I partiti, oggi

Per avere una dimensione di cosa siano i partiti oggi valga questa mia succinta testimonianza. L’approccio ideologico riguarda un ristrettissimo numero di persone, compulsate con inviti a riunioni, manifestazioni e quant’altro, direbbero l’ormai ex assessore e il più delle persone; sono i cosiddetti simpatizzanti, per lo più gente che la pensa più o meno come dovrebbe pensarla la formazione politica di appartenenza, cui piace essere coinvolta, ma che lo è solo quando si avvicinano le elezioni, momento nel quale il partito deve dimostrare di esserci.

Fra i simpatizzanti ci sono quelli interessati che ragionano con il canonico “se mai dovesse servire”, ragione in più per farsi notare dal politico di punta o quello destinato a esserlo, perché un giorno potrebbe essere utile avere uno “a Roma” o “in regione” cui chiedere una cortesia.

Poi ci sono gli attivisti, ossia quelli che si danno da fare. Seppur generato originariamente da un’affinità ideologica, ma anche no, il loro attivismo è il prodotto di un investimento: un domani mi toccherà un incarico retribuito, è il mantra che li sostiene. Diverse sono le tecniche usate dagli attivisti per rendere realizzabile il sogno dell’incarico retribuito. Si va dal servilismo più spudorato (ho visto fior di laureati proporsi anche solo per il parcheggio dell’autovettura del politico), all’approccio intellettuale, del tipo “dammi le carte me lo studio io il problema”. Ma la tipologia spazia nell’infinito dei comportamenti interessati e servili, diciamo che è una tipologia di tipo aperto, astratto, riempibile con ogni contenuto.

Poi ci sono i capi, o presunti tali, i predestinati, quelli cui il partito ha dato un’onorificenza, una coppola, una sedia, uno scranno e che hanno il numero di telefono del referente romano.

Questi gestiscono il materiale umano di cui sopra con il tatto di uno spaccalegna, cercando di tirar fuori quanto più gli abbisogna da questo mini esercito di simpatizzanti e attivisti.

Talvolta l’investimento viene premiato.

Metti, per esempio, che il tal partito vinca le elezioni, ed ecco che si apre la porta a una serie di incarichi istituzionali e non, che imbandiscono la tavola del partito.

E allora “si mangia!”, e dall’umiltà del servitore si passa alla supponenza di chi è arrivato, più o meno, ma comunque arrivato.

C’è pure chi ci rimane male e nel chiedersi in cosa abbia sbagliato o perché è stato preferito quello lì, si fa la valigia e cambia partito, sperando che vada meglio altrove.

Altro, i partiti, non sono.

I congressi, dove pure qualcosa di serio bisogna dirla, sono stati aboliti. Le riunioni periodiche, pure. Le idee, no grazie, sappiamo già tutto, i confronti, roba democratica da propagandare e non praticare, la cultura, ma dai la politica è altro, la solidarietà sostituita da una famelica competizione all’incarico, la fratellanza, sì, come no, torniamo alla rivoluzione francese, il bene comune, una battuta da fragorose risate.

Quindi sarebbero da riformare?

Magari fosse possibile. Io li metterei fuori legge, perché, così come sono, e la mia è una testimonianza diretta, sono una associazione se non a delinquere quantomeno a farsi i propri biechi interessi, dall’alto di quella competenza risultato del fedele servizio protratto nel tempo.

In una democrazia, però, sono fondamentali, anzi, in ogni società sono fondamentali, dico i partiti, ma senza ideali sono un imbroglio solenne. All’italiana, compri un telefonino e nel pacco c’è un pacco di sale (testimone anche di questo, perbacco). In estrema sintesi sono, appunto, un pacco. Un ostacolo. Un ingombro. Una vergogna.

Con questi partiti non si va lontano.

Parola di testimone.

Per dire.

Luciano Petrullo
Luciano Petrullo
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