E l’avvocato precisò le sue conclusioni

Alla vigilia dei referendum sulla giustizia, che Letta disapprova perché, dice, queste riforme vanno affrontate in parlamento, ad avercelo, e che funzioni, non ho timore a dichiarare che nessuna riforma potrà sanare un sistema marcio dalle fondamenta.

Potrei fare mille esempi e credo che della giustizia, nella sua versione cronicamente malandata, varrà la pena parlarne più ampiamente in una rubrica di prossima uscita, ma ne voglio fare uno solo, semplice, banale, ma sintomatico.

In questi giorni, in una determinata causa, si celebra l’ultima udienza, quella chiamata di precisazione delle conclusioni. Un’udienza che preclude la sentenza, che, ovviamente, definisce la vertenza.

Ma, vuoi per magia, vuoi per virtù dello spirito santo, a Potenza è molto facile che l’udienza di precisazione delle conclusioni non approdi a sentenza ma venga rinviata. Laconicamente, con un non meglio provato “carico di lavoro eccessivo” o di un altrettanto laconico “secondo le direttive che prevedono prima lo smaltimento delle cause più vecchie”.

La mia causa, quella che si tratterà fra qualche giorno, sia chiaro “non in presenza”, chè il Covid ha i suoi strascichi, ma comodamente dalle poltrone degli studi o delle camere da letto, freddamente attraverso scritti depositati telematicamente (soluzione che pure ha il suo fascino, consentendo, nonevèro, finanche di trattarle in mutande o in accappatoio, secondo l’incastro della stessa con le attività quotidiane di giudici e avvocati), non è la prima volta che viene per  la “precisazione delle conclusioni”.

Per la verità io le ho precisate almeno cinque o sei, se non sette volte e fra le varie precisazioni è sempre intercorso un tempo pari se non superiore a svariati mesi. Tanto è vero ciò che è dal 2014 che continuo a precisare le stesse conclusioni. Il rito si perpetua malinconicamente ma con la sua bella pomposa ufficialità, cosa che mi rassicura del fatto che avrò lavoro ancora per molti anni e che, presumibilmente, non sarà facile per me sopravvivere a tante cause.

Ora è risaputo che ci si affeziona a tutto, anche alle udienze di rinvio, talchè ho il terrore che il Tribunale dia stavolta di matto e decida la causa, privandomi di un appuntamento professionale tanto periodico quanto terapeutico. Il venir meno di una sana abitudine può creare depressioni, infatti, e di un tanto si dovrebbe preoccupare il nostro Stato, sempre così attento alla salute del suo popolo.

Una causa in Italia diventa, per un avvocato, come un parente o un caro amico, e perderla, vederla svanire negli archivi, ebbene provoca dolore.

Ma tornando all’incipit.

Tutti chiedono (per la verità da decenni) una riforma della giustizia che svuoti gli armadi e renda le cause veloci come una colazione di lavoro a Milano. Nessun ministro o governo ci è mai riuscito. Non ci riuscirà neanche Draghi e i suoi nettamente migliori. Perché la giustizia andrebbe rivoltata come un calzino, partendo dal presupposto che chi si rivolge alla giustizia non è uno che rompe i coglioni, come è in larga parte ritenuto chi si azzarda a notificare una citazione (tanto che ogni riforma passa dagli strumenti cosiddetti deflattivi, che pure servono, ma che non risolvono, perché l’importante è diminuire il ricorso alla giustizia, così negando un sacrosanto diritto) ma è una persona che ha un problema, che lo Stato si fa pagare per risolverlo, e che non glielo risolve se non dopo, appunto, una buona dose di anni di “precisazione delle conclusioni”, quindi non risolvendolo, ma facendolo diventare un compagno di vita.

E ora vi indico cosa mi chiede lo Stato Italiano di scrivere con la periodicità di cui sopra:

“è virtualmente presente l’avv. Gigio Gigi, il quale si riporta alle conclusioni contenute nell’atto introduttivo, sì quello di dieci anni fa, e ribadite puntualmente, a ogni udienza che si sia tenuta dal 2014 a quella odierna. Chiede che la causa venga decisa”.

Non so se stavolta la causa verrà decisa. Ah, a proposito, non si tratta di una causa miliardaria, né di una causa dalla difficoltà massima, ma di una causa del valore di poche migliaia di euro con una complessità giuridica da suntino Simone. Per dire.

Luciano Petrullo
Luciano Petrullo
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Un commento

  1. Forse il denaro è fumo negli occhi, da qui la difficoltà di giungere al reale motivo di conflitto basato su posizioni opposte nella risoluzione di problemi altri e sostanziali. Potrebbe essere. Le persone sono orgogliose oltremodo.

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