, soprattutto nella società occidentale, tali discrepanze e la parola energia viene adoperata in modo anomalo o di comodo per nascondere che un terzo dell’umanità presente sul nostro pianeta spreca tutte le risorse che sono sottratte ai rimanenti due terzi ed ecco prevalere, ma in campo economico, la legge del più forte totalmente disgiunta dal significato che i processi evolutivi del darwinismo le conferiscono.
Nell’antichità classica i greci si erano inventati il mito, creando così un sistema che nella sua organicità spiegava tante cose e pur non essendo una religione consentiva al singolo individuo di accettare quella condizione di sopravvivenza che Madre Natura gli aveva assegnato. Un sistema aperto o meglio l’ecosistema in cui ci troviamo richiede per poter sopravvivere un sostanziale cambio di passo nei comportamenti sia sociali che individuali di fronte a due fattori di estrema importanza che ci stanno condizionando: il fabbisogno energetico e la crescita esponenziale della desertificazione del pianeta con la conseguente crisi idrica, che non possiamo sottacere.
La natura procede con i suoi cicli millenari al di là della presenza dell’uomo che come animale tecnologico trasformandosi da coltivatore a consumatore, in special modo in alcuni paesi privilegiati, rende l’ambiente in cui vive sempre più vuoto di risorse e sempre più pieno di scorie su scala crescente. Ecco perché un ecosistema in quanto sistema aperto richiede atteggiamenti nuovi che devono superare il cogito ergo sum di cartesiana memoria che è sì una condizione necessaria ma non sufficiente a risolvere i problemi. Bisogna porsi a livello mentale in maniera differente superando il mito dell’uomo artefice del mondo seguendo una dinamica più vicina alla vera conoscenza scientifica e non ubbidendo soltanto al potere economico finanziario dominato da svariate teorie liberiste o stataliste che dir si voglia.
Altro mito in agguato è quello della cosiddetta intelligenza artificiale, molto osannata dai poteri forti a cui fa comodo avere una società di automi, di robot che però Madre Natura ha già realizzato in molti organismi appartenenti sia al mondo animale che vegetale, basti pensare alla complessità del moscerino della frutta che ancora oggi è la fonte primaria degli studi di biologia, ma non per gli umani che con le loro masse neuronali possono solo tentare di capire, imitare e conoscere ma giammai superare l’ente primario che la Natura rappresenta.

Michele Vista
Michele Vista
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