I partiti, la democrazia e il nuovo feudalesimo

Quanto una democrazia sia possibile laddove i partiti si affermino quali unici interlocutori delle istituzioni, che in ogni caso affollano senza spazio per altri, rimane un quesito interessante. I ruoli pubblici vengono ricoperti (forse meglio occupati) o per concorso pubblico o per elezione o per incarico fiduciario diretto.

I partiti giocano un ruolo determinante in tutte e tre le modalità: li occupano a seguito di elezioni, per volontà della legge, determinando, senza alcuna forma di partecipazione di nessuno, i candidati; li occupano per incarico conferito da quegli stessi eletti di cui sopra, assurti a posizioni di potere discrezionale, ma sempre sotto lo sguardo attento e l’indicazione non discutibile del partito; ma li occupano anche quando sono distribuiti attraverso il concorso pubblico, attraverso sistemi non ufficiali ma non per questo meno efficaci, anzi.

I partiti, quindi, creano una frattura fra istituzioni e cittadinanza, frattura inderogabilmente insanabile. Hanno il monopolio di ogni scelta.

Ne consegue che quando, pragmaticamente, si spartiscono nomine e postazioni secondo quella che ritengono anche una regola nobile e cioè quella del riconoscimento alla opposizione del potere di controllo, precludono l’esistenza di variabili che possano essere fondate esclusivamente sul merito.

Se poi ci rendiamo conto che il nominato troppo difficilmente si mette contro le decisioni del partito, se vuole fare carriera o rimanere in auge per un altro incarico di domani o dopo domani, abbiamo la piena contezza dello strapotere che i partiti esercitano.

Hanno creato un sistema “chiuso” che non lascia spazio all’autonomia discrezionale di nessuno, lacerando la società nel momento in cui la allontanano dalle istituzioni, vissute, ormai, da tutti solo come feudi dei partiti.

Non giova neanche la presumibile alternanza che si può creare in democrazia, giacchè l’alternanza non sana la frattura, limitandosi a modificare solo il partito che comanda di più.

Ragion per cui, il cittadino, così retrocesso al ruolo di suddito, non può che trovare una sua collocazione politica di convenienza che con la libertà di giudizio, di pensiero e di azione, non ha niente da spartire, e che gli impedisce l’esercizio della cittadinanza, senza che un tanto sia neanche ufficialmente riconosciuto.

Un imbroglio?

Non lo so. Ma ho il timore che il “sistema” non abbia niente di democratico, limitandosi, la democrazia, a costituire una vernice che nasconde una verità ben diversa.

A condire l’orribile pasto v’è poi la imperante corruzione, che corrode quel residuo di possibilità che il sistema rimanga almeno un tantino giusto.

Se invece i partiti fossero strumenti associativi politici dove la partecipazione sia apprezzabile e il merito si faccia strada, agirebbero come fedeli rappresentanti delle istanze di una comunità tenuta assieme da comuni sentimenti ideologici.

Ma i partiti sono conventicole chiuse che non celebrano neanche più i congressi a testimonianza di circuiti perversi che gestiscono il potere senza neanche la responsabilità di rappresentanza.

Ridotta in questi termini la democrazia italiana è merce di scambio fra i partiti e nulla di più. Se qualche volta viene conseguito realmente un interesse pubblico è frutto del caso, una coincidenza, perché non v’è nulla che venga omesso in questa orrenda spartizione che non lascia neanche le briciole per i passerotti.

Quindi?

Ci facciamo una spaghettata?

Ottima idea, chiamo l’assessore, non si può mai sapere.

Vabbè, fa niente, mi bevo una birra da solo.

Ma dai, è pure simpatico.

Certo, non discuto, ma è che mi è venuto uno strano mal di testa.

Vabbè. Sarà per la prossima volta. Sì, per la prossima.

Luciano Petrullo
Luciano Petrullo
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