Alle 5 del mattino di un giovedì di aprile nella redazione di un quotidiano online arriva l’ultima nota di Oxfam: l’1 per cento più ricco del pianeta detiene ormai il 45 per cento della ricchezza globale, mentre quasi 3,5 miliardi di persone vivono con meno di 6,85 dollari al giorno. Ogni settimana, calcola il rapporto, nascono quattro nuovi miliardari.
Di fronte a questi numeri i capitoli inaugurali del Capitale sembrano scritti ieri. Nel 1867 Marx descriveva la tendenza del capitale a concentrarsi e a polarizzare la società in due classi fondamentali. Centocinquantotto anni dopo la mappa della disuguaglianza mondiale conferma quella diagnosi: l’accumulazione non è un incidente di percorso, bensì il cuore di un sistema che premia la rendita e punisce il lavoro.
Che cosa significhi sul terreno concreto lo si è visto lo scorso dicembre, quando i Teamsters hanno guidato lo sciopero più vasto della storia di Amazon: sette centri logistici paralizzati negli Stati Uniti alla vigilia delle festività, per costringere l’azienda a negoziare salari e ritmi di lavoro. I magazzini, icone della produttività digitale, hanno messo in scena la versione contemporanea della fabbrica ottocentesca: turni massacranti, sorveglianza algoritmica, infortuni sopra la media. Lì, tra scaffali alti dieci metri, prende forma l’alienazione che Marx descriveva come separazione dell’operaio dal prodotto, dal processo e dai suoi stessi colleghi.
Il conflitto si gioca però anche sul futuro del lavoro. Le stime di Goldman Sachs indicano che l’intelligenza artificiale potrebbe sostituire fino a 300 milioni di posti entro il 2030, mentre l’Organizzazione internazionale del lavoro avverte che la stessa tecnologia, se governata, può pure “aumentare” l’attività umana. È il vecchio “esercito industriale di riserva” che si rinnova: una massa di lavoratori potenzialmente sostituibili che disciplina i salari di chi resta impiegato. Gli algoritmi non fanno che accelerare quella logica di eliminazione dei costi che Marx attribuiva alla “legge generale dell’accumulazione capitalistica”.
Intanto la crisi climatica intreccia ambiente e giustizia sociale. L’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change – Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico) stima che i Paesi in via di sviluppo avranno bisogno di 295 miliardi di dollari l’anno entro il 2050 per adattarsi agli impatti del riscaldamento globale, ma oggi ottengono appena un decimo di quella cifra. Il nesso è chiaro: le comunità meno responsabili delle emissioni subiscono i danni maggiori, mentre il capitale fossile continua a generare profitti record. Marx parlava di “frattura metabolica” fra attività umana e natura; la desertificazione nello Yemen o le alluvioni in Italia mostrano come quella frattura, lungi dall’essere sanata, si stia allargando.
Se le cifre dell’Oxfam, gli scioperi nei magazzini e i report sull’AI sembrano capitoli di un’unica inchiesta è perché condividono lo stesso paradigma: la dinamica di valorizzazione del capitale. Perfino il lessico torna d’attualità. La gig economy, raccontata come libertà di scelta, ricorda il “lavoro a cottimo” analizzato da Engels; la finanziarizzazione produce “capitale fittizio”, lontano dalla produzione reale. E quando i mercati si inceppano le crisi, da quella del 2008 alla più recente recessione inflattiva, palesano la tendenza alla sovrapproduzione che Marx riteneva intrinseca.
Non è però un destino blindato. Le stesse contraddizioni aprono varchi politici. Le piattaforme di consegna iniziano a riconoscere contratti collettivi in Europa; alcuni governi discutono tasse patrimoniali globali sulla scia delle proposte di Thomas Piketty; movimenti climatici e sindacali sperimentano alleanze per una transizione ecologica “giusta”. Marx non offriva ricette precotte ma forniva una bussola: comprendere i rapporti di produzione per trasformarli.
In questo senso la sua attualità non risiede in un culto del passato, bensì nella capacità di mettere a fuoco le forme nuove di un problema antico. Le sue categorie – valore, plusvalore, classe – restano strumenti critici per leggere un mondo in cui il lavoro umano genera ricchezza che gli viene sottratta, la tecnica non libera tempo ma lo monetizza, la natura è trattata come gratis finché non collassa. La scena finale potrebbe svolgersi in una libreria di quartiere dove Il manifesto dei comunisti torna fra i titoli più venduti. Non è nostalgia: è la ricerca di chi, di fronte a una realtà che frantuma certezze, trova in Marx un linguaggio per nominarla e, forse, cambiarla.

