Giovani ma vecchi. E viceversa

Ho paura dei giovani che credono di stare sempre nel giusto, quelli senza dubbi, che negano l’esistenza di buone capacità nelle persone più grandi, per definizione. Ho paura delle persone mature, degli anziani, dei vecchi che non sanno adeguarsi ai tempi, che non credono a nessuno, che diffidano dei giovani, quei nostalgici che commentano sempre e soltanto con l’espressione “che tempi”.

Sia dei primi che dei secondi penso che siano i veri vecchi, a prescindere dall’età anagrafica. Perché un ottantenne che ha curiosità, legge, discute, continua a nutrire dubbi, non è vecchio, anzi, profuma di vita.

Perché un giovane che non sa discutere con una persona “matura”, che non trova niente da imparare dai più grandi, che non ne subisce il fascino, quando, invece, questo tracima da ogni suo poro, non odora di vita ma di quell’acre e sgradevole sapore di rancido ben ricollegabile a una avanzata decomposizione dell’anima.

Ho conosciuto ultraottantenni dare numeri a colleghi più giovani, dall’alto di una lucidità impressionante, una memoria formidabile e una ampiezza di visione maestosa, che trasudavano vita, quindi giovinezza, entusiasmo ben miscelato con una cultura solida, evidentemente sempre crescente.

Arrivati a sessanta anni e passa si apre un ciclo di vita pressocchè simile a quello della formazione di un uomo, quei venti-venticinque anni utili a qualsiasi trasformazione. A quella età quindi può nascerne un altro di uomo, finalmente consapevole, esperto, ma ugualmente aperto, ingenuo, se vogliamo, curioso, tollerante, generoso, cittadino, pregno di dignità e pronto a servire il suo tempo.

E se il corpo mostrasse degli acciacchi, poco male: accogliamoli, servono a rimanere umili, a ricordarci la nostra finitezza corporale. Per il resto non esiste finitezza, perché tutto quello che è incorporeo, proprio per questo motivo, non può morire.

Luciano Petrullo
Luciano Petrullo
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