Elezioni Brasile. Bolsonaro, sfidato da Lula, minaccia la rivolta in caso di sconfitta

Oggi 156 milioni gli elettori chiamati al voto domenica 2 ottobre. La sfida è, ancora una volta, tra Luiz Inácio Lula da Silva (nella foto durante un comizio), già eletto per due mandati dal 2003 al 2011, candidato per la sinistra e appoggiato (silenziosamente) da Washington, e Jair Bolsonaro, presidente uscente, campione della destra conservatrice, populista e negazionista.

Una contesa che si sarebbe consumata già nel 2018, se Lula non fosse stato incarcerato a pochi giorni dal voto dal giudice Sergio Moro, futuro ministro della Giustizia nel governo del vincente Bolsonaro. La disavventura gli costò 580 giorni di prigione. Nel 2021 la Corte Suprema aveva stabilito che Moro non era imparziale e agiva di comune accordo con la pubblica accusa.“Non serbo rancore”, ha affermato nei giorni scorsi Lula tornando a Curitiba, dove fu detenuto, nell’estremo tentativo di provare a pacificare un paese che rischia di scivolare nel baratro. 

Gli ultimi sondaggi danno Lula al 48%, vicino a quel 50% che gli servirebbe per vincere al primo turno. “Qui le rilevazioni possono essere diffuse fino a due giorni prima del voto”, spiega Andrea Torrente, giornalista italiano residente nel paese dal 2009. Nessun rischio di influenzare le masse? “Il pericolo ovviamente esiste, ma è parzialmente mitigato dai regolamenti. Gli istituti di rilevazione devono registrare i sondaggi presso il Tribunale superiore elettorale, rendendone noti campioni e modalità, e mantenerli sempre accessibili a chiunque”, prosegue Torrente.
Dal 1996 il paese, tra i primi al mondo, utilizza il voto elettronico (la cui sicurezza di fondo è stata ampiamente messa in discussione da esperti del settore da tempo). “Invece della scheda, ci si ritrova in mano un piccolo computer su cui si digita il numero del candidato – prosegue Torrente -. Quando le urne chiudono, il sistema stampa il risultato del voto, che è provvisto di certificazione digitale. Il tribunale elettorale poi provvede a diffondere il risultato, che si conosce nel giro di un’ora. Il sistema è utilizzato per le consultazioni federali e locali e a oggi non si è mai verificata nessuna frode”. Per evitare attacchi informatici i dispositivi non sono collegati a internet, né è possibile connetterlo in alcun modo. Il codice sorgente è aperto affinché chiunque possa identificare falle, ed è in costante aggiornamento: partiti politici, polizia federale e forze armate possono ispezionarlo in qualsiasi momento.
La sfida di Lula, si diceva, è vincere al primo turno. In caso contrario, si andrà al ballottaggio il 30 ottobre. “Ma in quel caso, c’è il rischio che la violenza aumenti”, riprende Torrente. Dopo aver affermato che tutti dovrebbero avere un fucile, “Bolsonaro ha reso più semplice l’accesso alle armi. Sono molti i brasiliani che girano armati. E in Rete è facile trovare video di persone che vanno al poligono a sparare: ma, al posto del bersaglio, mettono foto di Lula”, prosegue il giornalista.
In un paese drammaticamente alle prese con la violenza, la cronaca di queste settimane non ha risparmiato episodi di matrice francamente politica. “Per strada, si evita di parlare di elezioni per non fomentare tensioni”, aggiunge Torrente. Bolsonaro soffia sul fuoco: dopo un breve periodo in cui ha cercato di accreditarsi come moderato, è tornato a cavalcare le spinte golpiste e minacciato di non riconoscere il risultato delle elezioni in caso di sconfitta, innescando una rivolta sul modello di quella trumpiana di Capitol Hill. Le cancellerie sono all’erta, e pare che Washington sia pronta a garantire l’esito delle consultazioni.
Quanto ai programmi, per Torrente contano poco. Questa vota prevarrà il voto di opinione, l’ideologia: “Siamo ben lontani dal 2018, quando si parlava molto di corruzione: oggi il tema chiave è l’economia. Ma Bolsonaro al riguardo ha ben poco da mostrare: l’inflazione è in crescita, lui non ha fatto le liberalizzazioni promesse. Non solo. Il Paese è uno di quelli che ha gestito peggio la pandemia, secondo per numero di vittime solo agli Stati Uniti. Il presidente uscente ha fatto la guerra ai governatori che decretavano il lockdown, ritardato l’acquisto dei vaccini, puntato sull’immunità di gregge e, in un video diventato virale, persino sbeffeggiato i malati di Covid imitando la mancanza d’aria”. Pochi i dubbi sulla collocazione in politica estera, prosegue il giornalista: “Bolsonaro era vicino a Trump, ora a Orbán. Dieci giorni prima della guerra volò in Russia da Putin. Suo figlio, che è deputato, poche ore dopo la vittoria ci ha tenuto a fare gli auguri a Giorgia Meloni”.
Lula, da ex sindacalista, è saldamente ancorato a sinistra. Sulla scorta dello slogan vagamente hippy del 2002, “pace e amore”, promette programmi sociali, investimenti in sanità e cultura, sostegno per i più poveri, fine del disboscamento illegale ed espulsione dei cercatori d’oro che uccidono gli indios e devastano le riserve indigene ricche di minerali preziosi. Affare pericoloso: a giugno, in Amazzonia ha perso la vita Dom Philips, giornalista del Guardian. Il reporter è stato trucidato assieme all’esperto indigeno brasiliano Bruno Pereira mentre conduceva ricerche sulle minacce alle tribù isolate.

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