Eremita socievole

Quando mi sono imbattuto nella originale e un po’ contraddittoria definizione di “eremita socievole”, attribuita al filosofo Andrea Caffi, ho avuto un moto di gradimento dettato dal riconoscere in questa figura l’essenza dell’uomo utile a una società sana.

Diffido, infatti, delle masse, dei gruppi fissi, dei branchi, nei quali ogni individualità perde i contorni contribuendone a definire uno solo per tutti, nel quale non esiste più la responsabilità personale, quasi come avviene nelle società di capitali, laddove l’elemento umano, inteso come individuo, si disperde nell’anonimato.

Nel branco non c’è bisogno di coraggio individuale, di dignità, di coscienza, ma il branco può diventare coraggioso, sebbene consti di tante viltà, pensare di assumere dignità di gruppo, anzi rivendicandola e creando una coscienza collettiva capace di metabolizzare qualsiasi orrore.

Se si perde di vista l’individuo, infatti, si costruisce una verità virtuale che va oltre le coscienze individuali, le quali rimangono schiave di quella collettiva, svendendosi alla volontà comune. Anche questa non è somma di volontà distinte, altrimenti sarebbe un gruppo democratico, ma ne realizza una diversa, che nessuna delle singole volontà avrebbe mai neanche considerato.

L’eremita socievole, invece, conserva coscienza e responsabilità, dignità di individuo, ma attraverso la sua socievolezza alimenta quel commercio sociale, fatto di scambio di esperienze, di conoscenze e di meditazioni personali. Un commercio, quello sociale, messo in discussione dai mezzi di comunicazione più attuali che perversamente, anche loro, tendono al branco.

Anche la politica ha assunto le sembianze del branco: nessuna posizione personale, metabolizzazione acritica dello slogan del capo, obbedienza cieca a ogni ordine provenga dall’alto del partito, il tutto per garantirsi un posto al sole.

Il politico, invece, deve avere una coscienza formata individualmente per non attaccarsi al potere; perciò occorre una specifica formazione che aiuti ad avere a cuore il bene comune. Solo allora può riunirsi in gruppo per quello scambio culturale e spirituale, quel commercio sociale di cui sopra, che diventa sano commercio di idee politiche, senza cedere alle lusinghe del potere, alle comodità istituzionali e ai privilegi da posizione, senza rimanerne neanche affascinati, come solo un individuo eremita, ma socievole, può riuscire a fare.

Una formazione lunga, che comincia da una scuola seria che inculchi principi di umiltà e sacrificio, amore per la conoscenza e la riflessione e almeno un minimo di distacco dalle passioni più becere, quali quelle per il potere, appunto, il danaro e l’apparire, come forse era una volta (e in questo mi sento tanto conservatore, se non reazionario).

Individuo non significa ego. Tutt’altro. Una società sana è fatta di individui sani, e se non costruisci individui sani non realizzerai mai una società sana.

Sempre in attesa dell’anno zero della società italiana, colgo l’occasione per ribadire che io uno del branco non lo voterò mai.

Quindi?

Semplice, non voto.

Luciano Petrullo
Luciano Petrullo
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