Dalla strage “di bambini” al registro della ragion di Stato

Nel 2014, quando stava all’opposizione e i like costavano meno della coerenza, Giorgia Meloni scriveva: “Un’altra strage di bambini a #Gaza. Nessuna causa è giusta quando sparge il sangue degli innocenti. #Israele e #Palestina”. Un messaggio lineare, quasi elementare: il lutto non ha bandiera, i bambini non sono munizioni. Lo disse in pubblico, nero su bianco, e non nel retropalco di un comizio: un tweet, un post, tracce ancora lì, a ricordarci che la bussola morale, all’occorrenza, funziona.

Poi è arrivato Palazzo Chigi con il lessico felpato delle cancellerie. Il registro cambia: “La situazione è drammatica, ma non ha iniziato Israele”, “non ritiriamo l’ambasciatore”. È la grammatica della realpolitik: i verbi si coniugano al futuro anteriore delle forniture militari, i sostantivi si scelgono tra “proporzionalità” e “diritto all’autodifesa”, i morti diventano “danni collaterali”. Il tweet indignato cede il passo alla postura del “non possiamo”. Non si formula un giudizio: si bilancia. Non si prende posizione: si calibra.

Il punto non è pretendere che un capo di governo parli come un attivista. Il punto è chiedere che non dimentichi come parlava quando il costo dell’empatia non incideva sul Def. Perché se nel 2014 la morte dei bambini era “un’altra strage” oggi che la contabilità dei civili supera di gran lunga i bilanci della prudenza diplomatica, il metro non può accorciarsi. E invece, per mesi, il governo ha tenuto il volume basso, come se abbassare l’audio modificasse il film: condoglianze protocollari, ribadito sostegno a Israele, inviti generici alla de-escalation. Finché, davanti all’ennesimo bombardamento e all’uccisione di giornalisti, è spuntata la parola “sproporzione”, finalmente pronunciata anche da Palazzo Chigi. Troppo tardi per essere visionaria, abbastanza tardi da sembrare rincorsa.

Nell’aula di Montecitorio l’opposizione ha fatto ciò che l’algoritmo della memoria compie meglio degli archivi di Stato: ha rispolverato il vecchio tweet. Non per nostalgia, ma per mettere in controluce la metamorfosi: dall’indignazione al condizionale, dalla condanna all’avverbio cautelativo. E non c’è “contesto” che tenga: il contesto del 2014 era una guerra; il contesto di oggi è una “strage” – non una guerra – più feroce, più documentata. Se allora bastava una riga per dire “nessuna causa è giusta” com’è che oggi servono pagine per non dirlo?

La verità è che il potere, in Italia, si misura ancora sulla capacità di chiamare “complessità” ciò che dovremmo chiamare responsabilità. Sì: Hamas ha una responsabilità criminale. Sì: Israele ha un diritto alla sicurezza. Ma nessuno di questi sì cancella l’alfabeto della pietà che Meloni conosceva quando batté quel tweet. Oggi, quel lessico riappare a sprazzi – “oltre la proporzionalità”, “inaccettabile” – come se la coscienza fosse un interruttore con timer. Troppo utile per la conferenza stampa, troppo scomodo per una linea politica.

Non si chiede a un premier di scegliere slogan. Si chiede di scegliere priorità. E se l’Italia vuole contare più di un comunicato serale l’unica “giravolta” sensata è tornare alla semplicità di quella frase del 2014: nessuna causa è giusta quando sparge il sangue degli innocenti. Tutto il resto è sceneggiatura: e nel frattempo, da Gaza, il rumore che arriva non è quello dei comunicati, ma quello dei funerali.

Luigi Pistone
Luigi Pistone
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